La notte del falò migliore

Quando da queste mani aperte
il mare è lontano, lontanissimo,
nell’ora della calma solitudine
io guardo sempre il cielo.

Non più l’onda dei primi sogni
dentro i grandi occhi scuri
né l’imponente nave americana
da seguire fino a non vederla più.

Ora, qualche azzurro su di me
e nuvole ad imitar le spume
me lo ricordano, quel mare.
Ma non è la stessa cosa, non è.

Assente è la notte del falò migliore,
acceso sottovoce sulla riva amica
coi rami secchi a sfiorare l’acqua
e poi vedere quant’eravamo bravi.

Falchi e puledre disposti a mezzaluna,
tutti a bruciare i giornali dei grandi.
tutti a fissare il rosso che cresceva,
la stanchezza messa un po’ in disparte.

L’amore, allora, si muoveva in fretta,
al solo accenno d’uno sguardo appena,
al primo vento di confuse tenerezze,
al passo lesto dei migliori anni.

Aurelio Zucchi

Maremma

Terra dal gusto amaro,
zolle grigie strappate al mare,
cespugli d’erba cattiva
come capelli radi
di vasi senz’acqua.

Letti di torrenti senza voglia
su ragnatele profonde
di terra spaccata
ormai smemore di sé
s’affastellano in parata.

Tracce di falò dagli occhi truci
intorno al ferro rosso
del marchio di schiavitù
di società maschiliste
di femmine di fuoco.

Lorenzo Poggi

Indignados

Nelle mani del tempo,
nel vuoto d’idee,
s’affaccia alla luce
una nuova speranza.

E’ fede di noi, novelli profeti
che stiamo gridando
in tutte le piazze
che siamo cresciuti
che non c’ingannate.

Finiti gli orpelli,
i fronzoli belli,
le frasi ad effetto
per chi se la beve
orbato di tutto.

Non c’è più danza
intorno ai totem,
né schiene prostrate
per i potenti di turno.

E’ finita le legna per i falò,
falsi traguardi senza futuro,
stupidi led raschianti il cervello.

Avete commesso un tragico errore:
ci siamo messi a capire da soli
intrecciando parole e pensieri,
costruendo la rete
che vi ha denudato.

Lorenzo Poggi

Il ballo delle cento speranze

Respirando il tempo duro
che via via inzuppa di finito
la galassia delle cose andate,
il colore del futuro è da inventare.

Nella macina degli errori
che mai avrei voluto fare,
verso i sospiri del cuore distratto
e salvo i sorrisi degli amori.

Chissà per quanto ancora
il ballo delle cento speranze infuria
quando troppa folla si assicura
lungo le vie colme di presente…

Quanto bisogno c’è di sognare?
Sono falò di spiaggia abbandonata
che fuma frammenti e lento li disperde.
Sono solo, nonostante il mare.

Aurelio Zucchi

Forza ragazzi, accendiamo un falò!

Brucia il deserto che io immaginai
con una palma e con un disco blu.

Forza ragazzi, accendiamo un falò!
Rispetto ad allora è più facile adesso:
pur non richieste, scintille di fuoco
vengono offerte su piatti di sangue.

Brucia il tappeto sul quale volai
verso la reggia del despota sogno.

Forza ragazzi, accendiamo un falò!
Buttiamo là dentro il peggio di noi
e la cupidigia che droga il tempo
fino a comprimere albe e tramonti.

Brucia quel mare dove nuotai
verso una nave armata di pace.

Aurelio Zucchi

I gitani

Sulle righe incantate del tempo,
spartito infinito di cose accadute,
sale prudente un canto gitano.

Si misura col lento fluire del fiume
quando sente l’arrivo del mare
perdendosi in rigagnoli ritrosi.

Racconta di vesti sfarzose
dai mille colori indecenti
danzanti intorno ai falò.

Racconta il muggito del toro,
il nero del fango, i cavalli nervosi,
i carri colorati, le pile di rame.

Racconta la vita senza problemi
come fringuelli che giocano al sole.

