Scagliandomi nudo contro il vento avverso


          M. dice che da quando hanno aperto le frontiere
          non sente più lo stesso brivido di quando ha raggiunto Copenaghen o Barcellona
          con un bel po’ di fumo nel fondo del bagagliaio
          e intanto ha sposato quel tipo di donna che mangia solo rose
          ed è meraviglioso vederli ballare anche se non ballano in maniera meravigliosa.

F. ha inghiottito tutti i tubetti dei colori ma non è ancora riuscita a dipingere niente
scrive cose deliziose con la punta del piede ma ho saputo che ha perso una gamba
gettandosi da una finestra.

P. e L. si svegliano raramente di notte e ancora più raramente si svegliano di giorno
ho contato i morti fino all’alba e i primi due erano loro con le loro vite segrete
con il loro mazzo di chiavi ciascuno con i loro modi troppo gentili.

R. e F. sono due persone per bene, si lavano i denti tutti i giorni, non hanno bisogno di niente
anche se R. una volta diede un colpo secco ai canali di Amsterdam
e ci fece ridere per tutto il millennio.

          D. e I. hanno sempre vini eccellenti e grappe affumicate da contorcerti le budella,
          sanno parlare di tutto ed I. è deliziosa come un furetto.
          A volte rido come un idiota con D. quando ricordiamo l’insetto gigante che ci apparve
          al posto di un palo della luce nella notte sintetica.

Per il resto non ho ancora smesso di cercare tra le pulci dei cani
ed ho scritto sulla copertina di un libro tutti i miei indirizzi
scagliandomi nudo contro il vento avverso
che è l’unico capace di insegnarmi
                                                                 -tutti i venti…

Massimo Pastore

Ottobre

Ottobre pallido e tiepido
siede con la variopinta
sciarpetta sulle spalle
e l’antica pipetta di ghianda
tra le labbra
sul suo tronco secolare,
scranno dei tempi,
reggendo su una gamba
l’eterna tavolozza
dai mille colori.
Spruzza la magica luce
sulle foglie degli alberi
con lievi tocchi
muovendo agile la vecchia mano,
e poi soffia leggero
per farle frusciare,
per vedere se gli occhi
volentieri le guardano.
Sono belle,
ma non contento,
spesso varia le sfumature.
E di nuovo intinge
il millenario pennello
nella tavolozza che ride
di colori vibranti.
E di nuovo nuove tonalità
crea con soffice mano,
e le foglie cambiano,
e gli occhi s’inebriano,
fino a quando l’uggioso
Novembre e il freddo
Dicembre, dispettosi fratelli,
in compagnia dell’irrequieto Vento,
non le faranno volare via
o cadere accartocciate per terra.

Nino Silenzi

Se ti guardo con gli occhi

Se ti guardo con gli occhi
che avrò tra 20 anni mi piaci ancora
ed ancora ti seguo felice
senza sapere dov’è che vai

ci sono strade che non portano
più in là del nostro cuore
ma va bene così

se ti guardo con gli occhi
che avrò tra 20 anni ancora rido
del tuo ridere e so che menti
sapendo di mentire
e se scelgo di crederti è per non perdere l’occasione
di avere una risata di scorta
la chiave della tua porta
sempre chiusa mi attira

ci sono strade che non portano
avanti ma indietro
e tu rischi di perdere qualcosa

se ti guardo con gli occhi
che avrò tra 20 anni ancora sei lì
che calcoli probabili varianti
per seguire la strada più breve per arrivare al mare
come facciamo noi in pieno inverno
ché è scuro ed arrabbiato
quasi come me quando ho dormito male
e non so cosa aspettarmi del giorno
in cui entro a gamba tesa
pronta al fallo già quasi arresa
all’insensibilità del prossimo in fila
davanti al mio sportello a chiedere informazioni
riservate su come saremo
se arriveremo ad essere due con 20 anni in più.

