Dissolvenza

Si dissolve facile
il vigore del dover essere
nel seducente desiderio
di realizzarne la volontà.
Come frecce di ghiaccio
freddo fuoco esso infligge
all’ingenuo pianto di lacrime.
Sulle sane incertezze infuria
dubbi che sanno di voglie
e innanzi a chi pondera
soltanto quel che emerge,
strugge parole imprudenti
rivolte a scolpire la reale
sostanza dell’essere.

Daniela Procida

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Rumore di pioggia

  
             Dolce
            rumore di pioggia
            monotono
            eppur vario
            inedito
            familiare
            compagno
            di intimi pensieri.
            Scende
            il crepitio
            negli anfratti dell’essere
            e l’anima affiora
            fulgente fra gocce.
            Si culla
            in questa nenia
            antica
            carezza di padre.

           Graziella Cappelli

Published in: on dicembre 26, 2011 at 06:55  Comments (7)  
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Toccare

PALPAR

Mis manos

abren las cortinas de tu ser

te visten con otra desnudez

descubren los cuerpos de tu cuerpo

Mis manos

inventan otro cuerpo a tu cuerpo

§

Le mie mani
aprono la cortina del tuo essere
ti vestono con altra nudità
scoprono i corpi del tuo corpo
le mie mani
inventano un altro corpo al tuo corpo.

OCTAVIO PAZ

Published in: on dicembre 10, 2011 at 07:25  Comments (4)  
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Momenti

Il nulla mi divora
Consuma il mio ego
Il mio essere si affanna
Il mio respiro si annulla
E la fuga è invano

Stretta nella sua morsa
Rapace del mio esistere
Sospesa fra i margini dell’infinito

Vagheggio per trovare l’appiglio
Mi inoltro fino a l’urlo acume
Per salvare il mio risveglio

E ansante il cuore rapprende
Per un’altra tregua
Concessa

Rosy Giglio

Published in: on novembre 13, 2011 at 07:17  Comments (10)  
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Allegoria

(Giovani amori)

Così, lieve danzavi
sul tappeto del mondo,
col tuo essere errante,
vago sussurro.
Artista immane,
l’inventarughe del tuo viso,
intarsiava
pieghe sinuose, piene
di mille domande nascoste.

Scorrevi i tuoi giorni
stranieri, con l’estro
del rivo dell’alpe.
Cascatelle i sorrisi leggeri,
che posavi incauta qua e là,
tra le mie cose.

Ed uno, fra tanti
l’ ho custodito
e nascosto,
tra i miei sogni veri.
L’uso le sere d’Inverno,
per riattizzare
comete errabonde
e rischiararmi di luce celeste,
mentre cerco le mille risposte,
nascoste,
tra le grinze
dei sorrisi di Dio

Flavio Zago

Così…

un sunto, unto di percettibilità
infangata di bugie utopiche provate
qualche tempo fa.
s-poesata di poesia,
anche sulla tastiera dove batto
(e non come inchiostro mancante
al mio esser circonferenziata di pensieri
su semplice carta bianca)
per la fretta, per la mania d’estrarre

oro colato guardato come ferro fuso
nella dimenticanza arrugginita
di ciò che si pone
al di sopra d’un io da sembrare a tutti i costi

dove c’è il sole c’è anche ombra
accigliata all’angolo d’un albero
dove osservare il movimento personale
della terra avvoltolata,
dal proprio ego

troppo l’essere al centro
troppo esagerato il movimento
vorticoso in giustificazione
lampante d’una lingua che scrive
di proprio tempo in assonanze
da interpretare

ma adesso prendo l’ombrello
per camminare ascoltando
il ticchettìo della pioggia
(ma no. adesso vado ad ascoltare
la pioggia chè l’essere umano
strilla solo le proprie capacità aggiuntive
senza la preoccupazione
di come puoi stare tu,
povera scema d’una Giovanna D’Arco
d’altri tempi)

Cerco la semplicità nel cuore
delle parole tradotte da una scatola.
Trovo presupposti opposti
al desiderio di conoscenza.

