Disonesto con me – e crudele

Come lo è il bambino che tortura la lucertola
Una risposta così maleducata
A me – che non ti avevo chiesto niente

In quel verde sporco non ho visto altro
Che la spensieratezza di quella cascata
Che tempo fa si riversava su di me…
Questa volta la sua spuma
Non si calmava nel solito specchio d’acqua

Ma spariva in una voragine così nera
Che l’avrei detta un tappeto di formiche
Per la sensazione che avevo sulla pelle –
Ora vedo che nulla si muove – perchè era il Vuoto:

Ero piena di aria nera – stagnante
Forse un po’ umida – e di un silenzio
Così profondo che le mie orecchie caotiche
Hanno preso a fischiare

Sei stato Disonesto con me – ed io
Non ti avevo chiesto niente
Volevo solo passare un altro po’ di tempo
In quel luogo scrosciante
Soltanto ascoltarlo – non volevo berne

Quando sedevo sul grande sasso
In riva a quel fresco lago
Ne sentivo il calore ed il Movimento nel profondo
E mi nutrivo di quella leggerezza…

Ma era solo uno splendido quadro
L’acqua fresca solo olio secco
Come anche la profondità di quel lago
Un quadro firmato «Disonestà»

Nicole Marchesin

Visioni asimmetriche

 
 
Un altro giorno di baldoria
dentro questa botte ferrata di pensieri giulivi
dove un violino disaccordato
dimenticava le sue passioni d’amore.
.
Intorno nuvole d’allegoria
si muovevano annichilite da voli di gabbiani
in festa per una barca di gomma piuma
che rifiutava l’acqua del mare.
.
Giovani musulmani in preghiera,
avvinghiati a pietre sconosciute,
sorridevano abbracciando ombre di speranza,
confuse da una pietà senza lacrime.
.
Il grande capo di questa immensità
ordinava a tutti di coprirsi di polvere bagnata
Muti i lamenti, lontani i dolori,
gli occhi socchiusi per tanto splendore.
.
I treni viaggiavano senza fili elettrici
e le rotaie erano scie di fuoco
dove la fede umana moriva in anfratti profondi
di felicità, sposata all’eterno desiderio.
.
Chi guidava i treni super veloci  e trasparenti
guidava anche il mondo che in quest’era post-moderna
andava al rovescio, oltrepassando tutti i muri
fatti  di bugie e i cantastorie erano contenti.
.
Non c’erano fiori perché la cenere
ridondava le sponde della bellezza, consunta
da mani di granchio che graffiavano
i figli appena nati da questa terra martoriata.
.
Gli alberi invece crescevano a dismisura,
sfidando gli aeroplani e i raggi del sole,
abbattuti all’ora del tramonto
da rivoli quieti di una luna stanca.
.
La botte ferrata era sempre piena
Ora rotolava tra sentieri di formiche operose,
schiacciando pietre del tempo futuro,
riflesse nella pioggia benefica di primavera.
.
E gli uomini offesi da rumori strazianti
dormivano, supini, con la meraviglia
che annunciava loro altri giorni di festa
senza bandiere e proclami.

Gavino Puggioni

Ndr: questa poesia, inedita, ha avuto una significativa menzione, con pubblicazione in antologia, al XXVII Premio Mondiale di Poesia Nosside 2011, di Reggio Calabria

Credo in te anima mia

I believe in you my soul, the other I am must not abase itself to you,
And you must not be abased to the other.
Loaf with me on the grass, loose the stop from your throat,
Not words, not music or rhyme I want, not custom or lecture, not even the best,
Only the lull I like, the hum of your valved voice.
I mind how once we lay such a transparent summer morning,
How you settled your head athwart my hips, and gently turned over upon me,
And parted the shirt from my bosom bone, and plunged your tongue to my bare-stripped heart,
And reached till you felt my beard, and reached till you held my feet.
Swiftly arose and spread around me the peace and knowledge that pass all the argument of the earth,
And I know that the hand of God is the promise of my own,
And I know that the spirit of God is the brother of my own,
And that all the men ever born are also my brothers, and the women my sisters and lovers,
And that a kelson of the creation is love,
And limitless are leaves stiff or drooping in the fields,
And brown ants in the little wells beneath them,
And mossy scabs of the worm fence, heaped stones, elder, mullein and pokeweed.

