Ajsha

La domenica che rivide Ajsha
non volle farsi leggere la mano.
La vide assorta, chiusa come una i,
che guardava soprattutto il cielo.

Le domandò allora cosa avesse,
dov’è ch’era finito l’estro suo,
la parlantina solita di sempre
ai piedi dei gradini della chiesa.

Rispose lei ed anche a malapena
di non avere voglia della vita.

Nessuna quotidiana profezia,
Ajsha chiese al signor Mario Rossi
notizie fresche della Primavera
mentre cascate di capelli neri
smorzavan flussi dell’antico ardire
e in rossi lobi gli ori erano rame.

Aurelio Zucchi

Pasqua di Resurrezione

PASCUA DE RESURRECCIÓN

Mirad: el arco de la vida traza
el iris sobre el campo que verdea.
Buscad vuestros amores, doncellitas,
donde brota la fuente de la piedra.
En donde el agua ríe y sueña y pasa,
allí el romance del amor se cuenta.
¿No han de mirar un día, en vuestros brazos,
atónitos, el sol de primavera,
ojos que vienen a la luz cerrados,
y que al partirse de la vida ciegan?
¿No beberán un día en vuestros senos
los que mañana labrarán la tierra?
¡Oh, celebrad este domingo claro,
madrecitas en flor, vuestras entrañas nuevas!.
Gozad esta sonrisa de vuestra ruda madre.
Ya sus hermosos nidos habitan las cigüeñas,
y escriben en las torres sus blancos garabatos.
Como esmeraldas lucen los musgos de las peñas.
Entre los robles muerden
los negros toros la menuda hierba,
y el pastor que apacienta los merinos
su pardo sayo en la montaña deja.

§

Guardate:  l’arco della vita traccia

l’iride sul campo che inverdisce.

Cercate i vostri amori, donzelle,

dove germoglia la fonte della pietra.

Dove l’acqua ride e sogna e passa,

lì il romanzo d’amore si racconta.

Non devono guardare un giorno, nelle vostre braccia,

attonite, il sole di primavera,

occhi che vengono chiusi alla luce della vita,

e se ne partono ciechi ?

Non berranno un giorno nei vostri seni

quelli che domani coltiveranno la terra?

Oh, celebrate questa domenica chiara,

mamme in fiore, le vostre viscere nuove!.

Godete questo sorriso di vostra dura madre.

Già i loro bei nidi abitano le cicogne,

e scrivono nelle torri i loro bianchi scarabocchi.

Come smeraldi brillano i muschi delle rocce.

Tra i roveri mordono i neri tori la minuta erba,

ed il pastore che pascola i merini

lascia la sua bruna casacca alla montagna

 

ANTONIO MACHADO Y RUIZ

Noi (8 marzo 2012)

 
Noi che nascevamo a rischio fra un rifugio e un bengala
noi che giocavamo a nasconderci in un sottoscala
noi che per i nostri padri era … un futuro migliore
noi che obbligavamo i maschi a giocare al dottore
noi che già a nove anni la sapevamo “lunga”
(ma non ci sognavamo di andare a un “bunga-bunga”)
noi che urlavamo “Kappedo!” con biglie colorate
noi che il cortile era nostro nelle sere d’estate
noi che con trenta centimetri, già era una gonna
noi che fino a ventun anni non eri una donna
noi che sul bus non si arrivava mai a pagare il biglietto
noi che, alte un soldo di cacio: “Oggi cosa mi metto?”
Noi che si aspettava domenica per ballare allo Sporting
noi che ci addormentavamo per sognare Dean Martin
noi che più aumentan le rughe più parliamo d’amore
noi che ogni primavera ci germoglia il cuore
.
noi che sarebbe bello riprovarci ancora!

Viviana Santandrea

A Lucio (4 marzo 2012)

Salgo sull’autobus affollato di domenica
gli occhi di tutti dicono la stessa cosa
la mia mano ha una rosa
rossa nel pugno per allontanare il dolore
per il rosso di vita che scorre
le strade del centro
semideserte al solito la domenica
sono oggi piene di gente
uno sciamare verso una direzione
qua in piazza il tuo volto sull’arenaria del palazzo
in atteggiamento pensoso eppur scanzonato
ci guarda tutti
noi qua a saperci senza di te
ci vien da piangere: non ci sei più
ci vien da ridere: ci sono le tue canzoni
fregata la morte
le tue canzoni di cuore e di rondini
ora sei un volo
anche i carabinieri stanno a volti mesti
sul filo del pianto
arriva una ragazza occhiali scuri
volto gonfio di chi ha versato
molte lacrime labbra rosa rossetto
vorrei chiamarla con noi non piangere sola
ci abbracciano idealmente tutti
ci abbracciamo negli occhi
è il miracolo di questa città
di Lucio che è là chissà dove
eppure è qua in mezzo a noi
c’è chi dice che è crollata una torre
non ci si pensava che un mito pare
immortale ma come tutti poi muore
com’è morto Gesù non c’è scampo
saliremo tutti su quel treno
senza tirare il freno prenderemo
il largo

un ricordo per Lucio che ci ha uniti con le sue canzoni
a tutti voi

Alessandra Generali

Funeral Blues

Stop all the clocks, cut off the telephone.

