Ottobre

Nei mattini d’ottobre
quando i sogni
di me fanciullo
cominciavano a empirsi di brezza e di voci
(qualcuno aveva aperto una finestra
e se n’era andato lieve)
il treno che passava a quell’ora
non lontano, con la sua criniera di fumo
e i fischi, mi dava un dolce e muto terrore.
Io gli giacevo sotto senza pensieri
con il fragore nelle orecchie,
finchè era passato tutto
e la mamma correva verso di me
dall’orizzonte, sudata e fresca
in una vestaglia rosa.
Ero sveglio
e un’ape volava
per l’aria radiosa.
Avrei voluto chiamare e stavo zitto.

ATTILIO BERTOLUCCI

O me donzel

O me donzel! Jo i nas
ta l’odòur che la ploja
a suspira tai pras
di erba viva… I nas
tal spieli da la roja.

In chel spieli Ciasarsa
– coma i pras di rosada –
di timp antic a trima.
Là sot, jo i vif di dòul,
lontàn frut peciadòur,

ta un ridi scunfuartàt.
O me donzel, serena
la sera a tens la ombrena
tai vecius murs: tal sèil
la lus a imbarlumís.

§

O ME GIOVINETTO

O me giovinetto! Nasco
nell’odore che la pioggia
sospira dai prati
di erba viva… Nasco
nello specchio della roggia.

In quello specchio Casarsa
-come i prati di rugiada-
trema di tempo antico.
Là sotto io vivo di pietà,
lontano fanciullo peccatore,

in un riso sconsolato.
O me giovinetto, serena
la sera tinge l’ombra
sui vecchi muri: in cielo
la luce acceca.

PIER PAOLO PASOLINI

Il buon raccolto

 
Voglio vivere pienamente
il tempo che ho a disposizione
e voglio farlo con il canto sulle labbra,
non importa se il grano non maturerà in fretta
avrò la forza dell’attesa e la pazienza necessaria
per vederlo alto e biondo come il fanciullo
che cresce rigoglioso.
Aspetterò in silenzio
che sorga il sole
e non sarà sole spento
ma sarà bianco come il giglio,
lo supplicherò di carezzare piano il campo,
che non bruci neanche un solo chicco.
Aspetterò con fede il nuovo raccolto
e sarà  buona messe se il cuore
avrà attecchito il seme della pace.
S’inebrierà la terra di sospirata quiete.

Roberta Bagnoli

Continua il tuo sogno scanzonato

 
Cullar vorrei la tua stanchezza,  
sussurrarti che il sole sorgerà,
scaldare il cuore freddo di paure
e riempirlo di speranze nuove.  
Posar vorrei il viso sul tuo capo,
sui capelli adesso ben curati,
ricordando quei riccioli castani
da bimbo sempre un po’ arruffati.
Quasi in sordina ribaciarli lieve,
sfiorandoli con labbra inavvertite,
facendo penetrare quel calore
che è d’amore e non puoi ignorare.
Di nuovo rimboccarti le coperte
sperando di trovare quel beato         
sorriso dagli angeli dipinto                       
sulla bocca di bimbo spensierato.
Oggi  che la vita t’ha inasprito,
che impreviste prove  t’han stremato,  
ghermisci quel fanciullo fiducioso,
continua il tuo sogno scanzonato!

Elide Colombo

Non sempre verde è il colore dell’infanzia

Quando lasci il dolore affondare
le brulle sue radici nell’iride innocente,
nell’assenza, tradisci te stesso,
quello che fosti ed il fanciullo che fuggi.
Divieni fumo di fiamma che muore
candela cui la luce flebile s’estingue
tra dita insensibili con l’ultimo baleno.
Eludi un’anima implorante, soltanto,
che le si tinga la nemica trasparenza.
Le frusti la vita se la vedi e l’ignori
ma se ascolti il coraggio d’amare
capirai il rintocco lungo
e lo sgranarsi orribile delle sue palpebre
in lontana solitudine.
Udrai bruciare le sue ciglia
ed il tonfo cupo della cenere franata
dal suo pianto in umile silenzio
al sorriso umano che le avrai spiegato.
Non è di semplici occhi quell’iride
che nulla sa dell’ipocrita notte,
nulla della tua mano incurante
che la scrolla come polvere molesta.
Occhi ignari di saper volare alto
scuotendo voci distratte o riluttanti
con la sferza dei rifiuti subìti
con il ricordo della tua indifferenza.
Ombrose non solo, slargate pupille,
cave di marmo pregiato esistono
per provare il tuo impegno,
scolpire, plasmare la tua benevolenza.
Così vagano quelle rare preziosità
e nel nostro mondo restano o
troppo spesso partono per l’Altro
confinate in tristi castoni
senza alcuno di sana volontà
ad estirpare il prisma grigio-bruno
che di tanta, infelice pochezza
è grave riflesso.

Daniela Procida

Torino

Quante volte tra i fiori, in terre gaie,
sul mare, tra il cordame dei velieri,
sognavo le tue nevi, i tigli neri,
le dritte vie corrusche di rotaie,
l’arguta grazia delle tue crestaie,
o città favorevole ai piaceri!