Lorenzo Poggi

Published in: on novembre 30, 2010 at 07:02  Comments (6)  
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Accompagnami ad un falò nel sole

Accompagnami ad un falò nel sole
dov’è che e a volte sono già stato, io,
bruciando per la troppa fretta avuta
attese di felicità rincorsa
al sorgere dei sogni più svariati.

Chissà che, in due, quel mio coraggio
non si rafforzi sino a diventare
d’eroe il gesto che risolve tutto
nel decifrare il rebus del successo.
Ma di quale successo parlo, adesso?

Mi riferisco all’essere appagato
nel mare di serenità raggiunta
nel quale, qualsivoglia l’onda sia,
mai annegare nei duri rimorsi
e invece seguir l’esatta rotta

per approdare al primo adatto scoglio,
mano di un’isola che è senza forma
giacché la forma poi sarà fissata
dai chiari segni scritti in una vita
che finalmente intravede alcova.

Aurelio Zucchi

Sogni

A volte mi perdo
tra sogno e realtà,
afferro le tenebre
per dargli la luce,
cerco il crepuscolo
d’un fuoco acceso,
con la mia ombra
che si cancella
tra una favilla e l’altra
del mio falò.

Adesso che è giorno
mi giro intorno
cercando i sogni
venuti di notte
che fanno capriole
per farsi scordare
con qualche flash
senza legame
solo il sapore
d’un pezzo di storia
che si confonde
con la realtà.

Lorenzo Poggi

Published in: on luglio 13, 2010 at 07:25  Comments (5)  
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Dogliani, agosto 1943

Era un Agosto
di un’alba piatta, molle
e senza vento.

Arrivarono a gruppi
neri figuri
formiche avide
in affannosa ricerca
di cibo e
fecero falò
di case, donne e bambini.

Ritornarono stanchi
a meriggio assolato
gli uomini dai campi
e dalle sinuose
colline langarole
un urlo squassò
tutta la vallata.

Tornava mia madre
canticchiando
capelli al vento
e libri sulla spalla.

Cadde trafitta
piegata su ceneri bianche
e resti di famiglia già
violata da sciacalli
vagolanti attorno.

Ancor oggi gli occhi
son velati.

Tinti Baldini

Mia madre, quando avevo cinque anni, mi fece vedere la foto, un poco sbiadita, di mia nonna Cristina, bella, altera, con un sorriso seduttivo che aveva incantato mio nonno che la sposò diciassettenne, lui di 35 anni, e la amò come fosse la sua “principessa”…poi cominciò il suo racconto: “Un giorno, a Dogliani, dove tua nonna con sua madre trascorrevano l’estate (era il 3 Luglio del 43) in una casetta in collina alta e stretta tra noccioli e faggi, arrivò uno squadrone fascista e cominciò a dar fuoco prima alle stoppie  e poi via via alla case. Gli uomini erano al lavoro nei campi o in città, i ragazzi a scuola ad Alba e le donne in casa (il caldo era liquido, quasi si vedeva) o al lavatoio. Molte uscirono di corsa con i piccoli al seno ma tua nonna dovette prendere in braccio sua madre invalida e piuttosto pesante e non riuscì ad uscire.”  Io allora ben poco capii sia di squadroni o di fascisti, ma della sua fine sì, anche se non avevo idea alcuna di che cosa significasse morire bruciata. Poi, crescendo, leggendo varie lettere degli zii (uno di loro non è più tornato da Via Tasso), ascoltando racconti del nonno che mai si è ripreso da quel ghiaccio nel cuore e ora, andando su Internet, ho aggiunto informazioni sull’eccidio. Sono morte cinque donne e tre bambini arsi vivi, gli altri sono arrivati ai campi…si è trattato di una rappresaglia perchè molti della zona avevano ospitato partigiani o ebrei. I loro nomi sono incisi su una lapide del cimitero di Dogliani dove è sepolto Einaudi e tutta la sua famiglia. Mia madre da quel giorno è rimasta bambina e mai è riuscita a vedere la vita vera, ma solo quel suo mondo fatto di urli e cenere …e io faccio fatica  a trovarne ragione.