Ritorno al passato

Torneremo a penne d’oca
su fogli di pergamena
con firme di ceralacca
rosso sangue su foglio avorio.

Apriremo il nostro cuore
a parole, a gesti d’amore
d’amicizia, d’affetto.

Sentiremo di nuovo
il profumo del pane
appena sfornato
di un dolce fatto da mani amorevoli
in una cucina ridente.

Vedremo di nuovo la serenità
negli occhi dei nostri figli.
Saranno pure le nostre mani
limpido il nostro sguardo.

E a sera diremo di aver vissuto
intensamente.

Sandra Greggio

Le golose

Io sono innamorato di tutte le Signore
che mangiano le paste nelle confetterie

Signore e signorine
le dita senza guanto
scelgon la pasta; Quanto
ritornan bambine!

Perchè niun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divoran la preda.

C’è quella che s’informa pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.

L’una pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.

Un’altra – il dolce crebbe –
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!

Un’altra con bell’arte,
sugge la punta estrema
invano! ché la crema
esce dall’altra parte!

L’una senz’abbadare
a giovine che adocchi
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare
sugga, un supremo annunzio,
non crema e cioccolate,
ma superliquefatte
parole del D’Annunzio

fra quegli aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro e di sciroppo,
di creme, di velluti,

di essenze parigine,
di mammole, di chiome
oh le signore come
ritornano bambine!

Perchè non m’è concesso
o legge inopportuna!
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di creme e cioccolatte?

GUIDO GOZZANO

…Uomo che parti

Uomo che parti
non vai mai solo.
Ti porti i sogni
per i sentieri,
ti porti i mondi
i segreti i respiri
le carezze gli ansimi
i capogiri…
la fame e la sete
ti porti in difesa
l’oscuro ed il chiaro,
il domani e lo ieri,
il dolce e l’amaro
dell’ora contesa…
la luce spenta
la luce accesa.

Uomo che parti,
comunque ti giri
ti tieni ti scuoti,
ti porti l’attesa
coi pieni e coi vuoti
: la morte lenta
la vita sospesa…

Uomo che parti
e non chiudi le porte,
sei come la chiocciola
: ti porti via la casa…
parti… ti porti.

Silvano Conti

Cantavano le donne

EXPOSICION   (Pange lingua gloriosi corporis misterium)

Cantaban las mujeres por el muro clavado
cuando te vi, Dios fuerte, vivo en el Sacramento,
palpitante y desnudo, como un niño que corre
perseguido por siete novillos capitales.

Vivo estabas, Dios mío, dentro del ostensorio.
Punzado por tu Padre con aguja de lumbre.
Latiendo como el pobre corazón de la rana
que los médicos ponen en el frasco de vidrio.

Piedra de soledad donde la hierba gime
y donde el agua oscura pierde sus tres acentos,
elevan tu columna de nardo bajo nieve
sobre el mundo de ruedas y falos que circula.

Yo miraba tu forma deliciosa flotando
en la llaga de aceites y paño de agonía,
y entornaba mis ojos para dar en el dulce
tiro al blanco de insomnio sin un pájaro negro.

Es así, Dios anclado, como quiero tenerte.
Panderito de harina para el recién nacido.
Brisa y materia juntas en expresión exacta,
por amor de la carne que no sabe tu nombre.

Es así, forma breve de rumor inefable,
Dios en mantillas, Cristo diminuto y eterno,
repetido mil veces, muerto, crucificado
por la impura palabra del hombre sudoroso.

Cantaban las mujeres en la arena sin norte,
cuando te vi presente sobre tu Sacramento.
Quinientos serafines de resplandor y tinta
en la cúpula neutra gustaban tu racimo.

¡Oh Forma sacratísima, vértice de las flores,
donde todos los ángulos toman sus luces fijas,
donde número y boca construyen un presente
cuerpo de luz humana con músculos de harina!

¡Oh Forma limitada para expresar concreta
muchedumbre de luces y clamor escuchado!
¡Oh nieve circundada por témpanos de música!
¡Oh llama crepitante sobre todas las venas!

§

Cantavano le donne lungo il muro inchiodato
quando ti vidi, Dio forte, vivo nel Sacramento,
palpitante e nudo come un bambino che corre
inseguito da sette torelli capitali.

Vivo eri, Dio mio, nell’ostensorio
trafitto da tuo Padre con ago di fuoco,
palpitando come il povero cuore della rana
che i medici mettono nel fiasco di vino.

Pietra di solitudine dove l’erba geme
e dove l’acqua scura perde i suoi tre accenti,
alzano la tua colonna di nardo sotto la neve
sopra il mondo che gira di ruote e di falli

Io guardavo la tua forma deliziosa fluttuante
nella piaga d’oli, nel panno d’agonia,
e socchiudevo gli occhi per centrare il dolce
tiro a segno d’insonnia senza un uccello nero

E’ così, Dio accorato che voglio averti,
tamburello di farina per il neonato
brezza e materia unite in espressione esatta,
per amore della carne che non sa il tuo nome.

