…di Dylan Dog

Mondo salvato dai bimbi piccolini
abiteranno accanto a una centrale
fioriscono iridi nell’aria — scariche elettriche solo nelle nubi —
fumo sporco, radiazioni sorte da dio —
… e correranno sulle strade seccandosi gli occhi più belli…
incantato…disincantato
esploratore d’emozioni pungenti come i sospiri dell’Amore.
Impronte nei Deserti bocche dorate congelate dalla Morte
mari salati…orride chiese e poi aperte…niente onde senza correnti e senza sabbie
voli, al sole, senza raggi nè esplosioni, niente calore.
Esploro l’impossibile inesistente, guardo…
non vedrò l’Impero degli Eredi…e le parole più belle…
…hanno radici…sono peripezie con il Peccato…
Tipica passione, debutti di stagioni, rapide espressioni,
ricami rinnovati sugli oroscopi del giorno, arcani specchi,
orbite fisse ostaggi nella mente. Muori.
C’è chi spedisce lettere d’amore,
chi in dispensa mette baci e abbracci,
c’è chi dice sono dolce, chi si rivolta nella tomba,
i giù sono i su sulla giostra dei Ricordi…
indagatore d’incubi fobie negli ignoti cieli…
…spettri…

Enrico Tartagni

La giostra

 
che parte da un bacio
inizia la storia fiorita,
girando
misura l’altezza del monte
col verso che foggia a destino
cestini di frutta,
si carica d’anni, d’affanni
e guarda con gli occhi
degli alberi spogli
le grigie distese,
consegna i vestiti alle ombre
e segue discorsi di piedi
che lasciano orme
di sabbia, di pietra, di miele…
come una cantilena del canneto
a supplizio del vento
tutte le orme sparse
dappertutto.

 Giuseppe Stracuzzi

Sciami di stelle

Sciami di stelle al debutto
velano la luce della luna
a me
che aspetto solo comete,
a me
che mi ostino a inseguire
le scie del passato,
le chiome dell’oggi,
i traccianti del futuro.

Tardano, i miei astri.
Forse svolazzano,
ubriachi d’inebrianti fantasie
marcite nel cuore d’impaziente poeta.

Del giorno che sta per arrivare,
io non guarderò l’alba
questa volta,
né il carrubo sulla collina.

Questa volta
non mi farò bruciare dal sole.

Schiverò la giostra dell’anima
ma quando arriverò al mare
sarò ancora malato.

Aurelio Zucchi    (2005)

Sul prato a Prato

SÅURA AL PRÈ A PRATO

A vrêv vlairet bän
cme mâi a sån riusé
ciapèr quant da par mé
ai ò såul sugnè
e azardåus int l andèr
cåntracuränt
pdalèr äli ånnd
dal tô turänt.

Pò al avért in giòstra
d un prè råss
vîver cme sänper
a s sån insugnè
strécc in cl amåur
ch’al n à mâi fén!

§

Vorrei amarti
come mai ho amato
prendere ciò che da solo
ho solo sognato
e audace nell’ire
controcorrente
pedalare le onde
del tuo torrente.

Poi in giostra
di aprico rosso prato
viver come sempre
abbiamo sognato
uniti in quell’amore
che non mente!

Sandro Sermenghi

Published in: on settembre 8, 2011 at 07:21  Comments (7)  
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Ali di seta

Dona l’arcobaleno un filamento
che tessitrici muse ci han foggiato
crisalide libratasi nel vento
magico incanto del divin creato.

Nutresi all’armonia di libertà
ch’origine trovò a forar di guscio
raggiante per cotanta immensità
gioì di volo al salutar dell’uscio.

La maraviglia di stupor s’inchina
al passo suo regal bellezza pura
che grazia di sorgente dea marina
s’affanna a paragon d’equal natura.

Con leggiadra movenza ella carezza
un pavido evocar d’età passata
sembiante a sapor di giovinezza
che al navigar di vita s’è celata.

Foschi frammenti d’un sentor lontano
a raffiorar pensier poco si mostra
che l’animo smarrito al quotidiano
negar si suole il dondolar di giostra.

L’esister di cangianti ali di seta
sguardo rapisce col segnar di danza
fremente d’esser fior d’unica meta
ch’ogni petalo vibra di speranza.

Ma è d’apparir fugace la farfalla
che al volteggiar maliarda adulazione
posa gentil al profferir di spalla
poi aleggia e s’invola l’emozione.

