Mimetizzando-me

Libererò questo piccolo cuore in esilio
riassettando un letto d’emozioni
adagiandomi sopra un cuscino di sogni
sotto a un soffitto di cielo in abbraccio
e una coperta di nuvole rosa e d’arancio…
Afferrerò l’ultimo drappo di magia
prigioniera ancora del dolore
inventerò la mappa del tuo cuore
fantasticando, sognando, vivendo
resti di follia e una mimetica….

Beatrice Zanini

Torino

Quante volte tra i fiori, in terre gaie,
sul mare, tra il cordame dei velieri,
sognavo le tue nevi, i tigli neri,
le dritte vie corrusche di rotaie,
l’arguta grazia delle tue crestaie,
o città favorevole ai piaceri!

E quante volte già, nelle mie notti
d’esilio, resupino a cielo aperto,
sognavo sere torinesi, certo
ambiente caro a me, certi salotti
beoti assai, pettegoli, bigotti
come ai tempi del buon Re Carlo Alberto…

“…se ‘l Cônt ai ciapa ai rangia për le rime…”
“Ch’a staga ciutô…” – “‘L caso a l’è stupendô!…”
“E la Duse ci piace?” – “Oh! mi m’antendô
pà vaire… I negô pà, sarà sublime,
ma mi a teatrô i vad për divertime…”
“Ch’a staga ciutô!… A jntra ‘l Reverendô!…”

S’avanza un barnabita, lentamente…
stringe la mano alla Contessa amica
siede con gesto di chi benedica…
Ed il poeta, tacito ed assente,
si gode quell’accolita di gente
ch’à la tristezza d’una stampa antica…

Non soffre. Ama quel mondo senza raggio
di bellezza, ove cosa di trastullo
è l’Arte. Ama quei modi e quel linguaggio
e quell’ambiente sconsolato e brullo.
Non soffre. Pensa Giacomo fanciullo
e la “siepe” e il “natìo borgo selvaggio”.

Come una stampa antica bavarese
vedo al tramonto il cielo subalpino…
Da Palazzo Madama al Valentino
ardono l’Alpi tra le nubi accese…
È questa l’ora antica torinese,
è questa l’ora vera di Torino…

L’ora ch’io dissi del Risorgimento,
l’ora in cui penso a Massimo d’Azeglio
adolescente, a I miei ricordi, e sento
d’essere nato troppo tardi… Meglio
vivere al tempo sacro del risveglio,
che al tempo nostro mite e sonnolento!

Un po’ vecchiotta, provinciale, fresca
tuttavia d’un tal garbo parigino,
in te ritrovo me stesso bambino,
ritrovo la mia grazia fanciullesca
e mi sei cara come la fantesca
che m’ha veduto nascere, o Torino!

Tu m’hai veduto nascere, indulgesti
ai sogni del fanciullo trasognato:
tutto me stesso, tutto il mio passato,
i miei ricordi più teneri e mesti
dormono in te, sepolti come vesti
sepolte in un armadio canforato.

L’infanzia remotissima… la scuola…
la pubertà… la giovinezza accesa…
i pochi amori pallidi… l’attesa
delusa… il tedio che non ha parola…
la Morte e la mia Musa con sé sola,

Ch’io perseguendo mie chimere vane
pur t’abbandoni e cerchi altro soggiorno,
ch’io pellegrini verso il Mezzogiorno
a belle terre tiepide e lontane,
la metà di me stesso in te rimane
e mi ritrovo ad ogni mio ritorno.

A te ritorno quando si rabbuia
il cuor deluso da mondani fasti.
Tu mi consoli, tu che mi foggiasti
quest’anima borghese e chiara e buia
dove ride e singhiozza il tuo Gianduia
che teme gli orizzonti troppo vasti…

Evviva i bôgianen… Sì, dici bene,
o mio savio Gianduia ridarello!
Buona è la vita senza foga, bello
godere di cose piccole e serene…
A l’è questiôn d’ nen piessla… Dici bene
o mio savio Gianduia ridarello!..

GUIDO GOZZANO

 

Tienimi stretta

Al tuo corpo
E avvolgimi
Come la luce
Bacia
Mimose di marzo
E il profumo
Sa di pace
E d’azzurro
Fino a strapparmi
Il fiato
Fino a divenir
Tutt’uno
Anima e corpo!