§

Credo in te, anima mia,

l’altro che io sono non deve umiliarsi di fronte a te,

e tu non devi umiliarti di fronte a lui.

Ozia con me sull’erba,

libera la tua gola da ogni impedimento,

né parole, né musica o rima voglio,

né consuetudini né discorsi,

neppure i migliori, soltanto la tua calma voce bivalve,

il suo mormorio mi piace.

Penso a come una volta giacemmo,

un trasparente mattino d’estate,

come tu posasti la tua testa

di per traverso sul mio fianco

ti voltasti dolcemente verso di me,

e apristi la camicia sul mio petto,

e tuffasti la tua lingua sino al mio cuore snudato,

e ti stendesti sino a sentire la mia barba,

ti stendesti sino a prendere i miei piedi.

Veloce si alzò in me

e si diffuse intorno a me la pace e la conoscenza

che va oltre ogni argomento terreno,

io conosco che la mano di Dio è la promessa della mia,

e io conosco che lo spirito di Dio

è il fratello del mio,

e che tutti gli uomini mai venuti alla luce

sono miei fratelli e le donne sorelle ed amanti,

e che il fasciame della creazione è amore,

e che infinite sono le foglie rigide o languenti nei campi,

e le formiche brune nelle piccole tane sotto di loro,

e le incrostazioni muschiose del corroso recinto,

pietre ammucchiate, sambuco, verbasco ed elleboro.

WALT WHITMAN

A un olmo secco

A UN OLMO SECO

Al olmo viejo, hendido por el rayo

y en su mitad podrido,

con las lluvias de abril y el sol de mayo

algunas hojas verdes le han salido.

¡El olmo centenario en la colina

que lame el Duero! Un musgo amarillento

le mancha la corteza blanquecina

al tronco carcomido y polvoriento.

No será, cual los álamos cantores

que guardan el camino y la ribera,

habitado de pardos ruiseñores.

Ejército de hormigas en hilera

va trepando por él, y en sus entrañas

urden sus telas grises las arañas.

Antes que te derribe, olmo del Duero,

con su hacha el leñador, y el carpintero

te convierta en melena de campana,

lanza de carro o yugo de carreta;

antes que rojo en el hogar, mañana,

ardas en alguna mísera caseta,

al borde de un camino;

antes que te descuaje un torbellino

y tronche el soplo de las sierras blancas;

antes que el río hasta la mar te empuje

por valles y barrancas,

olmo, quiero anotar en mi cartera

la gracia de tu rama verdecida.

Mi corazón espera

también, hacia la luz y hacia la vida,

otro milagro de la primavera.

§

Al vecchio olmo, spaccato dalla folgore

e nel mezzo marcito,

con le piogge d’aprile e il sole a maggio,

sono spuntate alcune verdi foglie.

Oh, l’olmo secolare sopra il colle

ch’è lambito dal Duero! La corteccia

bianchiccia da un gialligno musco è tinta

nel tronco putrefatto e polveroso.

Come i pioppi canori, che sorvegliano

il cammino e la riva, non sarà

di rossicci usignuoli popolato.

S’arrampica su esso di formiche

un esercito in fila, e nelle viscere

tramano i ragni le lor grigie tele.

Olmo del Duero, prima che t’abbatta

con l’ascia il legnaiuolo, e il falegname

ti trasformi in un mozzo di campana,

stanga di carro o giogo di carretta;

prima che rosso nel camino arda

domani in qualche misera casetta

sull’orlo d’una strada;

prima che ti annienti un turbine e ti schianti

il soffio delle candide montagne;

prima che il fiume ti sospinga al mare

per valli e per burroni,

olmo, voglio annotare nei miei appunti

la grazia del tuo ramo rinverdito.

Anche il mio cuore aspetta,

alla luce guardando ed alla vita,

altro prodigio della primavera.