Gian Franco D’Andrea

Dieci minuti prima di sempre

Se la sentissi discorrere, capace
e intanto traversassi lo specchio
e la vetrina,
fino alle chicchere gialle
tra i bicchieri.
Se solo immaginassi la voce, tolti gli anni
e le distanze un tot fatte a campi
e ferrovie.
Diresti che è la stessa bambina color pane,
seconda o terza andata per sposa
la carina.
E le sue trecce farebbero la giostra,
ancora, come bisce nell’aria
e odori
e neve
sarebbero gli stessi dei tempi di Romeo.
Se solo la vedessi con gli occhi dell’amore
sorrideresti al sonno venuto
là in poltrona
dieci minuti prima di sempre
là, vestita
una ciabatta in fronte a quell’altra
il mento in mano.

Massimo Botturi

Venezia

Venezia che muore, Venezia appoggiata sul mare,
la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia, la vende ai turisti,
che cercano in mezzo alla gente l’ Europa o l’ Oriente,
che guardano alzarsi alla sera il fumo – o la rabbia – di Porto Marghera…

Stefania era bella, Stefania non stava mai male,
è morta di parto gridando in un letto sudato d’ un grande ospedale;
aveva vent’ anni, un marito, e l’ anello nel dito:
mi han detto confusi i parenti che quasi il respiro inciampava nei denti…

Venezia è un’ albergo, San Marco è senz’ altro anche il nome di una pizzeria,
la gondola costa, la gondola è solo un bel giro di giostra.
Stefania d’ estate giocava con me nelle vuote domeniche d’ ozio.
Mia madre parlava, sua madre vendeva Venezia in negozio.

Venezia è anche un sogno, di quelli che puoi comperare,
però non ti puoi risvegliare con l’ acqua alla gola, e un dolore a livello del mare:
il Doge ha cambiato di casa e per mille finestre
c’è solo il vagito di un bimbo che è nato, c’è solo la sirena di Mestre…

Stefania affondando, Stefania ha lasciato qualcosa:
Novella Duemila e una rosa sul suo comodino, Stefania ha lasciato un bambino.
Non so se ai parenti gli ha fatto davvero del male
vederla morire ammazzata, morire da sola, in un grande ospedale…

Venezia è un imbroglio che riempie la testa soltanto di fatalità:
del resto del mondo non sai più una sega, Venezia è la gente che se ne frega!
Stefania è un bambino, comprare o smerciare Venezia sarà il suo destino:
può darsi che un giorno saremo contenti di esserne solo lontani parenti…

FRANCESCO GUCCINI

All’aperto sul prato

Vorrei amarti come mai ho amato
prendere ciò che da solo ho sognato
e audace nell’ire controcorrente
pedalare le onde del tuo torrente
ed in giostra di aprico rosso prato
viver come sempre abbiamo sognato:

uniti nell’amore che non mente!

Sandro Sermenghi

Published in: on ottobre 24, 2010 at 07:48  Comments (2)  
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Il tango

EL TANGO

¿Dónde estarán  ?

pregunta la elegía
de quienes ya no son, como si hubiera
una región en que el Ayer pudiera
ser el Hoy, el Aún y el Todavía.

¿Dónde estará (repito) el malevaje
que fundó en polvorientos callejones
de tierra o en perdidas poblaciones
la secta del cuchillo y del coraje?

¿Dónde estarán aquellos que pasaron,
dejando a la epopeya un episodio,
una fábula al tiempo, y que sin odio,
lucro o pasión de amor se acuchillaron?

Los busco en su legenda, en la postrera
brasa que, a modo de una vaga rosa,
guarda algo de esa chusma valerosa
de los Corrales y de Balvanera.

¿Qué oscuros callejones o qué yermo
del otro mundo habitará la dura
sombra de aquel que era una sombra oscura,
Muraña, ese cuchillo de Palermo?

¿Y ese Iberra fatal (de quien los santos
se apiaden) que en un puente de la vía,
mató a su hermano el Ñato, que debía
más muertes que él, y así igualó los tantos?

Una mitología de puñales
lentamente se anula en el olvido;
una canción de gesta se ha perdido
en sórdidas noticias policiales.

Hay otra brasa, otra candente rosa
de la ceniza que los guarda enteros;
ahí están los soberbios cuchilleros
y el peso de la daga silenciosa.

Aunque la daga hostil o esa otra daga,
el tiempo, los perdieron en el fango,
hoy, más allá del tiempo y de la aciaga
muerte, esos muertos viven en el tango.

En la música están, en el cordaje
de la terca guitarra trabajosa,
que trama en la milonga venturosa
la fiesta y la inocencia del coraje.

Gira en el hueco la amarilla rueda
de caballos y leones, y oigo el eco
de esos tangos de Arolas y de Greco
que yo he visto bailar en la vereda,

en un instante que hoy emerge aislado,
sin antes ni después, contra el olvido,
y que tiene el sabor de lo perdido,
de lo perdido y lo recuperado.

