Sarà

Non ricadrà sugli omeri miei
il crine che ieri carezzasti,
s’ondulerà morbido ancora domani
come tregua finale sulla tua spalla,
compagna di chi t’ha dedicato speranze
i mille volti del tormento
i mille ed uno dell’esultanza.
Avrà il colore sciupato delle rughe,
piene, quelle della nostra vita,
la levità ed il peso dell’unione
o l’utile amarezza di certe strane fughe.
Colerà il benefico riposo con l’ennesimo scontro
e la resa compirà il talamo avviato
del sogno lungo che giurammo.
Fumigando d’incenso le ferite
ci planeremo liscio l’uno dentro l’altro,
si tergeranno le anime di pace
nel confortevole amplesso delle ultime sere.

Daniela Procida

Paese bello

Con le pietre delle mura
sempre esposte al sole e al gelo
sotto il cielo che ti cura
e ti copre col suo velo

e le pietre ed i mattoni
delle case ora struccate
ma che per generazioni
sono state intonacate,

e le altre ancor vestite
col vestito rinnovato
che nasconde le ferite
del gran tempo che è passato,

tutta bella sei, Bettona,
con la Piazza e la Fontana,
ch’è un gioiello che ti dona,
e quei giri di collana

delle strade e vicoletti,
che si allargano in piazzette;
con i coppi dei tuoi tetti,
di palazzi e di casette,

chiese e campanili al cielo;
col tuo insieme d’arte e storia,
sei un fiore ed il tuo stelo
è il tuo colle che si gloria

degli ulivi millenari
fin giù al piano, e il Poverello,
e anche Dante, in versi rari,
di te han detto, Paese bello!

Armando Bettozzi

Canto di Natale (a modo mio)

Ho mani e gambe doloranti
A forza di buttar giù Babbo Natale dai balconi
Per liberarli dal vischio e dalla transumanza
Dall’allegoria di canti e stelle inutili
All’evento
E pure il gelo contro
Ché  è notte fonda e mi si ghiaccia l’avvenire
Ed il sorriso stentato.
Eppure corrono i pensieri in cerca di un senso
Della spiegazione al perché per tradizione
Ci si debba indebitare fino al prossimo Natale
Al fine ultimo e non solo di dare a tutti
Un regalo da scartare la tavola imbandita
E un cuore nuovo ma non vero.

Però negli occhi scuri dei ragazzi neri
Fermi agli angoli delle strade in cerca
Del prossimo schiavista che gli dia lavoro
Giornaliero e l’illusione di essere parte del mondo
C’è il gelo del passato che non tollera presente
Né futuro e nelle orecchie non hanno canti
Né cori di angeli celesti
Ma come stalattiti di gelo
Oppure le onde increspate del mare burrascoso
E la dolcezza della laguna innevata
Nemmeno li sfiora.

Che la speranza non sia neve
Che il vento non porti solo passioni passeggere
Che i treni veloci arrivino in stazione
Che gli uomini possano tornare dal lavoro stanchi ma vivi
Che i sorrisi non siano falsi e le ferite già guarite
E le spalle coperte i piedi caldi
E le mani libere da ogni tremore, per tutti.

Maria Attanasio

Il miracolo dei giorni

Acquisto luce
in dimensione
ancestrale
               senza prestiti pretesi
                ai miei sforzi
                  d’amari interrogativi

l’inferriata si spezza
come l’ago tranciato
tra le mie dita in trincea
                 senza punti
                   di ferite profonde
                     annuso l’indolore del sangue
cosparso di credditizia
vita miracolata
dal respiro dei giorni

                senza il giardino
                 delle sue àtone parole
                    siedo al respiro d’una movimentata brezza
di lei ancora
l’inestimabile senso
di suo valore (ancora) in vita.

Glò

D’impronte mobili

E se il mio scrivere
fosse estiva pigrizia
da nascondere al sole?
Mai ho voluto parlare di rivalse
poiché uccise
dal centro periferico
d’esibizionistica prosa inesistente
al cospetto d’impronte mobili
su inchiostro d’avventurosa superbia.

Non transigo nelle rime inesatte del mio vivere
la perfezione delle arrendevolezze mai scoperte
(o sciolte)
come ghiacci imponenti sui poli;
non sarei in grado di stratificarmi
in scienza disordinata
accampata nell’intonazione
d’un caos curativo delle mie ferite
seminate, ormai, dalla longevità
malsana della sua stessa bellezza.

La densità gassosa delle maledizioni interiori
lasciano all’aria senza tempo
il fulcro esistenziale d’un vivere
senza mèta
poiché amiamo le magiche incoscienze
che non osano, con naturalezza, filtrare
persuasioni associate all’arrivo d’armi
nell’immobilità inerme del loro stesso sapore.

Glò

La forza che nello stelo spinge il fiore

 

The force that through the green fuse drives the flower

Drives my green age; that blasts the roots of trees

Is my destroyer.

And I am dumb to tell the crooked rose

My youth is bent by the same wintry fever.