Glò

Ho da fare

Senza indulgenza
con rigido possesso
hai costruito la tua dimora
nelle viscere del mio essere

il paradiso hai trovato nel mio corpo
silenzioso esordisci nelle mie carni
senza preoccuparti del male che dilaghi

non ti accorgi che ho da fare?
voglio ancora

Voglio sussurrare il mio respiro
insieme al mio sorriso
eco di parole ho da dare ai miei cari
cumuli di carezze alle mie gioie generazione
devo dare ancora
schivarti voglio
perché ho da fare

Rosy Giglio

Published in: on settembre 11, 2011 at 07:07  Comments (8)  
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Coma

Immobile è lo sguardo
Occhi fissi nel vuoto
ravvisano ciò che il mondo
non coglie, percepiscono
l’infinito dello spazio.

Tra le spire della mente
In una lontana dimensione
si è nascosta la ragione
sospesa fra terra e cielo
In un vortice di emozioni.
Solo la macchina oscilla
ininterrottamente in ugual misura
segna sullo schermo linee
che denotano la vita
quale vita?
Quella del dolore
della completa empatia
in quel essere inerme

Un piccolo palloncino
gonfia la sua membrana
si riempie di parole non dette
di pensieri non espressi
di sospiri fatti di emozioni
di vita piena, troncata all’improvviso
da un alito di vento.

Gianna Faraon

Castoro (Ricordi catturati)

 
Non trovo il punto interrogativo / come faccio / a togliermi d’impaccio / è tremenda questa / tastiera  di computer / e adesso tutto il mondo è in mano a loro!
Senza scrupolo alcuno / uccidono Natura
i loro interessi di crescente oro.
Fittizio bluff:  mai  un’epoca intrigante come questa,
coi  microchips, surrogano la scienza / nascosta col tempo senza tempo / ci fanno credere ciò che voglion loro.
Meno di nulla / quello che accompagna / la  vita dell’indomito castoro.
Dal nulla senza nulla siam venuti e, ricordando niente,
ci si appresta, senza equivoco alcuno, alla Gran Festa.
Finale  d’altri  tempi di altri luoghi,  anticipo di sogni
mai vissuti,  strani ricordi che non passan mai,  
né intelligenza rendon manifesti.
Ma manifesti a chi,  se non son nati,  passanti
d’ogni volta e d’altri lidi,  passanti che, continuamente infidi,  
ricordano la vita ad altri cuori.
E giunge – giorno dopo giorno – l’esperienza  del sempre,
sempre in cadenza simile,  indelebile, che  scivola nel vento
ad ogni vita.
Grama nei più.  Per tutti l’esperienza in quel tratto di penna
di . . . chi non vuol morire. Paradossale:
perché  non  siamo  nati  mai, e mai morremo, eterni,
in ogni forma di tempo.  Non certi di certezza,  né di vaghe blandizie,  ci avviciniamo in relativo lento,  decadimento  umano come lieve carezza.
Lesta,  e vicina,  Festa Grande è la nostra,  terminale,
vibra lasciando fuori dell’Essere, di tutti noi,
la cenere.

Paolo Santangelo

Sfinge

Tu hai il potere di logorare l’anima
e fiaccare lo spirito
che ingoia senza posa
ogni essere vivente
come un immenso buco nero?
O sei la Nemesi del fragile uomo
che rosicchi inesorabile
risucchiando nelle fauci
ogni alito della sua vita?
O sei l’Echidna, madre di mostri orripilanti,
che si insinuano nei nostri cuori?
Nascondi la gioia e la pace,
dispensi tristezze e angosce.
Dimmi chi sei.
Forse la colpa, la pena d’esser nati?
Svelati.
Che io possa sfuggire
al tuo disgustoso abbraccio
e sorridere felice al cielo
ai fiori che sbocciano
alle foglie che tremolano
al fiume che lento scorre
agli occhi dolci della mia donna.

Nino Silenzi