Non potrai

Non potrai chiudermi in un angolo,
scacciarmi dal tuo esistere e andare
da sola per quella strada che finisce
nella nebbia dell’ignoto eterno domani
Non potrai prendere di me i gesti,
le parole, i sorrisi, il sudato corpo che
al tuo si unì tra silenzi e grida d’amore
in una stanza sul mare dove il tempo
era eternità e noi frammenti di universo.
Non potrai, amore mio, non potrai di me
giocarti fuggendo dai giorni inventati
da noi per sfidare la vita che restava,
la gente che di noi l’amore invidiava.
Se fu per amore lo stringersi le mani
che disperate nell’altre amore cercavano,
sarà per amore l’ultima stretta quando
di te la mano dalla mia scivolerà stanca
di una vita lastricata di dolori e offese.
Non potrai amore mio negarmi il diritto
di baciare i tuoi occhi socchiusi, parlarti
di noi e della nostra povera felicità rubata
mentre lentamente scivoli nell’oblio
e nel faticoso ricordo sorriderai di noi.
Se tuo fu il diritto di essere amata,
mio fu quello di prendere tutto di te,
anche il dolore che mi regalerai quando
il nostro tempo sarà un pendolo fermo,
un ora, una data nel calendario del cuore.
In quella stanza sul mare qualcuno
sentirà i nostri sussurri, i nostri gemiti
e sarà ancora amore tra noi perché
non ti lascerò andar via da sola, perché
sarà ancora mio quell’amore dal quale
scacciarmi vorresti.

Claudio Pompi

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Per te, donna

 
Per te che ben riesci da bambina
a far parlare bambole di pezza;
che fiaba dietro l’altra poi consumi
come orsacchiotto del tuo lecca lecca.
Per te che in lesto progredir degli anni
infili vita nel primo anello oro;
che di stupor materno attesa sazi
al nascer di felicità goduta.
.    
Per te ch’al sorger del propizio giorno
stai a guardare l’alba, il sogno e il mondo
dentro due occhi ancora da venire
eppure innamorata già ti senti.
Per te ch’al primo volteggiar di gonna,
al suon della canzone ti vezzeggi
e briciola tra donne sicur passeggi
alla ricerca del tuo primo amore.
.
Per te che, furba, dopo colonizzi
d’altra esistenza i capelli al vento
e in un batter d’occhio apri e trastulli
le prime voglie in un qualunque posto.
Per te che a volte a testa e croce giochi
con le medaglie su altri petti appese
nel rischio odioso di far morire
l’inizio ambito di possibil trame.
.
Per te ch’al giorno di bouquet distendi
anima e corpo nella tersa coppa
e schiava e libera li agiti entrambi
sciolti nel corpo e l’anima di lui;
per te che sposa affascini all’istante
fra trasparenze e carni benedette
per poi ricever del rapporto il sunto
e trattenerlo al tuo dominio netto.
.
Per te che gemiti ascolti forti
venir da grembo dall’amor difeso
e gemiti domi insieme al tempo
perché il figlio nello splendore cresca;
per te che quelle stesse eterne fiabe
ora le narri ripercorrendo gli anni
e bimba nuova incredula ti scopri
al vissero tutti felici e contenti.
.
Per te che del tuo ruolo avuto in dono
vagone fai da attaccare ad altri
mandando qualche volta alla malora
di femminilità il vero e lo specchio.
Per te che d’ogni lacrima fai conto
e conto non fai delle stille esterne
quando a convincerti ch’ognuno soffre
non ci si fa neanche all’evidenza.
.
Per te ch’all’avvizzire della pelle
t’intrappoli nel perché succede a me
ed acida divien quell’espressione
testimonianza eterna ritenuta;
per te ch’alla fin fin ti abitui piano
e accetti ancor del sole le palpate
fino a sentirti egualmente bella
e con la vita inimicizia escludi.
.
Per te ho eretto una torre mozza
con i pilastri di cristal cobalto
al centro d’un filare a semicerchio
tra i riflessi di schiusi melograni.
.
Per te, o donna, ho redatto a firma
il protocollo del discepolo realista
sulle tracce di Venere imperfetta,
d’interminabili carezze ansioso,
di pianti inammissibili irritato,
a zonzo tra felicità ammessa,
per consegnare ad una scia del tempo                                                                                                                                                                                                l’innamorato ed il fallibil uomo.

