Uve di mare

SEA GRAPES

That sail which leans on light,
tired of islands,
a schooner beating up the Caribbean
for home, could be Odysseus,
home-bound on the Aegean;
that father and husband’s
longing, under gnarled sour grapes, is
like the adulterer hearing Nausicaa’s name
in every gull’s outcry.
This brings nobody peace. The ancient war
between obsession and responsibility
will never finish and has been the same
for the sea-wanderer or the one on shore
now wriggling on his sandals to walk home,
since Troy sighed its last flame,
and the blind giant’s boulder heaved the trough
from whose groundswell the great hexameters come
to the conclusions of exhausted surf.
The classics can console. But not enough.

§

Quella vela che s’appoggia alla luce,
stanca delle isole,
una goletta che percorre i Caraibi
verso casa, potrebbe essere Odisseo,
diretto a casa sull’Egeo;
quella brama di marito
e padre, sotto acini aspri e raggrinziti,
è come l’adultero che sente il nome di Nausicaa
in ogni grido di gabbiano.
Questo non porta pace a nessuno. L’antica guerra
fra ossessione e responsabilità
non finirà mai ed è stata la stessa
per il navigante o per chi è a terra
e ora calza i sandali per incamminarsi verso casa,
da che Troia emise la sua ultima fiamma,
e il masso del gigante cieco sollevò la marea
dalla cui onda lunga i grandi esametri arrivano
alle conclusioni della risacca esausta.
I classici consolano. Ma non abbastanza.

DEREK WALCOTT

Attore della tua vita

Lasciati avvolgere dal calore di un caminetto,
diventando anche tu fiamma che riscalda.
Lasciati illuminare dalle luci della festa,
diventando anche tu luce
per chi è nel buio.
Lascia che lo sfarfallio della neve
infonda gioia nel tuo cuore,
sì da trasmetterla a chi è triste.
Lascia che la serenità dei bimbi
ti abbracci,
ricordandoti la tua infanzia.

Diventa attore della tua vita,
prendendola per mano.
Vivila, assaporala,
sentine il gusto,
seppure a volte acerbo ed amaro.

Ma è vita,
sempre.

Ed ad ogni nascita essa si rinnova.

.
Sandra Greggio

Published in: on dicembre 31, 2011 at 07:39  Comments (6)  
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Non sempre verde è il colore dell’infanzia

Quando lasci il dolore affondare
le brulle sue radici nell’iride innocente,
nell’assenza, tradisci te stesso,
quello che fosti ed il fanciullo che fuggi.
Divieni fumo di fiamma che muore
candela cui la luce flebile s’estingue
tra dita insensibili con l’ultimo baleno.
Eludi un’anima implorante, soltanto,
che le si tinga la nemica trasparenza.
Le frusti la vita se la vedi e l’ignori
ma se ascolti il coraggio d’amare
capirai il rintocco lungo
e lo sgranarsi orribile delle sue palpebre
in lontana solitudine.
Udrai bruciare le sue ciglia
ed il tonfo cupo della cenere franata
dal suo pianto in umile silenzio
al sorriso umano che le avrai spiegato.
Non è di semplici occhi quell’iride
che nulla sa dell’ipocrita notte,
nulla della tua mano incurante
che la scrolla come polvere molesta.
Occhi ignari di saper volare alto
scuotendo voci distratte o riluttanti
con la sferza dei rifiuti subìti
con il ricordo della tua indifferenza.
Ombrose non solo, slargate pupille,
cave di marmo pregiato esistono
per provare il tuo impegno,
scolpire, plasmare la tua benevolenza.
Così vagano quelle rare preziosità
e nel nostro mondo restano o
troppo spesso partono per l’Altro
confinate in tristi castoni
senza alcuno di sana volontà
ad estirpare il prisma grigio-bruno
che di tanta, infelice pochezza
è grave riflesso.

