Confini

Nell’aria della sera
che arrotola gli ultimi fianchi del giorno,
io vado a caccia del miglior confine
per addentrami nei boschi di fiaba.

Ancora un po’ attenderò paziente
i coni della notte senza l’alta luna
e lì alloggerò l’ultimo urlo del vento,
cruda roccia che il sole abbandona.

Cosa sognerò nel buio di poche stelle,
che mi ricordi i fasti delle alte Corti,
che riaccenda luci e voglie matte
perché riveda la casa impossibile?

Aurelio Zucchi

Published in: on maggio 2, 2012 at 07:07  Comments (6)  
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Siamo terrestri?

Ciottoli piccoli nati da qualche meteora
rendono consapevoli di grandiosi eventi
Scrutiamo il cielo cercando, sondiamo l’infinito
come se il mutare del mondo sia dovuto
all’affluire di entità misteriose

Attorno la terra diffonde il suo odore
Il sole ha terminato il suo lavoro
Bianchi tessuti sbattono al vento
come a svelare qualcosa dei fasti celesti
L’ignoto ci avvolge liberandoci

Pensieri rivolti al mistero della vita
si alternano susseguendosi
nella mente, confusa da eventi straordinari
Chi siamo noi quale è il nostro presente il nostro futuro
come pietre preziose ci uniscono nell’universo

Arrivammo cercando un rifugio
ora che le guerre stanno distruggendoci
che l’odio fra umani ci ha nuovamente raggiunti
dove andremo? Ahimè, dove andremo?

Marcello Plavier

Notturno amalfitano

 
Luna ruffiana dell’ultima sera
che in mille schegge argentee sull’acqua
sei dolce culla a barche addormentate.
Ora mi appare questa primavera
stupendamente bella,  se   ripenso
a questi luoghi, alle gioie provate.
Liquida azzurrità, che va   sfumando
all’orizzonte….e si perde nel cielo,
dove l’anima vinta ……si confonde!
Infrattati sentieri, col pensiero,
io ripercorro, e borghi assolati
tra il respiro di felci e verdi fronde;
e su vetuste, frastagliate rupi
ove odorano il mirto e il rosmarino
e scarabeo trascina il suo lavoro;
sgombro la mente dai pensieri cupi.
Ancora giù per bianche scalinate
tra il giallo profumato dei limoni,
finchè il sordo fragore del torrente
mi dà ristoro tra spume ghiacciate.
Violando il sonno delle antiche ville
fantastico di fasti e di esistenze,
gli occhi socchiusi a trattenere il sogno
tra il viola intenso delle b0uganville.

Viviana Santandrea

Torino

Quante volte tra i fiori, in terre gaie,
sul mare, tra il cordame dei velieri,
sognavo le tue nevi, i tigli neri,
le dritte vie corrusche di rotaie,
l’arguta grazia delle tue crestaie,
o città favorevole ai piaceri!

E quante volte già, nelle mie notti
d’esilio, resupino a cielo aperto,
sognavo sere torinesi, certo
ambiente caro a me, certi salotti
beoti assai, pettegoli, bigotti
come ai tempi del buon Re Carlo Alberto…

“…se ‘l Cônt ai ciapa ai rangia për le rime…”
“Ch’a staga ciutô…” – “‘L caso a l’è stupendô!…”
“E la Duse ci piace?” – “Oh! mi m’antendô
pà vaire… I negô pà, sarà sublime,
ma mi a teatrô i vad për divertime…”
“Ch’a staga ciutô!… A jntra ‘l Reverendô!…”

S’avanza un barnabita, lentamente…
stringe la mano alla Contessa amica
siede con gesto di chi benedica…
Ed il poeta, tacito ed assente,
si gode quell’accolita di gente
ch’à la tristezza d’una stampa antica…

Non soffre. Ama quel mondo senza raggio
di bellezza, ove cosa di trastullo
è l’Arte. Ama quei modi e quel linguaggio
e quell’ambiente sconsolato e brullo.
Non soffre. Pensa Giacomo fanciullo
e la “siepe” e il “natìo borgo selvaggio”.

Come una stampa antica bavarese
vedo al tramonto il cielo subalpino…
Da Palazzo Madama al Valentino
ardono l’Alpi tra le nubi accese…
È questa l’ora antica torinese,
è questa l’ora vera di Torino…

L’ora ch’io dissi del Risorgimento,
l’ora in cui penso a Massimo d’Azeglio
adolescente, a I miei ricordi, e sento
d’essere nato troppo tardi… Meglio
vivere al tempo sacro del risveglio,
che al tempo nostro mite e sonnolento!

Un po’ vecchiotta, provinciale, fresca
tuttavia d’un tal garbo parigino,
in te ritrovo me stesso bambino,
ritrovo la mia grazia fanciullesca
e mi sei cara come la fantesca
che m’ha veduto nascere, o Torino!

Tu m’hai veduto nascere, indulgesti
ai sogni del fanciullo trasognato:
tutto me stesso, tutto il mio passato,
i miei ricordi più teneri e mesti
dormono in te, sepolti come vesti
sepolte in un armadio canforato.

L’infanzia remotissima… la scuola…
la pubertà… la giovinezza accesa…
i pochi amori pallidi… l’attesa
delusa… il tedio che non ha parola…
la Morte e la mia Musa con sé sola,

Ch’io perseguendo mie chimere vane
pur t’abbandoni e cerchi altro soggiorno,
ch’io pellegrini verso il Mezzogiorno
a belle terre tiepide e lontane,
la metà di me stesso in te rimane
e mi ritrovo ad ogni mio ritorno.

A te ritorno quando si rabbuia
il cuor deluso da mondani fasti.
Tu mi consoli, tu che mi foggiasti
quest’anima borghese e chiara e buia
dove ride e singhiozza il tuo Gianduia
che teme gli orizzonti troppo vasti…

Evviva i bôgianen… Sì, dici bene,
o mio savio Gianduia ridarello!
Buona è la vita senza foga, bello
godere di cose piccole e serene…
A l’è questiôn d’ nen piessla… Dici bene
o mio savio Gianduia ridarello!..

GUIDO GOZZANO

 

Ricordi

Si fa buio
il sole tramonta presto
l’estate sarà solo un ricordo
impresso in foto sorridenti.
Si torna alla vita di sempre
felici di aver colto i raggi del sole
di essersi bagnati in acque trasparenti
di aver potuto osservare la natura.

Contrasto di cerimonie con fasti costruiti
di visi dipinti
valori materiali restano in terra
consumati.

Soave il giorno che si apre al futuro
senza paure nel domani.

Lo splendore è negli occhi di chi ti ama
nelle carezze di bambagia
che accompagnano le notti

Maristella Angeli