En los acordes hay antiguas cosas:
el otro patio y la entrevista parra.
(Detrás de las paredes recelosas
el Sur guarda un puñal y una guitarra).

Esa ráfaga, el tango, esa diablura,
los atareados años desafía;
hecho de polvo y tiempo, el hombre dura
menos que la liviana melodía,

que sólo es tiempo. El tango crea un turbio
pasado irreal que de algùn modo es cierto,
el recuerdo imposible de haber muerto
peleando, en una esquina del suburbio.

§

Dove saranno? Chiede l’elegia
di quelli che oramai non sono più,
come esistesse un luogo dove l’Ieri
possa esser l’Oggi, l’esser Ancora, il Sempre.

Dove sarà (ripeto) la teppaglia
che in polverosi vicoli sterrati
o in perduti villaggi istituì
la setta del coltello e del coraggio?

Dove saranno quelli che passarono
lasciando all’epopea un episodio,
una favola al tempo, e si affrontarono
al coltello, senz’odio o ardore o lucro?

Nella leggenda li cerco, nell’ultima
brace che serba, come vaga rosa,
qualcosa dell’intrepida canaglia
che stava a Balvanera o ai Corrales.

Quale deserto, quali oscuri vicoli
dell’altro mondo abiterà la dura
ombra di chi era già un’ombra oscura,
di Muraña, coltello di Palermo?

E quel fatale Iberra (i santi ne abbiano
pietà) che su di un ponte uccise il Ñato,
suo fratello, che morti ne doveva
più di lui, e così furono pari?

Una mitologia di pugnali
lentamente si annulla nell’oblio;
una canzon di gesta è andata persa
in sordide notizie poliziesche.

C’è un’altra brace, un’altra ardente rosa
di quella cenere che li conserva;
lì sta la gente altera del coltello,
lì il peso della daga silenziosa.

Benché la daga ostile o l’altra daga,
il tempo, li dissolsero nel fango,
oggi, al di là del tempo e dell’infausta
morte, quei morti vivono nel tango.

Vivono nelle corde e nella musica
della tenace chitarra operosa
che concerta in milonghe fortunate
la festa e l’innocenza del coraggio.

Gira la gialla ruota della giostra
di cavalli e leoni e mi raggiunge
l’eco dei tanghi di Greco e di Arolas
che vidi un tempo danzare per strada,

in un istante che affiora isolato,
senza prima né poi, contro l’oblio,
e ha il sapore di quel che abbiamo perso,
che abbiamo perso e a un tratto ritrovato.

Vi sono cose antiche in quegli accordi,
la pergola intravista, l’altro patio.
(Dietro, i suoi muri sospettosi il sud
ha in serbo una chitarra e un pugnale).

Quest’incantesimo, questa ventata,
il tango, sfida gli anni affaccendati;
di polvere e di tempo, l’uomo dura
meno della leggera melodia,

che è solo tempo. Il tango crea un torbido
passato ch’è irreale e in parte vero,
un assurdo ricordo d’esser morto
in duello, a un cantone del sobborgo.

JORGE LUIS BORGES

Anni


Quanti saranno ancora i giorni felici?
Saranno cento i nostri prossimi viaggi
o mille i libri i sogni e gli errori
e  quante le notti insonni di lacrime e bugie?
E’ strano questo bagaglio
che ci portiamo sul nostro cammino
Più viene meno e più pesa
il fardello ingombrante degli anni
Ma tu non devi temerli
questi anni veloci che il tempo ha rubato
Sono bolle cullate dal vento
dalla forma impalpabile e lieve
che hai riempito di sogni a colori
Sono lunghi giri di giostra
che ogni cuore bambino
non vorrebbe fermare
Sono ali robuste e leggere
che affrontano libere i cieli
cercando la sfida e l’ignoto
Sono questi gli anni che porti
e che vedo dal mio nascondiglio
Mi stanno passando davanti
ma io non li posso toccare
e passo il mio tempo a sognare
i tramonti che non ho vissuto
e le albe che non vedrò mai
Sono margherite di giorno sbocciate
che si chiudono al calar della notte
i miei desideri ormai vani
come libri proibiti e mai letti
che tengo sul mio comodino
Sta lì dentro su pagine stinte
quella storia irreale e preziosa
che compagna sarà dei miei anni
Ma tu non devi temerli
questi anni lenti che il tempo ti dona
tu che ancora cammini sull’erba
e indossando la tua giovinezza
con te porti anche la mia

Fabio Sangiorgio