Il progetto

 
 
 
La sorella che aspetta
con la falce
la stagione della mietitura
non sunteggia
l’essenza di un pensiero,
il peso di un rimorso,
un sentimento…
nasconde i suoi programmi
dietro un velo
con la complicità
di tutti passeggeri al capolinea
perché nessuno
dell’altro campo
svela il suo cammino.
Un forestiero passa inosservato,
compie il ciclo
sotto gli occhi sereni
della folla,
il chicco seppellito nella zolla
spunta la testa
culmina man mano
nelle proficue spighe,
patisce il verso della molitura
compie la metamorfosi
e profuma
su desco apparecchiato
del progetto.

Giuseppe Stracuzzi

Ode all’Ersilia


Villici del contado udite udite,
e in grande vena
gozzovigliate allegri qui stasera!
Ne scorreranno fiumi di acqua vera
e fiori imbandiranno il desco antico,
e approvvigionamenti in quantità!
Siam qui per festeggiare una Pulzella
che giunta al bel traguardo dei Settanta
ci volle avere tutti quanti assieme:
in alto Lei fa viaggi entusiasmanti,
i sogni non le mancano, la dritta!
Squasimodèi Lei fa insistentemente,
soffre di voglia d’Africa e dintorni,
sogna tornare a Cuba e forse in Cile,
ed anche un po’ in Australia o giù di lì!
Lei l’India non disdegna od il Giappone,
l’Irlanda e anche la Scozia tutte insieme,
di Magellan lo stretto passerebbe
da un guru in Pakistan si sederebbe.
Gli Stati Uniti ha già ben visitato
e chièsele là il desso una volta:
“Vuoi esser la mia sposa americana?”
Ma Lei mi rifiutò ed è d’allor
che il maschio suo fetente che son io,
non sa più accontentarla poffarbacco!
Potrei pure indossare un colbacco,
od anche un cappellaccio da cow boy,
e andarmene ignudo in via Rizzoli
in bicicletta in pieno mezzogiorno,
poi scendere al C’entro della Camst
dove ingoiar gli gnocchi ai tre formaggi
fatti da chef che sguàzzan nei paraggi!
Ma ormai ciò non risulta sufficiente,
ormai non la si tiene proprio più,
neppure a starle insieme a tu per tu:
diceva sempre sì, ma ora no!
E allora?
Sto poetastro fratto e assai distratto
si è rifugiato nella poesia!
E Lei va nell’armadio dei misteri
dove ci scova sempre strane cose
da farsi mutandini con le rose,
foulard e camicette sinforose,
golfini uniti ad altri bei fru fru!
Poi quando con le bimbe amiche sue
si trovano ci ci per chiacchierare
di cotte e pur di crude in quantità
maligne se le contano sfrenate!
Siam qui con zia Velleda tutta in ghingheri,
poi Giorgio, Sara e Bruna ch’è la cocca,
ed il nipote Vanes robustone!
Da viale Roma c’è Riccardo e Luisa,
e poi Menghini Umberto con Valeria;
giù da Pianoro Mauro con la Meri,
e dalla Cirenaica è giunto Fabio
con mami e papi Sara e il bel Gaetano!
Col piccolo Del Grande e la sua Emilia,
a chiudere sto gruppo ci son io
Sandro presente sempre al Suo comando!
Che c’è da dire adesso non lo so,
a Ersilia intensa vita e folle amore,
ti batta forte il cuore e le tue dita
amiche sian di anelli brillantati!
Ti pendano dai lobuli orecchini
e l’onda delle meche sia sempre viva,
al collo tuo scintillino collane
e un po’ di ombretto e fard ti dian colore,
sian belle per la vita le tue ore:
questo per Te desidero augurare!
Poi prendo su il bicchiere là per là
ed urlo ip ip ip, urrà ed urrà!

Sandro Sermenghi

Il pane dell’omertà

Pane che non ha sapore,
mangiato ad occhi bassi
a un desco muto.
Pane pagato con la dignità
difficile da guadagnare,
facile da spendere.
Pane impastato con le lacrime
di una madre, di una moglie,
donne che invano pace invocano,
piangendo.
Pregano una madonna
che le sue invano ha già versato.
Pane che odora di paura,
di colpevole silenzio.
Pane che sazia i ventri e affama
le coscienze.
Pane in cambio di un tacere
per non morire.

Claudio Pompi

Published in: on dicembre 16, 2010 at 07:11  Comments (6)  
Tags: , , , , , , , , , , , , , ,

Cieli

Cieli,
per giorni e giorni uguali,
svogliate e inaffidabili chimere,
quando l’unico colore percepito
è un fondo di cravatta da indossare.

Li ho visti,
aprirsi insieme in sincronia
coi fuochi dei sorrisi da me appiccati.
Ricordo ben d’averli anche indicati
a donna amore che mi stava a fianco.

Li ho visti,
dall’alto dei vent’anni,
vincer le nubi e all’angol relegarle

come educande offese ed umiliate,
mandate in fretta dietro la lavagna.

Cieli
che, incazzati, chiudono i battenti
e grandi e grossi si fanno metter sotto
dal primo cenno d’ingarbugliata pioggia
o dal malessere di questo loro figlio.

Li ho visti, poi,
rompere ogni plumbeo assillo,
apparecchiar la festa sotto il sole
nel cuore d’attimo di mia felicità sublime
ed invitarmi a prender posto al desco.

Cieli,
malinconie d’azzurro smascherate,
che a farsi belli pelano le stelle,
che scippano la luna da dietro le montagne
per obbligarmi alle romantiche manie.

Aurelio Zucchi