E’ così, forma breve d’ineffabile rumore,
Dio in fasce, Cristo minuscolo ed eterno,
mille volte ripetuto, morto, crocifisso
dall’impura parola dell’uomo che suda.

Cantavano le donne nell’arena senza guida,
quando ti vidi presente sopra il tuo Sacramento
Cinquecento serafini di splendore e colore
nella cupola neutra gustavano il mio grappolo

O Forma consacrata, vertice dei fiori,
dove tutti gli angoli prendono luci fisse
dove numero e bocca costruiscono un presente
corpo di luce umana con muscoli di farina!

O Forma limitata per esprimere concreta
moltitudine di luci e clamore ascoltato
O neve circondata da timpani di musica!
O fiamma crepitante sopra tutte le vene!

FEDERICO GARCIA LORCA

(da Oda al Santisimo Sacramento del Altar – Traduzione di Marcello Plavier)

Ciambella di pere


§

Buongiorno, vi propongo un bel dolce dopo

tante vicissitudini degli amici del Cantiere:

 

CIAMBELLA  DI PERE

 

100 Grammi burro

150 Grammi Zucchero

3 Uova medie

Scorza di un limone grattugiata

250 Grammi farina

1 Bustina di lievito

800 Grammi di pere William tagliate a tocchetti piccoli

( se non le trovate vale bene una pera succosa )

Lavorare il burro con lo zucchero

Aggiungere le uova una ad una

La scorza del limone

Setacciare la farina con il lievito

Aggiungendola in due volte

Unire le pere schiacciandole nel composto

Finche non risulterà l’impasto morbido

Imburrare una tortiera a ciambella

Poi nel forno ( non ventilato)

190 gradi per 50 minuti

Premetto che tutto questo lo potete fare anche con il robot da cucina

per velocizzare

ma secondo me rende il sapore un po’ come i preparati

che trovate al supermercato

Un po’ di santa pazienza e sentirete

Dimenticavo due  varianti golose

da fare solo quando il dolce si sarà intiepidito

Una leggera glassa al limone

( 100 grammi di zucchero a velo in cui spremerete un limone)
o spennellate con cioccolato fondente fuso

( basta una barretta da 100 grammi )

Io di solito la taglio a metà e la dispongo

Come un abbraccio una metà glassa limone e l’altra cioccolato fondente

Buon appetito

e naturalmente un abbraccio

Pierluigi Ciolini

§

Dite la verità, questa non ve l’aspettavate dal nostro  Pierluigi!  Buon appetito a tutti e buon weekend!

La pallida pianista

L’eburnee piccole mani
fuggivano lievi, correndo,
fremendo sui lucidi tasti
volavano. Sfiorata. Dalle agili,
magiche dita destata dal sonno
la bianca tastiera vibrava
di garrule note in tripudio
nell’aria commossa con mille
faville qual vivida fiamma
salivano, ardenti tremavano
un attimo breve,  poi lieve
di suoni una pioggia fatata
dorata pareva  discendere,
dall’alto e al cuore fluire,
fasciarlo radiosa in morbido
e tenue calore.
–                                Il mio sguardo
immobile era fisso nel dolce
carissimo viso. Vedevo
la pallida fronte, gli intenti,
sereni occhi suoi, le gote,
le labbra rosate, i bruni capelli
fulgenti in un’ala di luce …
Armoniosa arcana dolcezza
mai conosciuta sentivo salire
nell’anima muta, vaporosa
sfumare nell’eco di tremuli
suoni: nel vuoto, nel nulla
d’intorno svanivano tutte
le cose. Poi sùbito, tacque
improvviso il soave concènto
e leggère fuggendo sull’ali
del vento le ultime note,
volse su me le sue grandi
pupille e in quell’attimo,
incanto d’un’ora divina,
mi parve rivivere tutto.

Paolo Santangelo

Anni insieme

Non sono buono
per quanto mi piaccia
crederlo,
mostrami
il tuo lato
più dolce
e lo colpirò,
dandoti la colpa
della mia crudeltà,
facendomi scudo
dei miei difetti,
ovvia conseguenza
della tue mancanze,
soffocherò in gola
ogni parola
di incoraggiamento,
per farmi forza
con la tua fragilità,
per vincere questa
guerra,
che non so quando
iniziò ad andare
contro tutte
la mie promesse.

Gian Luca Sechi

Paese d’infanzia


E’ cambiata la strada,
ormai non si solleva
neanche più la polvere,
è cambiato il rumore
che entra dalle finestre,
incessante e straniero,
è diverso il vento
che non sussurra più dolce
ma insinua e scompiglia
parlando di cose
che di certo conosce
ormai meglio di me;
solo quelle rocce
mi ricordano, perché
troppo breve il mio passaggio
fu in questo paese,
quando correndo per le strade
dietro un pallone
ne ero il padrone
ed ora già mi sento
di lasciare ad altri
questo regno
dolce ed amaro ad un tempo
come gli anni perduti.

Gian Luca Sechi

Published in: on settembre 6, 2010 at 07:12  Comments (3)  
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