Sono sempre stato povero

Sum fateor, semperque fui, Callistrate pauper,

Sed non obscurus nec male notus eques,

sed toto legor orbe frequens et dicitur ‘Hic est’,

quodque cinis paucis, hoc mihi vita dedit.

At tua centenis incumbunt tecta columnis

Et libertinas arca flagellat opes,

Magnaque Niliacae servit tibi glaeba Syenes,

Tondet et innumeros Gallica Parma greges.

Hoc ego tuque sumus: sed quod sum, non potes esse:

Tu quod es, e populo quilibet esse potest.

§

Sono, non lo nego, e sempre sono stato, o Callistrato, povero,
ma non sono uno sconosciuto e nemmeno un cavaliere di scarso valore,
bensì mi leggono spesso in tutto il mondo e di me dicono: <<È proprio lui!>>,
e ciò che a pochi dà la morte, a me la vita ha dato.
Pure la tua casa si regge su colonne a centinaia
e la tua cassaforte custodisce le tue ricchezze di liberto,
e i vasti terreni di Siene sul Nilo sono a tua disposizione,
e la gallica Parma tosa per te innumerevoli greggi.
Mettiamola così: quel che sono io, tu mai puoi essere;
quel che tu sei invece può diventarlo una qualsiasi mezza cartuccia.

PUBLIO VALERIO MARZIALE

(Epigrammi V, XIII – Traduzione di Lorenzo De Ninis)

Ecco viene la sera

imbrunano i prati solitari,
le greggi si avviano al loro riposo
attraverso sentieri misteriosi.

Un raggio di sole illumina l’infinito.
L’oceano s’accende di rubini
e coralli, mentre le tue labbra, tumide.
s’avvicinano, dolci e vibranti,
donandomi calde sorsate di emozioni.

La notte copre, rapidamente,
l’immensa prateria,
i fiori reclinano il capo
in attesa della luce del mattino
che inonderà il mondo.

Allora i tuoi occhi fisseranno i miei,
iniziando una danza
di sguardi teneri e desiosi.
L’erba rorida di rugiada, si protenderà,
in attesa delle bianche greggi.

E noi veleggeremo, allora,
sulla cresta delle onde che la luce diffonde.
Attraverseremo vallate, montagne e oceani,
per raggiungere il nostro futuro,
il nostro destino, ricco di messi.

Marcello Plavier

Dolci acque sempre più rare

C’era una volta un fiume.
Adesso è solo un torrente.
Cascate e cascatelle sui massi
spruzzano ai lati millegemme
iridescenti, su piante, su fiori,
che, quasi di nascosto,
suggono  dolci acque
sempre più rare:
ignare corrono ancora,
ma sempre più piano,
sempre cantando  meno.
Ruscèllo per conche più ampie
di pascoli verdi, per fresche
pinete, abetaie fino a valle
croscianti in muggiti
d’armenti, tra greggi belanti,
presepi viventi
di baite, margàri
di villiche case, di genti lontane,
ora assenti…

Paolo Santangelo

L’anima dell’acqua

Forse troverai ancora la quaglia

acquattata nel ciuffo di stoppie

secche sull’argine del greto

a difendere l’ultimo nido.

Ma non avranno i nidiacei

che spighe abortite, pozze

crettate alla canicola del sole.

Un tempo sterminate messi

ondeggiavano al favonio estivo,

quando i dauni capanne rotonde

alzarono lungo i fiumi barattando

anfore colme di grano coi vicini.

Qui dove per tratturi di fango

torme di schiavi passarono trascinandosi

donne e bimbi magri come greggi,

fra giunchi marci bufali villosi

muggono immersi fino alle corna.

E l’acqua ha l’odore delle cose

morte attorno al fico contorto

solitario tronco sull’immobile

ristagno d’erbe putrescenti.

Un giorno forse dallo spirito del cielo

l’anima dell’acqua scenderà sulla terra.

CRISTANZIANO SERRICCHIO

Il caos

Nella città ferita
è scoppiato il caos,
l’orda sfibrata
ribalta
da lungo stiramento
si staglia a misura di sassi…
ombre giganti feriscono
con l’arma
che sgrida le promesse
demandando
alla parte serrata
l’altra chiave
si versano istinti rappresi
si sveglia la jungla
senza guinzaglio di leggi
e greggi feriti, ma belve
possono vivere senza codici…
quelle scappate dallo zoo
guardano ammutolite
dai cantoni
la torba degli umani
senza legge.