ANTONIO MACHADO Y RUIZ

Terremoto

Non sempre e per tutti è il libero arbitrio

Che fanno queste turbe ploranti
di insetti ciechi, piegati, feriti,
davanti a un icòna a… un altare,
ad un simbolo? Sono Formiche
e loro sono state calpestate
da un… piede d’umano, destino
cieco stavolta, per loro terremoto:
spingendo da sotto il formicaio
è rovinato uccidendo il corpo
di giovani, vecchie, bambine…
formiche. Stavolta il libero arbitrio
è quel piede: disegno che loro
non sanno le Formiche. Con pavide
antenne tremanti un’arcàna potenza
esse invocano, Dio – che è anche
il loro – domina e vince, attende
eterno al di là della vita.
*
Gli umani son come formiche.
Non osano alzare la fronte,
ricever la luce del vero: lente
falangi passano, chino il capo.
Visi sparuti, occhi atoni. Non sanno.
Spenti, vesti a brandelli cadenti
poveri scheletri caduti. Fanciulli
già morti o scampati all’estremo,
coperti di sangue feriti affamati
assetati d’amore, vegliardi
che invano protendon la tremula
mano ad eroi sconosciuti, fratelli
disperati che tentano, li salvano
da fisica morte: strappandoli
alle macerie disastro del sisma:
suppliscono al libero arbitrio.
A Dio giustizia infinita, bisbigliano
preci quel fascio d’umani, sommessi
elevano pianti di gloria.

Paolo Santangelo

Catartico tondeggio

ehhh ssì.

Facile lasciarsi assorbire
da teutoniche reminescenze:
troppo fredde, grandi,
ingestibili.

Ora le dita
non funzionano
tra le rime d’un spiegare qualcosa
in versi o parole povere.
(svigorite da strana stanchezza)

Nella preghiera
dell’aria serale,
di questa aria imbrunita
niente è più scontato
d’uno svegliarsi
al mattino
dopo il viaggio sveglio
nella capitale del sogno.

Ancora annego nel capire
complessati desideri,
verità di bronchiti
spiovute dal galattico astrale
ridimensionato al “razionale d’essere”

ma son queste asteroidi maledette
d’”appartenenza” che fan piovere
piedi scalzi sul bagnato
su una terra dove il nulla storico
rimbomba senza il suo senso

solo strafatto nel petto abitudinario.

Complesso e troppo nudo
il trapezio sospeso,
muto d’assolo
nella ribelle linfa della foglia
chè stiracchiandosi
ringrazia il solfeggio
solare boreale
taciturno nel suo amplesso
congiunto nell’ovvia nascita.

E’ in questo memorabile passato
che vivo d’insoddisfatta caparbietà.
Le parole forse trovano la nicchia
in tane secolari,
quando il verbo
non necessitava
di piegarsi
all’incestuoso dis-piegarsi
d’una giustificazione
in suono temporale
d’una bandiera sventolante
e
vocale.

Traballando s’un fieno
morbido
lascio vibrare,
così,
suon di cicala combattiva.

Perché il loro canto
sopravvive
oltre le colonne sudate
delle formiche….

Glò

Tirando le somme

Avrei voluto comprendere
una finestra più in là
oltre a quel cortile
di passi anonimi
e “buongiorno” bisbigliati
dell’anziana vicina
che stende sorrisi
e coperte colorate
O un naso più in giù
in fila con le formiche
ai piedi delle verdi pareti ,
mossi dalla brezza
[l’erba dei prati in primavera ]
e di rugiada .
Se avessi potuto, ora avrei
nei capelli
un catino di luna rovesciato
e nelle tasche
qualche centesimo
di certezza in più.