Inebriami
Del tuo vino
Distillato
D’uva
E passione
Carezze sospese
In cieli
Che non so parlare
A giocar con la brezza
Che abbraccia
I campi di grano
E semina vite
Con i chicchi
Dispersi
Nell’aria !

Amami
Come un poeta
In esilio
Che s’inchina
Al mare
E seppellisce
Tra le onde
Le sue lacrime
Malinconia
D’un canto
Che porta in serbo
Un nuovo sorriso
Un sogno nuovo
Da donare
E salvare in volo

Cammina
Accanto a me
E fammi sentire
Come se questa
Fosse
La mia terra!

Anileda Xeka

I tre fiammiferi

Mi hanno accolto
nelle ore del esilio
le immagini riflesse
su occhi sgomenti
di piccole case
abitate da odori
conosciuti
sapori che mi porto dentro.
Piccoli fiammiferi
di fiabe lontane
che diventano focolari
sempre accesi
un attimo prima
dello spegnersi del
sogno
in un caldo unico
abbraccio
che non ammette
ripetersi.

…ho finito i fiammiferi.
La legna spavalda nel camino
guarda le mani agghiacciate.

Anileda Xeka

Published in: on febbraio 2, 2011 at 07:14  Comments (1)  
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La storia non insegna

La storia che chiama
ma nessuno risponde
è più forte di tutto
la bestia dell’uomo
la prepotenza sull’altro
la stupidità del potere.

Il selciato è levigato
da millenari cammini
tutti distanti
dall’amore del prossimo
per vivere sopra
per non pensare alla morte.

Il tutto condito
con grande ignoranza
delle esperienze passate
che insegnano solo
a quei sfortunati
a cui funziona la testa.

Le parole son canti di lupi
fattesi volpi
per ingannare chi ascolta
con la mitria e il bastone
il bavaglio alla bocca
la prigione e l’esilio.

Lorenzo Poggi

Vento a Tindari

Tindari, mite ti so
fra larghi colli pensile sull’acque
dell’isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.

Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima.

A te ignota è la terra
ove ogni giorno affondo
e segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.

Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo nel buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.

Tindari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.

SALVATORE QUASIMODO

Lotta continua

“Poesia è lotta continua contro silenzio, esilio ed inganno”

LAWRENCE FERLINGHETTI

Published in: on maggio 19, 2010 at 07:00  Comments (1)  
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Re_iter_azione

Bisogna avere mani quasipetali
respiro di ciniglia
per carezzare i sensi dell’esilio
come foglie di salice
e bande periferiferiche
per digitare l’anima

un tempo avevo graffi sulle gambe
si coglievano more
bastava che si stesse bene di salute
i bambini giocavano in giardino
erano già affacciati al mio domani

tra conti da pagare
e giorni registrati nella scatola nera
da leggersi nel caso di caduta
nacqui dal mio passato
levatrice
del mio destino insolito
vissi di tante vite e tanti amori.

Mi pronuncia lontano
ascolto da vicino
e sono qui
che amo

Cristina Bove

A(f)FONDO

Perché sono finiti i tempi
dei segnali rotondi e dei capelli
scendo a tentoni e scavo le mie sere
in cerca di

se lo trovo -segno che c’era-
è libertà di un giro
controverso
come un pagliaio nell’ago

la nudità e l’esilio
didascalici
punti di non ritorno

potresti essere il verbo dei miei giorni
– un giaguaro sornione
acquattato nell’angolo del letto –
un’esca di parole
se un po’ d’amore ti fiorisse in bocca.

Cristina  Bove

Ritorno a casa


Smarrita la voce nel silenzio
mi ritrovo percettivamente flessibile.
Ovattato mormorio del cuore,
straordinariamente quieto.
Si misurano gli occhi nell’oscurità,
percepiscono un pianeta immaginario,
magicamente vergine.
Si sgretola il muro dell’odio di Gerusalemme
nessuna frontiera resiste
solo barriere coralline incontaminate,
ricche di prezioso plancton.
Si annullano inutili distanze
si vanifica l’ignoranza
rifiorisce la foresta amazzonica
e torna lucente la calotta
a scaldar le membra di speranza.
Bambini, teneri arboscelli
crescono alti nel giardino dell’innocenza;
del passato ricordo sfumato,
triste sudore in palloni cuciti
di misera vergogna.
Ritorniamo senza indugi a casa
avrà senso l’amaro esilio.
Ritorniamo a grondar acqua,
acqua di immacolato amore,
acqua di magnifica sapienza.

Roberta Bagnoli