Lettera di Capodanno

Dicono che repetita iuvant;
che il primo bacio è insipido, ma è il secondo che conta;
che il bis d’un minuto radioso
s’insaporisce d’un miele che ci sfuggì quella sera …
Ma l’anno che ritorna col suo rauco olifante
a soffiarci dentro le orecchie
l’ennesima Roncisvalle,
e ingrossa i fiumi, impoverisce gli alberi;
l’anno che nello specchio del bagno consegna
a uno svogliato rasoio la barba sempre più bianca;
l’anno che cresce su sé con l’ingordigia dei numeri,
sgranando sul calendario
il recidivo blues del Mai più …
chi oserebbe dire che meriti la festa del Benvenuto?
chi potrebbe giurare che non sia peggio degli altri?
Il male si moltiplica e repetita non iuvant.
Eppure … Eppure nella tombola arcana del Possibile
fra i dadi e il caso la partita è aperta;
gonfiano fiori insoliti il grembo d’una zolla;
lune mai viste inonderanno il cielo,
due ragazzi in un giardino
si scambieranno i telefoni, i nomi,
stupiti di chiamarsi Adamo ed Eva;
verrà sotto i balconi
un cieco venditore d’almanacchi
a persuaderci di vivere …
Crediamogli un’ultima volta.

GESUALDO BUFALINO

Lamento per il Sud

La luna rossa, il vento, il tuo colore

di donna del Nord, la distesa di neve…

Il mio cuore è ormai su queste praterie,

in queste acque annuvolate dalle nebbie.

Ho dimenticato il mare, la grave

conchiglia soffiata dai pastori siciliani,

le cantilene dei carri lungo le strade

dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,

ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru

nell’aria dei verdi altipiani

per le terre e i fiumi della Lombardia.

Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti

in riva alle paludi di malaria,

è stanco di solitudine, stanco di catene,

è stanco nella sua bocca

delle bestemmie di tutte le razze

che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,

che hanno bevuto il sangue del suo cuore.

Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,

costringono i cavalli sotto coltri di stelle,

mangiano fiori d’acacia lungo le piste

nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d’inverno

è ancora nostra, e qui ripeto a te

il mio assurdo contrappunto

di dolcezze e di furori,

un lamento d’amore senza amore.

SALVATORE QUASIMODO

Passeggiata

Passeggio nei boschi tra le selve
verso il pendìo dei monti
guardo picchi e nubi
i miei fardelli di giunchi
i miei soli spirati da ogni minuto
sono senza pietà

Canto e mi pongo
in-cedo il passo
carezzevole al vento.

Rinuncio alla mia pelle
alle crepe sui muri, ai semioscuri
ai piccoli fori dei dubbi
traino l’ emisfero
a cresta alta anche oggi
mi lascio intatta.

Aurelia Tieghi

Domani?

Ancora colgo
dal tascapane
momenti di
minuzzoli
venturi.

Ancora
mi ritrovo
a rincorrere
pensieri anteriori,
intagliare turaccioli
di parole infrante
per tappare fori
di giorni a venire

Flavio Zago

Published in: on febbraio 7, 2011 at 07:37  Comments (4)  
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Pianto d’autunno


Guarda, mio orgoglio
puoi vedermi tutto,
nudo senza scorza,
abbracciato alla foglia
del pudore perduto,
sul tappeto rosso
di fronde di lacrime
secche.
Come pianta d’Autunno
ho gettano ai miei piedi
le stagioni sfogliate.
Riarso di linfa, scricchiola
il m’ama non m’ama,
che mi passeggia
sul petto scavato
da cicatrici fanciulle.
Ora più non mi sfiora
il corallino canto
del seme di Maggio.

Laggiù condensata,
tra latte di stelle
e un mondo naif,
òra e brilla la Luna il mare.
È pace di risacca
nella terra distesa al sale
che pare il buio non sia.
Pare che, ritrosa la luce
sbirci bambina il mondo,
attendendo tremula l’alba,
dietro i luccicanti fori
che ci paiono stelle.

Ma ancora piove,
piove
e spiovono ancora
minuti granelli di tempo
che tutto pervadono
e madidi, portano a te.
Tumida nube, io vivo
il volere del vento,
in questa notte che tace.
In questa notte silenzio.

China gli occhi
e incatena i denti l’intelletto:
legato all’albero maestro,
allievo del mio pianto,
veleggio muto
il libeccio del dolore.

Flavio Zago