Daniela Procida

Inverno

                                        Accucciarsi
                       nel tuo grembo e
                       in gemme di brina
                       risplendere.
                       Errabondi siamo
                       per campi bruni
                       nel vento basso
                       che scuote le siepi
                       e muove fili di grano.
                       Le labbra ti porgo
                       sotto
                       un tramonto ametista
                       alla tua fiamma
                        sfavillante
                       sarà la notte.

                      Graziella Cappelli

Published in: on novembre 29, 2011 at 07:26  Comments (18)  
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A te, pragmatico uomo, chiedo

 
Prestami la tua capacità di decidere
la tua sicurezza nel sapere in cosa credere.
Scrollami, dimmi che non ho più l’età
che i sogni sono illusioni per allocchi
protagonisti di fiabe antiche inascoltate.
.
Convincimi che la luna è solo un astro
e non complice luce che si fa discreta
per proteggere un’intimità
o regalare un brillar di gemme
alle sciolte chiome di colei
che come fiera le libera al vento
per spargere profumi incantatori.
.
Dimmi che il cielo è aria
e non dimora di angeli e di anime.
Fammi credere che mai più
le braccia forti di mio padre
sorreggeranno la mia fragilità
e che il sorriso di mia madre
ho spento io per sempre
abbassando le palpebre
su occhi che mai rivedranno luce.
.
Polvere, solo polvere,
resterà di questo amore cosmico
tormento e gaudio
che mi divora l’anima
attimo per attimo
facendo di me una fiamma
che non so estinguere.

Elide Colombo

Eterna presenza

ETERNA PRESENCIA

No importa que no te tenga,
no importa que no te vea.
Antes te abrazaba,
antes te miraba,
te buscaba toda,
te quería entera.
Hoy ya no les pido,
ni a manos ni a ojos,
las últimas pruebas.
Estar a mi lado
te pedía antes;
sí, junto a mí, sí,
sí, pero allí fuera.
Y me contentaba
sentir que tus manos,
me daban tus manos,
sentir que a mis ojos
les dabas presencia.
Lo que ahora te pido
es más, mucho más,
que beso o mirada:
es que estés más cerca
de mí mismo, dentro.
Como el viento está
invisible, dando
su vida a la vela.
Como está la luz
quieta, fija, inmóvil,
sirviendo de centro
que nunca vacila
al trémulo cuerpo
de llama que tiembla.
Como está la estrella,
presente y segura,
sin voz y sin tacto,
en el pecho abierto,
sereno, del lago.
Lo que yo te pido
es sólo que seas
alma de mi ánima,
sangre de mi sangre
dentro de las venas.
Es que estés en mí
como el corazón
mío que jamás
veré, tocaré,
y cuyos latidos
no se cansan nunca
de darme mi vida
hasta que me muera.
Como el esqueleto,
el secreto hondo
de mi ser, que sólo
me verá la tierra,
pero que en el mundo
es el que se encarga
de llevar mi peso
de carne y de sueño,
de gozo y de pena
misteriosamente
sin que haya unos ojos
que jamás le vean.
Lo que yo te pido
es que la corpórea
pasajera ausencia
no nos sea olvido,
ni fuga, ni falta:
sino que me sea
posesión total
del alma lejana,
eterna presencia.

 §

Non importa che non ti abbia,

non importa che non ti veda.

Prima ti abbracciavo,

prima ti guardavo,

ti cercavo tutta,

ti desideravo intera.

Oggi non chiedo più

né alle mani, né agli occhi,

le ultime prove.

Di starmi accanto

ti chiedevo prima,

sì, vicino a me, sì,

sì, però lì fuori.

E mi accontentavo

di sentire che le tue mani

mi davano le tue mani,

che ai miei occhi

assicuravano presenza.

Quello che ti chiedo adesso

è di più, molto di più,

che bacio o sguardo:

è che tu stia più vicina

a me, dentro.

Come il vento è invisibile, pur dando

la sua vita alla candela.

Come la luce è

quieta, fissa, immobile,

fungendo da centro

che non vacilla mai

al tremulo corpo

di fiamma che trema.