Prevent the dog from barking with a juicy bone,

Silence the pianos and with muffled drum

Bring out the coffin, let the mourners come.

Let aeroplanes circle moaning overhead

Scribbling in the sky the message He is Dead,

Put crêpe bows round the white necks of the public doves,

Let the traffic policemen wear black cotton gloves.

He was my North, my South, my East and West,

My working week and my Sunday rest

My noon, my midnight, my talk, my song;

I thought that love would last forever, I was wrong.

The stars are not wanted now; put out every one,

Pack up the moon and dismantle the sun.

Pour away the ocean and sweep up the wood;

For nothing now can ever come to any good.

§

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforti e fra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino gli aereoplani lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano i guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed il mio Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: avevo torto.

Non servono più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai nulla può giovare.

WYSTAN HUGH AUDEN

Se non riesco a dormire

conto le stelle radunate
nel palmo della mia mano

Tra una tela e l’altra
mi fermo quanto basta
per fondermi con i pennelli
i colori che invento
raccontando storie di vetro…non mie.

L’anima attingo
dalle ceneri dei sogni ,
[c’è troppo grigio …sottolinei]
e di tanto in tanto mi concedo
ai giardini del silenzio
come musa

mi contagi
mi piovi dentro

“Sono qui” mi dici
…..sapessi quanto vale
in quest’uggiosa domenica….

Anileda Xeka

Published in: on dicembre 22, 2011 at 06:50  Comments (3)  
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Il silenzio dell’allodola

Non importa che giorno è oggi.
La sveglia suona anche nei giorni di festa
come oggi, che non è necessariamente domenica.
Giorni uguali a quotidianità rattoppate da doveri
e inseguimento di soldo sporco, letale
d’ogni libertà ormai usurata
dagli incravattati perbene.

Tu dormi ancora nel tuo letto
e mai vorrei farti vedere il vuoto
dei miei occhi che non sanno uscire
da una prigione d’amore
consumata in violenza d’un vizio
che ho lasciato perdere
da quando hai deciso di venire al mondo.

Mi ascolti sovrano nei miei sensi di colpa;
lo trasmetto col mio portarti un pezzo di pane
con una nutella che non potrei permettermi,
ma tutto accetto, tranne quel po’ di buono
che mai oserei togliere ad un palato
che fino all’altro ieri mi rigavi d’emozione il viso
e non riuscivo a trattenermi dal pianto.

I giorni di sole come giorni di pioggia.
Non sanno fare la differenza.
E’ tutto annebbiato da tristezza di solitudine
non condivisa.

Parlano di luoghi lontani tutte queste voci
ammassate nella ricerca di scoop inventati
oltre le semplici verità di immense sofferenze.

E di me si parla poco.
Solo perché sono italiana generosa di vita
alla cui vita non so dare altro che assenza.
Il sostegno è una sabbia mobile che mi sta facendo affogare.
L’italianità e la mia unione con te
è spenta da bombe lacrimogene
che mi sento sullo sguardo anche se buttate a distanza.

Gioia come tristezza.
Non c’è nessuna differenza.

Almeno oggi sto afferrando la mia apatia
incarnata da una scopa che spolvera tutte le sporcizie
d’una ricchezza falsamente raccomandata
in uffici di Gran Ricchezza:
simboleggiano il potere
e la mia schiavitù venduta al miglior offerente.

Glò

Scarpette rosse

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald

servivano a far coperte per soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald

erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perchè i piedini dei bambini morti non crescono

c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perchè i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

JOYCE LUSSU

Il poco senso della vita

E’ come se la bambina che c’è in me
fosse rimasta da sempre in attesa

[e non per una Barbie mai avuta
e nemmeno un Cicciobello
anche la nutella è arrivata tardi]

Sarà che son cresciuta troppo in fretta
nel mio vestito, la domenica alla messa
sarà che m’hanno detto di pregare
specie quando l’anima e la carne
si dibattono in un letto
ma anche altrove.

” Bussate e vi sarà aperto
chiedete e vi sarà dato”

Sarà che ho visto gente poi morire
un rosario e una preghiera
per altri manco quella
e pugni e sangue sulle porte
chiuse a chiave
.
le grida di chi voleva rimanere
gli spergiuri delle madri
a seppellire figli in poca terra.

Sarà che se hai fortuna di invecchiare
t’accorgi d’essere da solo
e che il peso del non senso
non lo si può tarare.

Beatrice Zanini

Nymphaea lotus

Segretamente vivo la verità dei pesci
un mondo dove l’acqua mi regge
e il tempo è niente.
Un mondo dove il solo perimetro è un’ellisse
e come una clessidra sei tu
quando mi vieni, con la mia tazza della domenica
e un ulivo.
A dirmi che una bella figura faccio ancora,
e che restarmi addosso sa di ciliegie al sole.

Massimo Botturi

Published in: on aprile 1, 2011 at 07:08  Comments (6)  
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