Adusta fonte

Gorgoglia un rubinetto,
par l’ultimo versare,
neppure più un mottetto
l’anima a riscaldare.

La musa cui mi volsi,
pietosa mi rispose
se taglierai i tuoi polsi,
farai fiorir le rose.

M’abbeverar di sangue
la terra screpolata
affossa ciò che langue,
poesia darà malata.

Meglio sarà sperare
nel tempo e le stagioni,
piuttosto che azzardare
risibil soluzioni.

Così dentro il mio cuore
rimane un desiderio
che gemmi dall’amore
almeno un verso serio !

Piero Colonna Romano

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Hai mani larghe

hai mani larghe capienti e morbide
nel palmo vi deposito di me
pensieri racchiusi in gusci di noce
mandorle ancora in fiore
nocciole pronte da mettere sotto i denti
piene di sapore da far girare in bocca
e bacche rosse, mirtilli, fragoline di bosco
vi metto tutti gli odori che conosco
di erbe foglie terra e cortecce e muschio
il resto è acqua che scivola fra le dita
sorgente chiara acqua di fonte
che scorre fra le rocce dure esce dalla terra
dal profondo da strati sedimentati che non conosciamo
a cui ci abbeveriamo e non sappiamo

azzurrabianca

Se prima non termina il viaggio

 
 
 
Se
prima
non termina il viaggio,
la nòia,  precipuo sènso
di trepidi oggi, non c’è più,
ma  stanchezza battaglia coraggio
o viltà.
.
So
di esser
vile, non mi annoio, mi stanco,
ammirando bellezze di Sogno.
Irreale la vita di sempre
è male tristezza, bisogna guardarsi
d’intorno.
.
Al
risveglio,
la pelle, pendente al mio collo,
rupìta da’ solchi rugosi, profondi,
marcati,  segnano fronte spaziosa,
e improntano gli occhi
di zampe.
.
E
la testa,
capo con radi capelli, di grigio
canuto, tremante, amètrope, mentre
il ventre, gonfiato cascante adiposo, 
partécipa  totale al biorìtmo
del viaggio.
.
La
continua illusione,
creata dal sogno, giovinezza
di onirico verbo dormo…
Apro gli occhi invecchiati. Lucido
alfine sveglio scorgo la pista.
Finita…
.
Un
viaggio di nome
partenza tornata:  in esso
ritrovo la fonte, la lama di Luce
dall’Ombre. Sgregato mi fondo
nell’Altra come avevo sperato.
Per sempre.

Paolo Santangelo

Le coccinelle sul filo di grano

Dietro ogni spiga del grano dorato
nascosta è una virgola di cielo.
Scorre sullo stelo,
il passo frettoloso
di gialle coccinelle in fila indiana.

S’arrampicano e giungono su in cima
una dietro l’altra, ordinate.
Sorprese e incantate,
lo guardano, quel sole,
come lì giunto fosse solo allora,

nascosto, prima, dal bosco ombroso e fitto
di gambi lunghi e snelli.

Per nulla impensierite dal tragitto,
sotto le elitre preziose d’arte,
le alette tenerelle
ardon per la voglia di tuffarsi
là dove ancora dormono le stelle,
e avvicinar la fonte incandescente
nel fuoco azzurro, come uccelli in volo.

Fan come la chimera speranzosa
fa, salendo come fumo d’incenso
nel grande spazio della cattedrale:
sale fine colonna e sempre più
si spande e riempie il vuoto
e l’improfuma,
e va a lambire
i vetri colorati dove il sole
entra col raggio polveroso e pare
del ciel la grazia e la benedizione.

Armando Bettozzi

Pasqua di Resurrezione

PASCUA DE RESURRECCIÓN

Mirad: el arco de la vida traza
el iris sobre el campo que verdea.
Buscad vuestros amores, doncellitas,
donde brota la fuente de la piedra.
En donde el agua ríe y sueña y pasa,
allí el romance del amor se cuenta.
¿No han de mirar un día, en vuestros brazos,
atónitos, el sol de primavera,
ojos que vienen a la luz cerrados,
y que al partirse de la vida ciegan?
¿No beberán un día en vuestros senos
los que mañana labrarán la tierra?
¡Oh, celebrad este domingo claro,
madrecitas en flor, vuestras entrañas nuevas!.
Gozad esta sonrisa de vuestra ruda madre.
Ya sus hermosos nidos habitan las cigüeñas,
y escriben en las torres sus blancos garabatos.
Como esmeraldas lucen los musgos de las peñas.
Entre los robles muerden
los negros toros la menuda hierba,
y el pastor que apacienta los merinos
su pardo sayo en la montaña deja.

§

Guardate:  l’arco della vita traccia

l’iride sul campo che inverdisce.

Cercate i vostri amori, donzelle,

dove germoglia la fonte della pietra.

Dove l’acqua ride e sogna e passa,

lì il romanzo d’amore si racconta.

Non devono guardare un giorno, nelle vostre braccia,

attonite, il sole di primavera,

occhi che vengono chiusi alla luce della vita,

e se ne partono ciechi ?

Non berranno un giorno nei vostri seni

quelli che domani coltiveranno la terra?

Oh, celebrate questa domenica chiara,

mamme in fiore, le vostre viscere nuove!.

Godete questo sorriso di vostra dura madre.

Già i loro bei nidi abitano le cicogne,

e scrivono nelle torri i loro bianchi scarabocchi.

Come smeraldi brillano i muschi delle rocce.

