Se i sogni sono bugie

meglio mentire…..

Ho perso di vista me stessa
il mio ruolo non so bene
qual è…
Tra le rovine
di una casa non mia
ascolto il rumore
d’una ferrovia….
Immagino i treni
che passavano lenti,
vecchi binari
fatti di stenti,
carrozze scrostate
che storie raccontan,
eco di voci
pianti di donna…
Sulle rotaie
vecchia ferraglia
traccio una retta,
forse una sfida,
che mi conduca
e non mi divida
dalla bugia
che m’ha ridato la vita!

Beatrice Zanini

Published in: on ottobre 8, 2011 at 07:20  Comments (3)  
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Fra via Massarenti…

STRÀ LA VÌ MASSARENTI

Strà la vì Massarenti e la ferovì
aiè un gropp ad cà e lè aiè la mì
strà la via Guelfa e la San Videl
cla t po’ purter infen al mer.
Lè in cal pognn d’abitazion
a purtè ed men t’è la zitè
con tott i qui par ban cumbinè.
S’at vù al silenzi t’è da tgnir la porta srè
e avert al condiziona tour: acsè t’è da fer
t’è da difendart dal cheld e da l’inquinament
t pò truver arstor in ogni mument
con la porta ban srè inciavardè sbarè.
T p umettar so anc al sbari a la fnestra
acsè da la to galera t pu guardera fora
see par cheso invatta a l’asfelt incù
i vegnan fora i fiur da st’aura.
L’è poc piò d’un monolochel
ristruturè brisa mel
 mo mè an stag piò lè
ai vag soul al giovedè
quand a vag al zircol d’ la poesì
a ven fora e at zairc in t la vì.
 

§

 
Fra via Massarenti e la ferrovia
C’è un gruppo di case e lì c’è la mia
Fra la via Guelfa e la San Vitale
Che ti può portare fino al mare
In quel pugno di abitazioni
Puoi andare a vivere senza esitazioni
A portata di mano hai la città
Con tutto quello che sempre ti dà
Se cerchi il silenzio tieni la porta ben chiusa
E aperto il condizionatore così si usa
Ti difendi dal caldo e dall’inquinamento
Puoi trovare sollievo ad ogni tormento
Con la porta ben chiusa sbarrata serrata
Puoi mettere anche alla finestra una grata
E dal tuo piccolo carcere guardare fuori
Se per caso sull’asfalto oggi nascono i fiori
È poco più di un monolocale
Ristrutturato niente male
Ma io non vivo più lì
Ci vengo soltanto il giovedì
Quando vado al circolo di poesia
Esco fuori e ti cerco per la via

azzurrabianca

I miei giorni da occhi di cielo

Andavamo a cogliere
gli occhi di Maria
per avere una giornata tutta azzurra,
quel piccolo fiore fragile
come noi bambine d’ossa
e ginocchia sbucciate,
con quelle biciclette
regalate per la Cresima
lungo le salite della ferrovia
ché i treni sono stati la nostra vita
e i vagoni mezza casa.
Lungo le scarpate si andava a viole
con il sole in bocca
e marmellata sulle labbra,
un panino per non morir di fame
nell’età del misurarsi al muro.
Noi che siam state
le bambine beneducate
alzate di buonora
per la messa alla domenica
– con permesso, buonasera –
sulle dita piene di bugie
che non sapevamo tenere per un’ora
e ancora non conoscevamo
le ortiche degli anni a venire
ché noi avevamo solo pensieri di fiori,
il vento tra i capelli,
un vestito leggero per Pasqua
pareva confetto di rosa
e una fettina di cioccolato bicolore
di poca cosa.

barche di carta

Treblinka

Mi chiedi, differente dagli altri, come sto.
Qual è il responso dello scrivano,
occhiali blu.
Perché fui come un morto pulcino
e ancora tu, senti la pancia dura
di pietra, giù in corsia.
Ed i settanta e passa son niente, madre mia:
è l’albero dei frutti d’inverno il figlio tuo
un porta a porta mille giornali
un paletot, che presa l’aria è ancora bel nuovo.
Sono qua, che asciugo le posate sul piano
sono qua, la mela in tasca e andare
dopo la ferrovia. E guardo al tempo e al chiaro
che nevichi più in là;
che il treno metta tutte le ossa in fanteria
che impari a stare al mondo anche lui
ci scaldi un po’. E asciughi i vetri
a tregua di campi
abbia pietà, di scarpe e calze acquisto da poco.
Si, anche lui, si faccia come piuma nel viaggio
perché lei, ha un buco nella bocca per aria
ed ora è qua, sulla mia spalla terra straniera.
È qua e va via, addolorata dorme nel ventre
e nel suo dio. Ed è caduto il sangue, l’anello
il petto suo.
Come un compagno morto in trincea
senz’acqua poi
per benedirlo almeno per finta.
Madre, sì

Massimo Botturi