E quante volte già, nelle mie notti
d’esilio, resupino a cielo aperto,
sognavo sere torinesi, certo
ambiente caro a me, certi salotti
beoti assai, pettegoli, bigotti
come ai tempi del buon Re Carlo Alberto…

“…se ‘l Cônt ai ciapa ai rangia për le rime…”
“Ch’a staga ciutô…” – “‘L caso a l’è stupendô!…”
“E la Duse ci piace?” – “Oh! mi m’antendô
pà vaire… I negô pà, sarà sublime,
ma mi a teatrô i vad për divertime…”
“Ch’a staga ciutô!… A jntra ‘l Reverendô!…”

S’avanza un barnabita, lentamente…
stringe la mano alla Contessa amica
siede con gesto di chi benedica…
Ed il poeta, tacito ed assente,
si gode quell’accolita di gente
ch’à la tristezza d’una stampa antica…

Non soffre. Ama quel mondo senza raggio
di bellezza, ove cosa di trastullo
è l’Arte. Ama quei modi e quel linguaggio
e quell’ambiente sconsolato e brullo.
Non soffre. Pensa Giacomo fanciullo
e la “siepe” e il “natìo borgo selvaggio”.

Come una stampa antica bavarese
vedo al tramonto il cielo subalpino…
Da Palazzo Madama al Valentino
ardono l’Alpi tra le nubi accese…
È questa l’ora antica torinese,
è questa l’ora vera di Torino…

L’ora ch’io dissi del Risorgimento,
l’ora in cui penso a Massimo d’Azeglio
adolescente, a I miei ricordi, e sento
d’essere nato troppo tardi… Meglio
vivere al tempo sacro del risveglio,
che al tempo nostro mite e sonnolento!

Un po’ vecchiotta, provinciale, fresca
tuttavia d’un tal garbo parigino,
in te ritrovo me stesso bambino,
ritrovo la mia grazia fanciullesca
e mi sei cara come la fantesca
che m’ha veduto nascere, o Torino!

Tu m’hai veduto nascere, indulgesti
ai sogni del fanciullo trasognato:
tutto me stesso, tutto il mio passato,
i miei ricordi più teneri e mesti
dormono in te, sepolti come vesti
sepolte in un armadio canforato.

L’infanzia remotissima… la scuola…
la pubertà… la giovinezza accesa…
i pochi amori pallidi… l’attesa
delusa… il tedio che non ha parola…
la Morte e la mia Musa con sé sola,

Ch’io perseguendo mie chimere vane
pur t’abbandoni e cerchi altro soggiorno,
ch’io pellegrini verso il Mezzogiorno
a belle terre tiepide e lontane,
la metà di me stesso in te rimane
e mi ritrovo ad ogni mio ritorno.

A te ritorno quando si rabbuia
il cuor deluso da mondani fasti.
Tu mi consoli, tu che mi foggiasti
quest’anima borghese e chiara e buia
dove ride e singhiozza il tuo Gianduia
che teme gli orizzonti troppo vasti…

Evviva i bôgianen… Sì, dici bene,
o mio savio Gianduia ridarello!
Buona è la vita senza foga, bello
godere di cose piccole e serene…
A l’è questiôn d’ nen piessla… Dici bene
o mio savio Gianduia ridarello!..

GUIDO GOZZANO

 

Un fanciullo in te

 
Vorrei cullare la tua stanchezza
sussurrarti che sorgerà il sole
a scaldare il cuore freddo di paure
e riempirlo di  speranze nuove.  
Vorrei posare il viso sul tuo capo
dai capelli ora ben curati
come fossero i riccioli castani
che da bimbo tenevi un po’ arruffati  
e baciarli lieve lieve
sfiorando  labbra inavvertite
finché penetri quel calore
che è d’amore e non puoi ignorare.  
Rimboccarti ancora le coperte
sperando di ritrovare il sorriso
che gli angeli dipingevano beato
sulla tua bocca di bimbo spensierato.  
Ora la vita ti ha indurito
prove e disinganni ti han provato
ma non perdere quel fanciullo fiducioso
continua nel tuo sogno scanzonato.

Elide Colombo

Madonna

Se la poesia si fa preghiera,
a te la mia umile volgo
dimenticata madre da me
tuo infelice figlio.
A te ritorno ora che il mio
tempo come il giorno
si consegna al tramonto.
Cerco la tua mano pietosa
perché carezzi l’anima mia
di tormenti ferita.
Forte della sicura giovinezza
da te m’allontanai per vivere
il mondo.
Sordo ad ogni tuo richiamo
mi spinsi negli errori del peccato,
scelsi il facile volo al navigare
faticoso irridendo e sporcando
quanto nel volo ghermivo.
Chinavo il capo solo al tuo volto
che improvviso m’appariva.
Ave Maria piena di grazia
pur non volendo sussurravo.
Era il tuo richiamo di madre
delle genti.
A quel richiamo risposi spogliato
di presunzione e giovinezza.
Ripresi l’antica via che fanciullo
ricordavo.
Ave Maria, il mio sussurrato saluto
di uomo stanco, in sé perduto
da te ritrovato e nella tua pietà
accolto.

Claudio Pompi

Beviamo!

Beviamo, perchè aspettare le lucerne? Breve il tempo.
O amato fanciullo, prendi le grande tazze variopinte,
perchè il figlio di Zeus e Sémele
diede agli uomini il vino
per dimenticare i dolori.
Versa due parti di acqua e una di vino;
e colma le tazze fino all’orlo:
e l’una segua subito l’altra.

ALCEO

(Traduzione di Salvatore Quasimodo)

Published in: on dicembre 17, 2010 at 07:14  Comments (2)  
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Se la vita sapesse

Se la vita sapesse il mio amore!
me ne andrei questa sera lontano.
Me ne andrei dove il vento mi baci
dove il fiume mi parli sommesso.

Ma chi sa se la vita somiglia
al fanciullo che corre lontano …

SANDRO PENNA

Published in: on agosto 24, 2010 at 07:42  Comments (3)  
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