Aurelio Zucchi

Solo se

Solo se quel dolore
d’onda anomala
che t’ afferra e stritola
annienta e strazia
toglie respiro e sensi
scarta segreti
ribalta visceri e
squassa membra
solo se lo vivi tutto
e centellini
fitte e sbraghi
succhi lacrime
e mangi tormento tutto
e poi mentre affoghi
ti tiri su
dai cappelli
all’ultimo e a fatica
solo così comprendi
l’urlo di madre
per il figlio straziato
i gemiti di bimba svelata
i tremiti di vecchio
senza tempo
i segni sulle tempie
le frustate d’amore
la rabbia turgida
di chi è senza tetto
di chi ha perso le mani e il cuore
di chi frantuma il tempo
con i buchi
o lo riempie di sogni fasulli
di un popolo senza terra o
senza onore
di uomini che vagano
sull’acqua e nell’acqua
si perdono
di chi chiede giustizia
e riceve morte
solo così
senti il dolore
di tutti
quello vero
a cui non fai sconti
da cui non scappi
seppur vorresti.

Solo così

Tinti Baldini

Migranti

Il problema non è morire
il problema è vivere.

Non vivere per non morire
ma vivere per vivere.

Meglio la morte che non vivere.

Di queste massime da un po’ di tempo
si sciacqua la bocca il Mediterraneo.

Vengono fuori tra un’onda e l’altra
come gemiti dal fondo.

Lorenzo Poggi

Published in: on febbraio 27, 2011 at 06:53  Comments (8)  
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Tu delirio

Il tuo caro vello ambrato
il tuo ventre, le tue labbra
morbide e audaci,
il mio sangue che risuona
nella alcova confine argentato
rotolando nel tuo fiume ardente
La lingua  esplora
lambendo
il vestito che ti sveste
Chioma, fogliame del tuo
albero carnale, grappolo d’uva
otre di vino caldo
versato in un nodo
di gemiti ed urli
delirio per la  mia lingua
nel tuo pozzo d’amore
e la tua luna in due quarti
misteriosa e gaia
dove metterò i miei
sogni d’amante e di esteta
nell’attesa della lotta estrema
per rendere universale
il nostro fiammeggiante
delirio d’amore.

Marcello Plavier

Disumanità

Carestie, cataclismi, le guerre:
Poter chiudere gli occhi e non vedere
per un attimo pallidi volti consunti,
fragili some straziate da mille tormenti,
non udire grida, lamenti, bestemmie
pianti e singulti…Poter obliare
le urla dell’odio bestiale
i gemiti, i mozzi sospiri dei vinti,
le voci che implorano un pane,
che chiedono amore ai fratelli …

“e senza l’amore è un deserto
l’umanità. Una natura d’amore”.

Le madri con gesto monotono vano
la stanca mammella denudano
all’avide bocche malate …
No, tu non vedi, umanità.

E poter soffocare lo strazio
del dolore di piaghe cruente
della tua barbarie disumanità.

Smembrata da barriere immani,
insozzata di atavico sangue,
trascini ancora ansimando
il cadavere inerte dei tempi.

L’amore che possiamo donare
è la sola ricchezza per l’eternità.

Paolo Santangelo

Tutto finisce

Non credo più alle Stelle
né ai richiami del Nulla,
il Giorno m’attira
nel suo regno di luce;
fugge la Notte vestita
d’oblio e di gemiti fiochi
verso l’estremo
rosso orizzonte
del Cosmo infinito.
Non vedo più le Stelle,
gli occhi sono spenti.
Torna la Notte
vestita di Nulla,
brucia il Giorno
nel mattino dorato,
cattura la mente
sbigottita,
dilania il cuore
interdetto.
Finisce
-è certo-
tutto finisce;
nella luce o nel buio?

Nino Silenzi

Published in: on settembre 7, 2010 at 07:24  Comments (4)  
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