Malgrado tutto

Ho un cuore forte
se perfino resiste ai rovesci d’inchiostro
allo stormire altrove
ai graffi sulla luna d’inverno.

Ti girano le spalle quando temi
la neve
e l’ansia è una coperta ancora viva.

Finiranno le cose le parole i giorni
tutto ciò che si amava
il senso e il dissenso
i capannelli al centro delle piazze
i dialoghi aperti, anche le porte
e i merletti sui vetri

rimarranno però scritte nel santo
luogo del divenire
le faville degli occhi sciolte in pianto
a far da lume a canti* e discendenti*.

Cristina Bove

* Nda: angoli bui ed eredi

Ode all’indifferenza

Preferisco
nella migliore (?) delle ipotesi,
logorare la vita
a cavallo delle finzioni in-sistenti

l’ira scavalca l’indifferenza
laggiù,
al largo straniero,
lontanissimo da me
nei graffi mortali
e seducenti
d’ingannevole distacco

singhiozzano le precarietà emotive
a tracollo di questi giorni trascinati
nelle sabbie mobili

chi ama l’ottimismo
si sente soffocato
da sequenze
temporali di chiaro-scuro
(capo/voltaico in-definiti)

esiste, persiste
ancora
questo affanno
piccolo, esile,
ma tarlo demolitore
di tosse planetaria

non vestita ancora
di sdegno
dis-umano
se non in teschio mortale
di spiagge
sfigurate di marea mortale.

Glò

Re_iter_azione

Bisogna avere mani quasipetali
respiro di ciniglia
per carezzare i sensi dell’esilio
come foglie di salice
e bande periferiferiche
per digitare l’anima

un tempo avevo graffi sulle gambe
si coglievano more
bastava che si stesse bene di salute
i bambini giocavano in giardino
erano già affacciati al mio domani

tra conti da pagare
e giorni registrati nella scatola nera
da leggersi nel caso di caduta
nacqui dal mio passato
levatrice
del mio destino insolito
vissi di tante vite e tanti amori.

Mi pronuncia lontano
ascolto da vicino
e sono qui
che amo

Cristina Bove

Dimmi un po’, amore

 
Dimmi un po’, amore,
a che razza appartieni
per annullarmi nelle incognite
d’una domanda senz’anima?
 
Mi vesto di continue risposte
bagnate di no(i)
ci foderiamo nelle 
 interminabili follie
d’un trapasso lacerato
solo con l’ingoio di veleni,
parabole in_concludenti
e massicci
a  sismi interiori.
 
Dimmi un po’, amore
perché non so dar linea
al mio parlare esausto,
a che luce notturna appartieni
e dove mi pongo io
(in cura dai continui spasmi
nell’indecenza reale
sotterrata da continui si)?
 
Si è rotto il verbo insieme al mondo.
Raccolgo l’optional delle spine
timbrandomi di graffi
nell’eleganza d’un inchiostro perenne
senza capirne fino in fondo
la scelta del rosso
aggrappato alla (nostra) sopravvivenza.

Glò

Published in: on gennaio 22, 2010 at 07:00  Comments (3)  
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