Anileda Xeka

Uomini persi

Anche chi dorme in un angolo pulcioso
coperto dai giornali le mani a cuscino,
ha avuto un letto bianco da scalare
e un filo
di luce accesa dalla stanza accanto,
due piedi svelti e ballerini
a dare calci al mare
nell’ ultima estate da bambino,
piccole giostre con tanta luce
e poca gente e un giro soltanto.
Anche questi altri
strangolati da cravatte
che dentro la ventiquattrore
portano la guerra,
sono tornati
con la cartella in braccio al vento
che spazza via le foglie
del primo giorno di scuola,
raggi di sole che allungavano i colori
sugli ultimi giochi
tra i montarozzi di terra
e al davanzale di una casa
senza balconi, due dita a pistola.
Anche quei pazzi
che hanno sparato alle persone
bucandole come biglietti da annullare,
hanno pensato che i morti li coprissero
perché non prendessero freddo
e il sonno fosse lieve,
hanno guardato l’aereoplano
e poi l’ imboccano e son rimasti così
senza inghiottire e nè sputare,
su una stradina e quattro case
in una palla di vetro
che a girarla viene giù la neve.
Anche questi cristi,
caduti giù senza nome e senza croci,
son stati marinai dietro gli occhiali
storti e tristi
sulle barchette coi gusci delle noci
e dove sono i giorni di domani,
le caramelle ciucciate nelle mani
di tutti gli uomini persi dal mondo,
di tutti i cuori dispersi nel mondo.
Quelli che comprano la vita degli altri
vendendogli bustine
e la peggiore delle vite,
hanno scambiato figurine e segreti
con uno più  grande,
ma prima doveva giurare,
teste crollate nel sedile di dietro
sulle vie lunghe e clacksonanti
del ritorno dalle gite
e un po’ di febbre nei capelli
ed una maglia che non vuole passare.
E i disperati che seminano bombe
tra poveri corpi
come fossero vuoti a perdere
come se fossero pupazzi,
seduti sui calcagni han rovesciato sassi
e un mondo di formiche che scappava,
le voci aspre delle madri
che li chiamavano
sotto un quadrato di stelle,
dentro i cortili dei palazzi
e la famiglia a comprare
il cappotto nuovo
e tutti intorno a dire come gli stava.
Anche questi occhi,
fame di nascere per morir di fame,
si son passati un dito di saliva
sui ginocchi
e tutti dietro a un pallone
in uno sciame
leggeri come stracci
e dove fanno a botte,
dov’è un papà che caccia via la notte
di tutti gli uomini persi dal mondo,
di tutti i cuori dispersi nel mondo.

CLAUDIO BAGLIONI  E  ANTONIO COGGIO


Dogliani, agosto 1943

Era un Agosto
di un’alba piatta, molle
e senza vento.

Arrivarono a gruppi
neri figuri
formiche avide
in affannosa ricerca
di cibo e
fecero falò
di case, donne e bambini.

Ritornarono stanchi
a meriggio assolato
gli uomini dai campi
e dalle sinuose
colline langarole
un urlo squassò
tutta la vallata.

Tornava mia madre
canticchiando
capelli al vento
e libri sulla spalla.

Cadde trafitta
piegata su ceneri bianche
e resti di famiglia già
violata da sciacalli
vagolanti attorno.

Ancor oggi gli occhi
son velati.

Tinti Baldini

Mia madre, quando avevo cinque anni, mi fece vedere la foto, un poco sbiadita, di mia nonna Cristina, bella, altera, con un sorriso seduttivo che aveva incantato mio nonno che la sposò diciassettenne, lui di 35 anni, e la amò come fosse la sua “principessa”…poi cominciò il suo racconto: “Un giorno, a Dogliani, dove tua nonna con sua madre trascorrevano l’estate (era il 3 Luglio del 43) in una casetta in collina alta e stretta tra noccioli e faggi, arrivò uno squadrone fascista e cominciò a dar fuoco prima alle stoppie  e poi via via alla case. Gli uomini erano al lavoro nei campi o in città, i ragazzi a scuola ad Alba e le donne in casa (il caldo era liquido, quasi si vedeva) o al lavatoio. Molte uscirono di corsa con i piccoli al seno ma tua nonna dovette prendere in braccio sua madre invalida e piuttosto pesante e non riuscì ad uscire.”  Io allora ben poco capii sia di squadroni o di fascisti, ma della sua fine sì, anche se non avevo idea alcuna di che cosa significasse morire bruciata. Poi, crescendo, leggendo varie lettere degli zii (uno di loro non è più tornato da Via Tasso), ascoltando racconti del nonno che mai si è ripreso da quel ghiaccio nel cuore e ora, andando su Internet, ho aggiunto informazioni sull’eccidio. Sono morte cinque donne e tre bambini arsi vivi, gli altri sono arrivati ai campi…si è trattato di una rappresaglia perchè molti della zona avevano ospitato partigiani o ebrei. I loro nomi sono incisi su una lapide del cimitero di Dogliani dove è sepolto Einaudi e tutta la sua famiglia. Mia madre da quel giorno è rimasta bambina e mai è riuscita a vedere la vita vera, ma solo quel suo mondo fatto di urli e cenere …e io faccio fatica  a trovarne ragione.