Come è la stella,

presente e sicura,

senza voce e senza tatto,

nel cuore aperto,

sereno, del lago.

Quello che ti chiedo

è solo che tu sia

anima della mia anima,

sangue del mio sangue

dentro le vene.

che tu stia in me

come il cuore

mio che mai

vedrò, toccherò

e i cui battiti

non si stancano mai

di darmi la mia vita

fino a quando morirò.

Come lo scheletro,

il segreto profondo

del mio essere, che solo

mi vedrà la terra,

però che in vita

è quello che si incarica

di sostenere il mio peso,

di carne e di sogno,

di gioia e di dolore

misteriosamente

senza che ci siano occhi

che mai lo vedano.

Quello che ti chiedo

è che la corporea

passeggera assenza,

non sia per noi dimenticanza,

né fuga, né mancanza:

ma che sia per me

possessione totale

dell’anima lontana,

eterna presenza.

PEDRO SALINAS Y SERRANO

Religioni

 
In principio era il verbo
e nel principio il fine
poi trasformato in mezzo
occasione bandiera
pretesto all’odio
Dal primitivo fuoco
saettano verso il cielo
d’orgoglio accese
scintille diverse, illuse
ognuna più dell’altra
di dissolvere le tenebre
dimentiche di Amore
unica verità che le accomuna.
Verità relegata tra le mura
di una moschea o di un tempio;
ecco i confini effimeri ove l’uomo
impotente a comprendere,
l’antica fiamma soffoca in un rito
un omaggio al ricordo, una finzione
per poi sfogare gli istinti più biechi
su questa terra che gli fu donata
e che s’intride del sangue del fratello
lui, cui sei giorni non sarebbero bastati
a fare tutto ciò;  lui creato a sua immagine
da Kabul a New York ovunque lui
che in ogni altro potrebbe specchiarsi
per quell’Amore eguale eppur diverso
lui,  perso sotto questo cielo
ove i bengala oscurano le stelle
risucchiato nel buio potrà un giorno
riconciliare le fedi nel ritorno?

Viviana Santandrea

Geometria

Di quell’uomo che potevo essere
io ho paura,
di quel suo cavalcare teoremi
tra i simboli,
tra formule, spigoli, basi e altezze
senza avvertire
di luna maestra pervinca sfera
lassù scolpita
perfetta nel ventre d’avido cielo,
senza sentire
il tiepido fascio terra baciare,
senza guardare
il cono di luce bene addestrato
per arrivare
a disegnare lampare sul mare
dentro la notte
d’insopportabile inverno ostinato,
ala di cera
quando il suo gelo angola il cuore,
prende la mira
ed unica fiamma resta l’amore.

Aurelio Zucchi

Il mio migliore, unico assolo

A Lisa

Sono tornato
senza le armi
cantando l’inno
dei passati anni.
La brace accesa
è invidia alle stelle
ora che a ardere
ti lascio dentro.
Colma d’azzurro
e di rosso rubino
fiamma che infiamma
teneri ardori
mai assopiti
con le mie mani
nelle tue, porgo.
Senti il bruciore
spalmarsi gentile:
e dentro riardere
come mai spento.
Richiamo dei giorni
che tutto hanno detto
senza parole,
solo col canto
che esce da dentro.
Sono tornato
come in un volo
senza le armi
cantando l’inno
profumo del cuore:
il mio migliore,
unico, assolo.

Armando Bettozzi

Es_temporanea

Se vi dicessi come sono deserta
nei miei voli di notte
quando le ore sfatte danno tregua
ai piedi
e mi trovo nei punti più impensati
dei cieli
__________________________ da dormirci accanto
senza sapere tutto
se all’improvviso avessi freddo e pronunciassi un’ala
forse
uno spiraglio d’infinito
diventerebbe fiamma

Cristina Bove

Published in: on giugno 4, 2011 at 06:52  Comments (7)  
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