L’apostrofo rosa

Un giorno io le dissi
un bacio vorrei darti.
Beffarda mi rispose
altro da te aspettai.

Così restai perplesso,
termine errato avevo ?
Pensa che ti ripensa,
giunsi a una soluzione.

Remota voce è bacio,
necessita aggiornare !
Ed ecco la proposta
che a lei farò arrivare.

Vorrei baciuffolarti
con teneri baciuffi.
 Se prima non sverrai,
in cielo salirai.

Vorrei poterti dare
baciuffoloni tanti.
Di certo il gradimento
allor mi donerai.

Le dissi  un dì la frase,
s’era davanti al mare.
 L’amor si fè pensosa,
poi mi guardò furiosa.

Baciuffolarmi quindi
mio caro tu vorresti.
M’ispira un gran pensiero
 l’azzurro qui davanti.
 
Ma va a baciuffolare
quella distesa immensa,
anzi, per completare,
ma va a scopare il mare !

Piero Colonna Romano

Caro amico vero e immaginario

 
 
Caro amico vero e immaginario
non ti dirò stanotte ti ho sognato
Sei accanto a me in tanti momenti
del giorno e della notte
che sognarti mentre dormo
non ne ho bisogno
Ma se non le scrivo a te
a chi le dico le cose
che accadono
i momenti della vita
che vivo o non vivo
E’ un lenzuolo gualcito in cui mi rigiro
È un sogno tarlato
Son ali rattrappite
Se tu non ci sei
si aggruma e confonde
manca il soggetto non so che cos’è
s’annoda in un groviglio senza senso
Caso amico caro amico
l’averti incontrato
Senza di te è una piatta distesa
l’andamento dei giorni
il tempo uno specchio d’acqua ferma
solo riflessi di cielo vuoto di voli

azzurrabianca

Sera

S’àncora la vela
Vola la falena
Plana l’aquilone

Canta il grillo all’aria una canzone.

Sfreccia giù una stella
Dondola la culla
Dorme la farfalla

Muggono i sospiri nella stalla.

Corrono le ruote verso casa
per strade scure o poco illuminate
nella sera spalmata a distesa.

Poi le ore portano la notte
che s’empie di gioventù fremente.
Volano i pensieri, e nella mente
nasce una preghiera al buon Gesù.

Armando Bettozzi

Universo

 
Godere, dell’inverso aperto
UNIVERSO
perfetto, vecchio saggio
che poggi sulla distesa
della tua genesi
vibrante d’energia, senza tempo.
Contemplo
ciò che m’assorbe
ESISTENZA
mi accende lo sguardo
 assimilo un tutto.
La forza creativa arriva
dalla  tua valle solitaria
dove straripano supernove
nello scintillio d’argento vivo
 mi ruota l’infinitesimale.
ETERNITA’
mai ti negherò,
chissà, forse poi scorrerò
nel cerchio dell’anello
come un fiume cosmico.

Aurelia Tieghi

Lamento per il Sud

La luna rossa, il vento, il tuo colore

di donna del Nord, la distesa di neve…

Il mio cuore è ormai su queste praterie,

in queste acque annuvolate dalle nebbie.

Ho dimenticato il mare, la grave

conchiglia soffiata dai pastori siciliani,

le cantilene dei carri lungo le strade

dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,

ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru

nell’aria dei verdi altipiani

per le terre e i fiumi della Lombardia.

Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti

in riva alle paludi di malaria,

è stanco di solitudine, stanco di catene,

è stanco nella sua bocca

delle bestemmie di tutte le razze

che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,

che hanno bevuto il sangue del suo cuore.

Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,

costringono i cavalli sotto coltri di stelle,

mangiano fiori d’acacia lungo le piste

nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d’inverno

è ancora nostra, e qui ripeto a te

il mio assurdo contrappunto

di dolcezze e di furori,

un lamento d’amore senza amore.

SALVATORE QUASIMODO

Vedi come si erge candido

Vides ut alta stet nive candidum

Soracte, nec iam sustineant onus

silvae laborantes, geluque

flumina constiterint acuto?

Dissolve frigus ligna super foco

large reponens atque benignius

deprome quadrimum Sabina,

o Thaliarche, merum diota.

Permitte divis cetera, qui simul

stravere ventos aequore feruido

deproeliantis, nec cupressi

nec veteres agitantur orni.

Quid sit futurum cras fuge quaerere et

quem Fors dierum cumque dabit lucro

appone, nec dulcis amores

sperne puer neque tu choreas,

donec virenti canities abest

morosa. Nunc et Campus et areae

lenesque sub noctem susurri

composita repetantur hora,

nunc et latentis proditor intimo

gratus puellae risus ab angulo

pignusque dereptum lacertis

aut digito male pertinaci.

§

Vedi come si erge candido
d’ alta neve il Soratte! I boschi al peso
non reggono, fiaccati, e per l’acuto
gelo si sono rappresi i fiumi.

Dìssipa il freddo deponendo legna
sul focolare, in abbondanza, e mesci
da un’anfora sabina a doppia ansa,
o Taliarco, vino di quattr’anni!

Lascia il resto agli dei, che appena placano
i venti in lotta sulla ribollente
distesa, non più ondeggiano i cipressi
né con essi agitati i vetusti orni.

Cosa accadrà domani, tu non chiedere.
Se un altro giorno ti darà la Sorte,
ascrivilo a guadagno e non spregiare,
ora che sei giovane, le danze e i dolci amori,

mentre è lontano dal tuo verde il tedio
della vecchiaia. Adesso il Campo
e le piazze, ora prima che annotti
si ripeta il lieve sussurro dei convegni,

ora il gradito riso che ti svela
da un angolo segreto ove si celi
la tua fanciulla, e il pegno strappato
dal polso o dal dito che resiste appena.

QUINTO ORAZIO FLACCO  (Odi  I,9)