Solo una rosa

Solo una rosa rossa
come il fuoco che accendevi nei cuori.
Rossa come il sangue che scorreva nelle tue vene
Solo una rosa sopra la bara
solo quella in segno di gratitudine
per avermi donato la vita.

Gianna Faraon

Published in: on febbraio 18, 2012 at 07:06  Comments (7)  
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Ti ho perso

Ti ho perso per ben due volte e questo è tutto quel che so.
non sono come tanti, non voglio, né cerco un’alternativa diversa,
affinché sembri meno assurda o ingiusta la tua scomparsa.
il vuoto che in me è senza misura.
potrei pensare che la tua essenza continui ad esistere
sotto forma di una stella, magari.
per intere notti, starei a guardare il cielo, se così fosse,
cercando di immaginare quale, tra la più splendenti, tu sia.
potrei pensare che tu sia diventato un angelo e che da lassù
mi guardi e proteggi. che la tua casa sia un giardino di rose
dai profumi che da sempre in te abitano, che non si senta altro
rumore che il fruscio di un un arcobaleno di petali
che lo sgorgare dell’acqua dalla fonte…
potrei, ma questo non accadrà.
in questo non/dolore, non/vita ho disimparato in fretta a mentirmi.
benché tenti ad ingannarmi lo squillo del tuo telefono ogni qualvolta
che ti chiamo, di certo non sarà la tua voce a rispondermi.
se metterò piede, in quel che era la mia casa, mia non perché
li nacqui e crebbi, ma perché spesso fui per te un figlio con fierezza.
a dispetto, poi dei trent’anni che pesano sulla bilancia
fui la tua eterna bambina, con ammirazione profonda, con una tale gratitudine
che baciarti le mani di continuo non mi bastò mai.
se tornavo,
tornare è un verbo che non so svolgere che in passato,
come tanti altri d’altronde, li in mezzo alle tue rose e i ligustri,
non saranno le tue braccia ad accogliermi,
pur essendo anche loro tuoi figli, poesie dalle tue mani scritte,
fratelli miei e sorelle.
” il mio cuore era troppo piccolo ” mi convince l’unico occhio che è
senza palpebra e in me sentenzia come il peggior giudice.
” ti amavo tanto ” in mia difesa sussurrano un tremolio di foglie cadenti.
vano tentativo, come quello di disseppellire il mio cuore, sperando
che avrei potuto amare quel che tu amavi
ma non si sente che il ronzio fastidioso di una sveglia
che non sa mai zittirsi. intrappolata sta nel mio torace e avvia
per quanto assurdo sembri
l’ingranaggio arrugginito che ormai è diventato il mio corpo

Anileda Xeka

My Dickinson’s wave

Non credo a nessuna ora rimossa
dall’epicentro
d’una fede praticata sensorial/mente

-suddivido in scenico rattoppare
smaniose manie da (di)mostrare

(piccola e spettrale la luce d’una lucciola
spenta nella sua breve scia durante il giorno
senza assiderarsi in morte intermittente)

quando adesso, nell’esser debitrice alla vita
smantello toni da una qualsiasi gratitudine
sul dorso della Luna

-d’ombra bianca
senza bandiera d’appartenenza-

di cui son Figlia in silenzioso osare d’esperienza
sul ciglio d’un passato:

[\\L’incompreso silenzioso//

E’ la luna.

Si chiede il perché
del sole
che splende.

Tace.]

Mi resisto a volare sul dorso
della lucciola patteggiando con corpo tondeggiante
schegge vitree e trasparenti
su scia intermittente d’una ME
che sto (ancora) afferrando
in volo di luce……

Glò