The force that drives the water through the rocks

Drives my red blood; that dries the mouthing streams

Turns mine to wax.

And I am dumb to mouth unto my veins

How at the mountain spring the same mouth sucks.

The hand that whirls the water in the pool

Stirs the quicksand; that ropes the blowing wind

Hauls my shroud sail.

And I am dumb to tell the hanging man

How of my clay is made the hangman’s lime.

The lips of time leech to the fountain head;

Love drips and gathers, but the fallen blood

Shall calm her sores.

And I am dumb to tell a weather’s wind

How time has ticked a heaven round the stars.

And I am dumb to tell the lover’s tomb

How at my sheet goes the same crooked worm.

§

La forza che nello stelo spinge il fiore,

spinge la mia giovane età; la stessa che dilania le radici degli alberi

è la mia distruttrice.

E sono muto a dire alla rosa avvizzita

che la mia giovinezza è piegata dall’identica febbre invernale.

La forza che guida l’acqua tra le rocce

governa il mio sangue; quella che aspira le correnti alle foci

trasforma le mie in cera.

E sono muto a gridare alle mie vene

che alla fonte montana succhia la stessa bocca.

La mano che agita l’acqua nella pozza

Smuove sabbie mobili; quella che imbriglia i burrascosi venti

pure il mio sudario, regge.

E sono muto a dire all’impiccato

quanto del mio essere vi è nel boia che lo impicca.

Le labbra del tempo leccano il punto in cui la fonte sgorga;

l’amore goccia e coagula, ma il sangue che crolla

calmerà le ferite di lei.

E sono muto a dire al vento dell’inverno

come il tempo abbia scandito un cielo intorno agli astri.

E sono muto a dire alla tomba dell’innamorato

come verso il mio lenzuolo strisci lo stesso raggrinzito verme.

DYLAN MARLAIS THOMAS

Sonos ‘e memoria

Cando a sa mente mia tue ti paras

che in sonos de memoria m’ischida

in coro oe mi brujan sas tuas laras

ammentos chi m’abberin sas feridas.

Prite nessi una olta no mi naras

chi mi amaisti tantu e tantu m’amas?

Ojos tristos ch’in delirios e ammentos

che umbras mi lassades su manzanu

preguntende a d’ogni coro amadu

a immagines chi di formant’ in beru

s’idu han in su mundu tantu amore

ca amare tantu es sì tantu dolore?

 §

SUONI DELLA MEMORIA

Quando tu appari alla mia mente

risvegli in me suoni di memorie,

nel cuore mi bruciano le tue labbra

e i ricordi mi riaprono le ferite.

Perché per una volta non mi dici

che mi hai amato tanto e tanto mi ami?

Occhi tristi che in deliri e memorie

come ombre mi lasciate la mattina

chiedendo ad ogni cuore che ama

con immagini che si formano dal vero:

se hanno visto al mondo tanto amore,

perché amare tanto è, sì, tanto dolore?

MARIA CARTA

Published in: on agosto 20, 2011 at 07:00  Comments (3)  
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Storie

Il giorno che perdetti le chiavi
ebbi misura, di scale fredde
e luce rimossa.
Più di un’ora
permisi al nostro inverno
passaggi sciagurati;
ruppe le labbra e interi quaderni del bambino
che mi credevo d’essere ancora:
un rosso mite
senza ferite fonde
né amare solitudini sepolte dentro il corpo.

Massimo Botturi

Published in: on luglio 3, 2011 at 06:56  Comments (3)  
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Amicizia

La coscienza di non essere soli nei momenti tristi
una voce lontana ma presente.
Questa è l’amicizia
il trovarsi per dividere non solo le gioie
ma le incertezze dello spirito
Ascoltare per annullare la solitudine
godere delle gioie altrui, condividere le emozioni.
Non negare quel sentimento d’affetto
linfa al motore della vita.
Amicizia non ha età
non ha il colore della pelle, non conta i cromosomi genetici
non vede l’immagine riflessa nello specchio
accetta ciò che esce dal pensiero dell’anima
L’amicizia è una mano tesa nel tempo
essa accarezza le ferite, cura le piaghe, anche le più infette,
si contagia non abbandona.
L’amicizia è eterna, supera la morte, usa la penna.
Invia testimonianze ai posteri.
Lei è come la brezza nel deserto,
la goccia d’acqua che aiuta a sopravvivere
la stella che illumina la via nascosta
l’amicizia è la linfa dell’anima nell’universo

Gianna Faraon

Assolutamente Io


Ferite
non allineate
si notano i buchi
degli spari
ed il segreto
del sangue svelato sull’asfalto,
non chiarisce il colore
della pelle dell’uomo
che è riuscito a scappare.
Altri sorrisi smaglianti
telecamere smagliate;
l’uomo si fa da parte,
anche il poeta si pente di quello che è:
un essere umano.

Maria Attanasio

Published in: on aprile 21, 2011 at 07:13  Comments (6)  
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