Tra i roveri mordono i neri tori la minuta erba,

ed il pastore che pascola i merini

lascia la sua bruna casacca alla montagna

 

ANTONIO MACHADO Y RUIZ

redev ierroV

 
Vorrei veder vestito
modello di pittore
e nuda una pittrice
sua immagine fissare
.
Vorrei veder le navi
con chiglia al sol portarsi
e pesci in cielo messi
e  uccelli in mar nuotare.
.
Vorrei veder radici
d’alberi centenari
all’aria esposte e a venti
e i rami in terra stare.
.
Vorrei veder spartiti
letti da fondo a cima
godere d’un concerto
la parte d’aspettare.
.
Vorrei veder malati
uccidere dottori
e lor parenti in festa
pazienti ringraziare.
.
Vorrei veder i fiumi
recuperar la fonte
e nuvole che aspiran
e neve fanno alzare.
.
Vorrei veder anziani
al fin tornar bambini
trovando la purezza
d’un tempo da invidiare.
.
Vorrei veder un mondo
d’amor per l’altro pieno
per vivervi sereni
e più non disperare.

Piero Colonna Romano

L’uomo nasce figlio di molte madri

che sia nel grembo protetto o al seno della madre attaccato
un imbranato che corre dietro la sottana della prima ragazza  
o dalle labbra di un bacio appeso.
che sia confuso davanti ad un altare scambiando le fedi e promesse
d’amore e tuttavia felice
o diventato padre si commuove mentre tra le braccia tiene un figlio suo

o al matrimonio di una figlia, affidandola ad un uomo che non sia lui
o settantenne magari che alla moglie borbotta le stessi frasi di una vita;
sposarti è stato la mia condanna; il caffè è pronto? la camicia stirata?
per poi prenderla dolcemente per mano mentre con lei passeggia e
dirle in silenzio guardandola che perderla sarebbe peggio di morire

egli rimane sempre un bambino.
è il bambino di tutte le donne della sua vita.

che si atteggi da strafigo facendo lo stupido con le altre
di aspetto colto e sicuro di uno in carriera o raffinato e gentile
d’altri tempi cavaliere
o uno di quelli che credono di poter tutto che giocano con altrui destini
a testa o croce.
che sia un poveraccio con il cuore nella mano e un sogno nel petto
che offre poesia e petali sbiaditi di rose finte
o il bastardo di turno uno come tanti che lascia il segno,  di chi  non ci si
può scordare

è uomo se tale soprattutto e spesso soltanto
dinnanzi a se stesso.

la fama, il potere, la forza, la ricchezza, nulla contano se poi
non raggiungono la fine prefissa, il vero intento;
conquistare lei che tutto possiede – la donna interamente, almeno
una sola volta –

non il suo corpo caldo, seducente, desiderato, abusato,
stuprato più volte da se stessa anche, né il suo cuore ferito,
spezzato, amato, donato, venduto persino da alcune

ma la mente sua
che genesi è di tutte le cose, caos e ordine, oblio e vita,
fonte di guerre e meraviglie

la mente di colei ch’è sempre in fuga di mistero in mistero
e tuttavia ferma
– perché figlia anche lei di quella imperfezione
che rende umani –
prigioniera a sua volta dell’inganno sottile della vita.

Anileda Xeka

La fonte da scoprire

 
 
Nel cuore di donna
crogiola lenta
la fiamma di dolore,
nel corpo ormai consunto
si lava ogni traccia d’impurità,
nel chiostro perfetto
di solitudine e silenzio
si leva alle prime luci
l’alba bianca, scabra
come l’anima immensa,
intatta, ancora immersa
nella fonte da scoprire.

Roberta Bagnoli

Published in: on gennaio 30, 2012 at 07:23  Comments (11)  
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Tête d’homme

Io ho una testa, la fonte della vita,
e solo quella . . . vetta che fora
nell’azzurro.
.
E la mia vita, tra i picchi
superbi di basalto della mia mente,
è appesa a un filo.
.
Piccoli movimenti con il capo. Immobile
corpo sotto, senza sensazioni, rupe
e prato fiorito di smeraldo, nella sua parèsi,
giova come custode della mente:
.
solo il cervello, come ghiaccio, nevi immacolate,
nient’altro, in scleròsi combatto, coi computers,
per accostarmi vagamente agli altri.
.
E, in parte, ci riesco: agile salto del camoscio,
volo dell’aquila regina maestoso, vigile fischio
di marmotta, rauco grido del corvo, smagliante
volo del fagiano d’oro.
.
Effimera illusione della vita che passa,
per tutti.

Paolo Santangelo

Il tuo nome

Il tuo nome è una rondine nella mano,
il tuo nome è un ghiacciolo sulla lingua.
Un solo unico movimento delle labbra.
Il tuo nome sono cinque lettere.
Una pallina afferrata al volo,
un sonaglio d’argento nella bocca.

Un sasso gettato in un quieto stagno
singhiozza come il tuo nome suona.
Nel leggero suono degli zoccoli notturni
il tuo nome rumoroso rimbomba.
E ce lo nomina lo scatto sonoro
del grilletto contro la tempia.

Il tuo nome – ah, non si può! –
Il tuo nome è un bacio sugli occhi,
sul tenero freddo delle palpebre immobili.
Il tuo nome è un bacio dato alla neve.
Un sorso di fonte, gelato, turchino.
Con il tuo nome il sonno è profondo.

MARINA IVANOVNA CVETAEVA