Maria Attanasio

Promessa mancata


Non potere
fare a meno di te:
il tuo afflato adombra
compensa e, senza,
la mia vita è . . . vuota.
Magico intimo il mio,
il tuo io sono io: mi  piaci.
Formiamo la famiglia.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Con quell’auto
infame,  l’incapace
traversò d’improvviso,
oltre lo stop . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ancòra t’amo,  soffri.
Son sempre accanto a te,
come non mai.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Tempo.  Cambiato:
più non mi porti
con gli amici,  più non mi guardi,
mentre dici:  “sei molto bella”.
Non capisco che càpita
ora,  se t’amo ancòra.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Abulico,  aspetti,
non so che cosa.
Hai di niente più voglia,
anche se, dopo l’occorso,
mi sembri ancor più bello.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Questo strano Fato
stanca:
il tuo interesse è vòlto
ad altre cose,
altri lidi,  altre
stordìte compagnie.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dopo tutti quest’anni,
ora mi lasci
perdi,  per gli “amici”,
i momenti felici.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Adesso a casa, sola,
ricordo la passione complice
nei nostri sguardi e amplessi.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Mi ritorna in mente la sera,
quando, andando a letto,
toglievi la pròtesi,
della gamba perduta. . .

Paolo Santangelo

Autoritratto loffio


AUTORITRÂT FLÒS

Qué mé am trôv d frassca matéina
quand che l’aria fòra é féina
a zarchèr d plasmèr di vérs
parché ai ò da méttr insàmm
un mî sbiâvd autoritrât:
mo a n um vén al saggn adât!
Dånca a vâg zå pr al bråz dèster
e pò a tåurn a vgnîr in só
al bósst fâg dimóndi cûrt
e una ganba ch’và al in zå,
pò a m dirîz vérs al pustrån:
ste mî dsaggn l é pròpi stran!
Adès adèsi a môv in só
vérs al drétt mî brâz manzén
e a m acôrz che lé arivè
i é quelcôsa ch’a n cunbén!
Mo ste abåurd a vói finîr
e a m avéi al côr dirèt.
Qué mî amîg na riflesiån:
csa dirèni i bòn letûr,
forsi mèl a scréss al téma,
a sån stè un mât martóff,
e s’i um ciàpen srèni bòt?
Svélt a fîl int un tramlòt!

§

Qui io son, fresca mattina
mentre l’aria fuori è fina,
a dovere verseggiare
per cercare di comporre
un mio ansante autoritratto
che non vien fuori di getto!
Dunque scendo il braccio destro
e riprendo a salir su,
faccio il tronco molto corto
e una gamba va all’in giù,
poi risalgo al perineo
poscia ché ritorno giù!
Indi salgo lento all’alto
verso il dritto braccio stanco
e rifletto: ove son giunto,
qui qualcosa non combina!
Ma finir devo sto aborto
e diretto al cuore punto.
Or qui vien la riflessione:
cosa mai dirà il lettore,
forse male scrissi il tema,
sono stato troppo loffio,
se mi prendon saran bòtte?
Svelto scappo in autobótte

Sandro Sermenghi

Published in: on giugno 18, 2010 at 07:27  Comments (3)  
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L’accento del giorno

 
traballo e farfuglio versi
mentre mi aggiro in dintorni
e lontananze
che sfregiano le ragioni del cuore
– assente –
ora che sconfino in un dove
ho solo una gamba, sinistra
a reggermi i colpi
– di testa – assediata
e respiri sui vetri
che implorano ali
e questi occhi spauriti
a volte truccati
che sfidano deserti
e gabbie
a rinchiudere gli ultimi
credo in rovina
e mani
queste mie mani
impastate di argilla
e fatiche di suoni
a bussarmi le ore d’aria
centellinata […]
e il giorno mi parla.

Beatrice Zanini

Published in: on novembre 28, 2009 at 08:21  Comments (3)  
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