Maremma

Terra dal gusto amaro,
zolle grigie strappate al mare,
cespugli d’erba cattiva
come capelli radi
di vasi senz’acqua.

Letti di torrenti senza voglia
su ragnatele profonde
di terra spaccata
ormai smemore di sé
s’affastellano in parata.

Tracce di falò dagli occhi truci
intorno al ferro rosso
del marchio di schiavitù
di società maschiliste
di femmine di fuoco.

Lorenzo Poggi

Liguria

Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla farsa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove l’erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d’oro sull’omero – dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato
aspetto.

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l’anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall’olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l’amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
– per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.
Marchio d’amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l’anima,
Liguria, che hai d’inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d’improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s’aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,
l’ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d’ombra
dall’oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
– aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s’affacciano al mio cuore deserto.

Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
o la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
i beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.

Chè non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s’accorda a te.

Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell’erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.

CAMILLO SBARBARO

Filo

Cuore
mio
devo riprendere
a tessere
ritrovare le fila
di passeggiate
tra noi
dentro
una tazza caffè
immaginare la tela
radiosa del futuro
ed essere
così virtuosa
da non aspettare più
nessun
Ulisse
piuttosto imparare
tutte
le lingue del mondo
per gridare il mio
dolore
fino in fondo
e poi
risalire come da un pozzo
verso la vita che
è il pane da comprare
ed il
latte fresco perchè alle femmine va bene
e la ginestra da baciare di
gocce dolci
quelle del pianto di sera
e sbattere sabbia dai tappeti
quella del deserto dentro.

Forse viene fuori
dal nostro dirci dentro
un abito
da sposa?
E Maria rispose

Cuore nel mio cuore
che mi sei
entrata
dentro
come se t’avessi conosciuto
in altre vite
io vorrei
unire il mio
al tuo dolore perchè
nonostante il tempo
che passa
non si
placa un
minuto
forse è questo mettere in fila
parole
che passano dal
cuore alla
testa alle mani
che ci unisce più del sangue
più del ventre
più delle
mani se fossimo vicine
io non lo so ma vorrei
il tuo dolore
per farne
pane
a sfamare
acqua a dissetare
per dare un senso
al fiore e
alle api
a figli voluti a quelli negati
alla vita come alla morte
per
continuare
a vivere
senza farmi altro male

Tinti e Maria

Di acque limpide e azzurri cieli


La verità paga sempre ed allora perché mentire.
Com’è che appena piove sprofonda gran parte del Paese.
Ci voleva la distribuzione delle nuove case in televisione
tipico di chi crede nella moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Nuove regole per nuove generazioni i poeti in erba fumano
e son contenti 10 euro spesi bene dal pusher di turno
si muore di cirrosi mica di cannabis.
Ma allora è proprio vero che ci sono maschi che non hanno
mai pagato per fare sesso, per le femmine che lo fanno di professione
è proprio una magra consolazione.
Potevano dirlo prima che “non di solo pane si vive”
l’avremmo preteso tutti almeno un casco di protezione,
di avere i chiodi e non solo la croce.
E i giovani non hanno più valori, non hanno guida,
anche il farmacista ha bisogno del prete
e poco di quello che è vero si vede
e quello che si tocca è poca neve
e si scioglie al sole,
non c’è libertà senza regole
e chi lo controlla il controllore
se nessuno può più parlare,
non ci sarà nemmeno da cantare
non ci sarà da chiedere né da dare
non ci sarà tempo ma solo illusione
dello scorrere di momenti
cui non potremo dare un nome.

Maria Attanasio

Avevi ragione tu…


Avevi ragione tu, come sempre
i figli mi contano i capelli bianchi
ma sono convinti
di sapere più cose di me,
del mio dolore credano sia stemperato
sui minuti le ore e gli anni
senza sapere che tutti insieme
fanno un minuto fa dalla tua fine.
Avevi ragione tu che si perde solo tempo
a pensar male, e che il bene ti ricade addosso
appena lo hai fatto, e che l’amicizia spesso
e vuoto a rendere e che l’amore s’impara
guardando i figli dormire, monitorando il loro respiro
nel tentativo, spesso inutile,di sincronizzarlo col battito
del nostro cuore già così pesante.
Avevi ragione tu, nessuno ti dice che sei importante
se non sei tu il primo a sentirti migliore,
e che le montagne sono sacre come i pascoli,
che la famiglia è una prigione che potrebbe essere dorata
ma a vole è soltanto filo spinato
quello che ci avvolge e ci riavvolge
e scappare è inutile, le femmine hanno il senso di colpa
dentro le ossa, nel sangue versato nei parti ripetuti,
nei primi dentini caduti conservati per anni,
nelle ginocchia sbucciate, nelle materie che a scuola non
riuscivamo a capire.
Avevi ragione tu su ogni cosa,
se mai hai avuto una colpa, ora è mia
e nemmeno voglio sapere il suo nome
da che parte dell’anima urla,
devo solo abituarmi o fingere di non sentirla.

Maria Attanasio