La cicala e la formica

LA FÔLA DLA ZIGHÈLA E DLA FURMÎGA

In st mänter che un dé d invéren
äl furmîg i éren drî a fèr sughèr
al sô furmänt ch’al s éra inmujè,
una zighèla afamè l’arivé par dmandèri
socuanti granléini.
Äl furmîg i génn:
“Mo parché t an è brisa fât pruvéssta
anca té, st’estèd?”
“An avèva brisa tänp” l’arspåus lî,
“avèva da cantèr äl mî
canzån melodiåusi”.
Ridànd, äl furmîg i arspundénn:
“E té bâla, adès ch’l é invêren,
se d estèd t è cantè!”

La morèl:
La fôla la dimåsstra che, in tótti äl fazànd,
chi vôl evitèr dulûr e résschi al n à brisa da èser negligiänt.

§

LA CICALA E LA FORMICA (DA ESOPO)

Mentre in una giornata d’inverno
le formiche stavano facendo seccare
il loro grano che s’era bagnato,
una cicala affamata arrivò
per chiedere loro un po’ di cibo.
Le formiche le dissero:
“Ma perché non hai fatto provvista
anche tu, quest’estate?”
“Non avevo tempo” rispose lei,
“dovevo cantare
le mie melodiose canzoni”.
Ridendo, le formiche le risposero:
“E tu balla, adesso che è inverno,
se d’estate hai cantato!”

La morale:
La favola dimostra che, in qualsiasi faccenda,
chi vuole evitare dolori e rischi non deve essere negligente.

§

CICADA AND THE ANT (FROM ESOPO)

While in a day of winter
the ants were making to dry
their grain that had been bathed,
a cicada starved it arrived
in order to ask they a little food.
The ants said to her:
“But because you have not made supply
also you, this summer?”
“I did not have time” answered she,
“I had to sing my melodiouse songs”.
Laughing, the ants answered to her:
“and you bale, now that it is  winter,
if in summer you have sung!”

The moral:
The extension fable that, in whichever matter,
who wants to avoid pains and risks does not have to be negligent.

§

LA CIGALE ET LA FOURMI  (D’ESOPO)

Tandis que pendant une journée de l’hiver
les fourmis faisaient pour sécher
leur grain qui avait été baigné,
une cigale affamé il est arrivé
afin de les demander un peu d’aliment.
Les fourmis dites à elle:
“mais parce que tu n’as pas fait l’approvisionnement
également tu, cet été ? “
“je n’ai pas eu le temps” elle a répondu,
“j’ai dû chanter
mes chansons mélodieuse”.
Riant, les fourmis répondues à elle:
“et tu balle, maintenant que c’est hiver,
si en été tu as chanté!”

La morale:
La fable montre que, en affaire quelconque,
qui veut éviter douleurs et risques il ne doit pas être négligent.

§

LA CIGARRA Y LA HORMIGA  (DE ESOPO)

Mientras en un día de invierno
las hormigas estaban haciendo secar
su trigo que se mojó,
una cigarra hambrienta llegó
para preguntarles un po de comida.
Las hormigas le dijeron:
“Pero porque no has hecho provisión
también tú, este verano?”
“No tuve tiempo” contestó ella,
“tuve que cantar
mis melodiosas canciones.”
Riendo, las hormigas le contestaron:
“Y tú bailas, ahora que es invierno,
si de verano has cantado!”

La moral:
El cuento demuestra que, en cualquiera asunto,
quien quiere evitar dolores y riesgos no tiene que ser negligente.

Sandro Sermenghi