La notte del falò migliore

Quando da queste mani aperte
il mare è lontano, lontanissimo,
nell’ora della calma solitudine
io guardo sempre il cielo.

Non più l’onda dei primi sogni
dentro i grandi occhi scuri
né l’imponente nave americana
da seguire fino a non vederla più.

Ora, qualche azzurro su di me
e nuvole ad imitar le spume
me lo ricordano, quel mare.
Ma non è la stessa cosa, non è.

Assente è la notte del falò migliore,
acceso sottovoce sulla riva amica
coi rami secchi a sfiorare l’acqua
e poi vedere quant’eravamo bravi.

Falchi e puledre disposti a mezzaluna,
tutti a bruciare i giornali dei grandi.
tutti a fissare il rosso che cresceva,
la stanchezza messa un po’ in disparte.

L’amore, allora, si muoveva in fretta,
al solo accenno d’uno sguardo appena,
al primo vento di confuse tenerezze,
al passo lesto dei migliori anni.

Aurelio Zucchi

Da bambini si crede che tutto sia infinito

 
si corre a cerchio perché ci si ferma sempre
 
nel punto di partenza.
 
da grandi si cammina incerti su quel che sarà
 
tuttavia consci che ogni attimo che passa non fa
 
che aumentare la distanza dal punto di dove si è partiti.
 
da vecchi si è troppo stanchi per correre, troppo deboli
 
per camminare. si sta seduti al tramonto della vita
 
a fare i conti con se stessi e si finisce poi per credere che tutto
 
finisce, rimproverandosi di esser stato cosi sciocco da credere
 
di essere immortale. sciocco per non aver mai smesso di credere.
 
che un bruco diventi farfalla non importa. egli finisce di essere un bruco.
 
ecco il punto. o che le foglie morte si dividano in mille particelle e
 
in altre mille vite si trasformino.
 
non per questo troveranno se stesse, la memoria che avevano di sé.
 
o che diventino poesia nulla cambia di certo non cancelleranno
 
le angosce del Poeta, né la sua tristezza immensa.
 
ti accorgi di aver vissuto cercando tuttora un senso e mentre la fine arriva
 
ti aggrappi alla vita con le unghie e ti spaventa sperare non perché
 
la tua pelle sia diventata simile ad una corteccia raggrinzita e non sei
 
che un tronco malato da abbattere ma perché temi di sbattere la testa
 
nella delusione più grande senza rimedio stavolta, perché
 
non ti è concesso altro tempo;
 
se solo che la morte approvasse, almeno lei che tutto finisce o quasi
 
e si trasformi in un’altra occasione, una seconda vita magari.
 
se solo l’autunno non fosse un seduttore fatale che andando
 
lascia un vuoto agghiacciante
 
ma un amante dolce e premuroso che fa bruciare di passione
 
i rami, tremare d’amore le foglie.

Anileda Xeka

Uomini come rane

Ho visto pareti dipinte dalla rabbia degli uomini
rondini allontanarsi per il fuoco che bruciava l’aria
ho visto prati annullati dalla cupidigia di alcuni
quando ne avevano bisogno i bambini

Mi sono iscritto all’albo di quelli che protestano
ma volevano troppi soldi  per la tessera di socio
ed allora  mi son convinto che in questo paese
è meglio vivere con poco, possibilmente a zero spese

Ho ascoltato le voci arroganti dei Grandi
la terra globalizzata per gli interessi di tanti meschini
Me ne è rimasta impressa una, unica e ancora sola,
che è quella universale del Mahatma Ghandhi

Ho visto tutto quello che si può rivedere
e mi sono accorto che come gamberi andiamo a ritroso
A questa età sto ancora attento ai problemi veri
e, credimi, a volte non riposo

Non so neppure perché ne sto scrivendo
forse perché non costa niente
Ho parlato con molti che la pensavano come me
ma dopo a casa ognuno dormiva e si pentiva

Non sono abituato alle meraviglie
nulla mi stupisce e non da ora
se non l’indifferenza che premia gli stolti,
gli arrivati, gli stupidi e i manigoldi

A me, a te, a noi non resta che guardare
in questi giardini, finti di ricchezza
Continuiamo pure ad ascoltare voci della miseria umana
che ci sembreranno come sempre, ahimè!, quelle di una rana!

Gavino Puggioni

Un sogno piccolo

Ognuno
coltiva dentro sé
un sogno
e spesso
non cresce
ma si secca
e resta peso morto
sui giorni uguali;
i grandi s’illudono
su piani universali
mentendo agli altri
e prima a sé,
i piccoli
si infrangono
su sogni minori
e il dolore nasce
dalle spine
della pianta morta
che era seme
di speranza.

Gian Luca Sechi

Published in: on luglio 11, 2011 at 07:01  Comments (4)  
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Sull’asfalto

C’è sangue attorno
forse di te
che cammini
su rotaie roventi
senza domani
e poi torni ferito
nella tana
o di te
bambina
che giochi coi grandi
e non sai di lupi
ingordi e maceri
o di te piccolo
che assapori benzina
e ti buchi i visceri
o di te che mangi botte
o non mangi
per sentirti esistere
o di te braccato da mostri
che semini morte
o di te vecchia
cieca e sola
che ti spengi
sigarette addosso
o forse è il mio
quello che verso
oggi come lacrima
per non addormentarmi.

Tinti Baldini

Published in: on ottobre 12, 2010 at 07:34  Comments (11)  
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Fin da bambina


Fin da bambina
lasciata sui libri
troppo grandi
chè i grandi
erano latitanti
sfogliavo il mondo
quello delle idee
Kant ed Hegel
essere e dover
essere
poi essere e non essere
e mi si confondevano le
ssss nella testa
nuvole di farfalle.
Poi il canto di Ulisse
mi risvegliò i sensi
e la ragione
e gli occhi
smessi di sonno
presero colore
“fatti non foste…”
divenne il mio motto
lo cantavo come fiaba
ai figli
e ora è ritornello
di bellezza
ogni volta che
mi prende vile
lo spossato soffio
di rinuncia.
S’addolcisce il dolore
e il sangue pulsa
ed il passo
diventa sì
leggero.

Tinti Baldini