Ora che sono qua

 
E’ tutto più chiaro ora che sono qua
posso vedere quei volti
sentirne i suoni le voci
comprendere le intenzioni
le aspirazioni gli scopi
 .
di genti di persone
di uomini donne bambini
vecchi che vicini al tramonto
scartano i loro ricordi
come caramelle golose
che perdute hanno l’aroma
 .
è tutto più chiaro ora che sono qua
in quell’umano cammino
ritrovo il senso dell’infinito
 .
in tutte le forme in tutte le proiezioni
che la vita esprime per la vita
 .
è tutto più chiaro da qua

Il Passero

Lo cammino tuo

 
Si lo pensiero inganna lo tuo sentire
e d’una coltre vela sì tanto lo vedere    
 .
netta lo vanto che t’accompagna
d’umil vesti ricopri l’intero tuo
 .
e dallo core apri a musica soave
per ascoltar lo canto che solo  suona
di virtude e beltade
 .
riscoperto diverrà lo senso
che nelle genti incontri
ancora nello cammino tuo
 .
non sia malizia e tracotanza
nè  bestemmia detta  nello peccato abiuro
a non aver compreso lo fin dello creato

Il Passero

Con Fido in te

 
Solo è Vento.
Sfiora volti
di genti, trafugando
alle gote tepore,
strappando loro
mute carezze.
.
Solo è Pensiero,
che scrive,
e s’imbusta
si lecca
e s’invia
al proprio indirizzo,
per poi fingersi lieto
nel potersi decantare
quei suoi falsi amori
.
Non è solo, Cane
l’accompagna
fido l’istinto, lui sa.
Sa ululare la Luna.
Sa,
il valore spolpato
dell’ osso
.
Solo è uomo,
stolido,
iroso,
rugoso
rigido
ramarro
arroccato.
Che vive di vento,
e che lecca i mille francobolli
e non sa cantare la Luna.
Che non sa essere,
Cane.
Non sa.

Flavio Zago

Published in: on gennaio 15, 2012 at 07:23  Comments (8)  
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La notte santa

Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca
lentamente le sei.

– Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto per me e per Giuseppe?
– Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

Il campanile scocca
lentamente le sette.

– Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
– Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.

Il campanile scocca
lentamente le otto.

– O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
– S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno
d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.

Il campanile scocca
lentamente le nove.

Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
– Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci…

Il campanile scocca
lentamente le dieci.

Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

Il campanile scocca
le undici lentamente.

La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due?
– Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…
Maria già trascolora, divinamente affranta…

Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d’un astro divino.

Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill’anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.

Per quattro mill’anni s’attese
quest’ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!

Risplende d’un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

GUIDO GOZZANO

Dolci acque sempre più rare

C’era una volta un fiume.
Adesso è solo un torrente.
Cascate e cascatelle sui massi
spruzzano ai lati millegemme
iridescenti, su piante, su fiori,
che, quasi di nascosto,
suggono  dolci acque
sempre più rare:
ignare corrono ancora,
ma sempre più piano,
sempre cantando  meno.
Ruscèllo per conche più ampie
di pascoli verdi, per fresche
pinete, abetaie fino a valle
croscianti in muggiti
d’armenti, tra greggi belanti,
presepi viventi
di baite, margàri
di villiche case, di genti lontane,
ora assenti…

Paolo Santangelo

In morte del fratello Giovanni

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de’ tuoi gentili anni caduto.

La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo
e sol da lunge i miei tetti saluto.

Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch’io nel tuo porto quiete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta.

NICCOLÓ UGO FOSCOLO

Tramonto

Soltanto del tramonto
oggi potrò parlare.
Di quel tramonto cieco
che il tempo ha generato.

Nato da influssi arcani
su menti ottenebrate
da sterili pensieri
di genti disperate.

E a quel tramonto cieco
sol seguirà la notte
profonda e senza fine.
Giorni non nasceranno.

Piero Colonna Romano

Published in: on giugno 29, 2011 at 07:21  Comments (12)  
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Cerco poesia in questo tempo strano

Cerco poesia in questo tempo strano
laddove so di non trovarla quasi più,
nei buchi tetri di solitudini taciute
o intorno ai tavoli dei bar deserti.

L’assenza di voci, non dico di sospiri,
insiste lungo le strade ingarbugliate
e plumbei i volti sono ora diventati
nell’euforia della dura rassegnazione.

Qualcuno mi dica dov’è che son finiti
gli allegri caroselli di tante umili genti,
gli innocenti svolazzi d’ammiccanti gonne,
il blu immacolato dei vecchi jeans.

Metalli, argenti, bronzi e ori finti
si sono sostituiti ai riflessi della vita
e splende il luccichio d’indegna vanità
mentre la terra geme, insieme a me.

Ridatemi il prezzo che ho pagato
per l’illusione di abitare in pace
un campo che confortevole credevo,
che invece, inesorabile, mi esclude.

Cerco poesia in questo tempo strano…

Aurelio Zucchi

dedicata al “Cantiere Poesia”

Madonna

Se la poesia si fa preghiera,
a te la mia umile volgo
dimenticata madre da me
tuo infelice figlio.
A te ritorno ora che il mio
tempo come il giorno
si consegna al tramonto.
Cerco la tua mano pietosa
perché carezzi l’anima mia
di tormenti ferita.
Forte della sicura giovinezza
da te m’allontanai per vivere
il mondo.
Sordo ad ogni tuo richiamo
mi spinsi negli errori del peccato,
scelsi il facile volo al navigare
faticoso irridendo e sporcando
quanto nel volo ghermivo.
Chinavo il capo solo al tuo volto
che improvviso m’appariva.
Ave Maria piena di grazia
pur non volendo sussurravo.
Era il tuo richiamo di madre
delle genti.
A quel richiamo risposi spogliato
di presunzione e giovinezza.
Ripresi l’antica via che fanciullo
ricordavo.
Ave Maria, il mio sussurrato saluto
di uomo stanco, in sé perduto
da te ritrovato e nella tua pietà
accolto.

Claudio Pompi

La verità non può morire

Solo, con le sue verità scritte perché
gli uomini sappiano in che mondo
stanno morendo, lentamente uccisi
da veleni incontrollati.
Tumulati nel cemento che come
fredda lava li avvolge
non hanno del pericolo sentore
alcuno.
Solo, tra la colpevole indifferenza,
vive senza di vita certezza
e con gli occhi scruta i volti di chi
della morte la tragica maschera
potrebbe calare.
Strade bagnate che non odorano di pioggia,
ma di sangue che mai si raggruma,
mai si cancella perché nuovo sangue
ad esso si aggiunge.
Percorse da anime nere alle quali
vi inchinate deferenti e pavidi.
Semmai il fato triste avrà l’osceno
trionfo, sarete silenziosi carnefici.
Non rallegratevi della vostra
atavica, radicata schiavitù.
Agli antichi padroni dei vostri corpi,
di nuovi ne avete,
delle vostre anime pavide e imbelli
signori assoluti.
Tornate ad esser emuli di chi
a suo tempo al tallone straniero
si sottrasse.
Tornate ad esser persone tra le genti,
orgogliosi di guardare i vostri figli
negli occhi.
Fate che la vostra terra sia degli uomini,
non delle bestie.

Claudio Pompi

a Roberto Saviano che non deve morire