Giuseppe Stracuzzi

Natale

Malinconia
nel frastuono
in luci abbaglianti.
Vanno i pastori
con le greggi
e son carrelli
d’acciaio.
Cantano le casse
del supermercato
il bue
è in offerta
estinto l’asinello
il Bambin Gesù
l’hanno adottato
a distanza.

Graziella Cappelli

Pecorelle

Va così perché siam miserelle,
derelitte spremute, tosate,
va così perché siam pecorelle
dalla morbida lana spogliate.

Non cerchiamo ricchezze e corone,
negli ovili teniamo gli stalli,
non sappiamo aggredir siamo buone,
ed erriamo per monti e per valli.

Siamo preda d’assalti funesti,
non portiamo vendetta e rancore,
ci rapiscon la pelle e le vesti
e cantiam la tristezza del cuore.

Ora andiamo nudate e tremanti,
poverelle che van tuttavia,
vanno i miseri greggi vaganti,
van dei pascoli lungo la via.

Va non tace per noi la dicenza,
siamo pecore, il nostro lamento
va, la favola dell’innocenza
va nell’aria e si perde nel vento.

Giuseppe Stracuzzi

L’ultimo canto di Saffo

Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno; oh dilettose e care
Mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
Sembianze agli occhi miei; già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l’insueto allor gaudio ravviva
Quando per l’etra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de’ Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove a noi sul capo,
Tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta
Fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell’onda.
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna
Alla misera Saffo i numi e l’empia
Sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni
Vile, o natura, e grave ospite addetta,
E dispregiata amante, alle vezzose
Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo. A me non ride
L’aprico margo, e dall’eterea porta
Il mattutino albor; me non il canto
De’ colorati augelli, e non de’ faggi
Il murmure saluta: e dove all’ombra
Degl’inchinati salici dispiega
Candido rivo il puro seno, al mio
Lubrico piè le flessuose linfe
Disdegnando sottragge,
E preme in fuga l’odorate spiagge.
Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara
Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Dell’indomita Parca si volvesse
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Spande il tuo labbro: i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
De’ celesti si posa. Oh cure, oh speme
De’ più verd’anni! Alle sembianze il Padre,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.
Morremo. Il velo indegno a terra sparto
Rifuggirà l’ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de’ casi. E tu cui lungo
Amore indarno, e lunga fede, e vano
D’implacato desio furor mi strinse,
Vivi felice, se felice in terra
Visse nato mortal. Me non asperse
Del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perir gl’inganni e il sogno
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
Giorno di nostra età primo s’invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra
Della gelida morte. Ecco di tante
Sperate palme e dilettosi errori,
Il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno
Han la tenaria Diva,
E l’atra notte, e la silente riva.

GIACOMO LEOPARDI

Abele e Caino

ABEL ET CAÏN

Race d’Abel, dors, bois et mange;
Dieu te sourit complaisamment.

Race de Caïn, dans la fange
Rampe et meurs misérablement.

Race d’Abel, ton sacrifice
Flatte le nez du Séraphin!

Race de Caïn, ton supplice
Aura-t-il jamais une fin?

Race d’Abel, vois tes semailles
Et ton bétail venir à bien;

Race de Caïn, tes entrailles
Hurlent la faim comme un vieux chien.

Race d’Abel, chauffe ton ventre
A ton foyer patriarcal;

Race de Caïn, dans ton antre
Tremble de froid, pauvre chacal!

Race d’Abel, aime et pullule!
Ton or fait aussi des petits.

Race de Caïn, cœur qui brûle,
Prends garde à ces grands appétits.

Race d’Abel, tu croîs et broutes
Comme les punaises des bois!

Race de Caïn, sur les routes
Traîne ta famille aux abois.

Ah! race d’Abel, ta charogne
Engraissera le sol fumant!

Race de Caïn, ta besogne
N’est pas faite suffisamment;

Race d’Abel, voici ta honte:
Le fer est vaincu par l’épieu!

Race de Caïn, au ciel monte,
Et sur la terre jette Dieu!

§

Razza d’Abele, dormi, bevi e mangia;
Dio ti sorride compiacente.

Razza di Caino, striscia nel fango
e muori miseramente.

Razza d’Abele, il tuo sacrificio
sfiora il naso del Serafino!

Razza di Caino, il tuo supplizio
potrà aver mai una fine?

Razza d’Abele, guarda prosperare
le tue greggi e i tuoi raccolti;

Razza di Caino, le tue viscere
urlano la fame come un vecchio cane.

Razza d’Abele, riscalda il tuo ventre
al tuo fuoco patriarcale;

Razza di Caino, nel tuo antro
trema di freddo, povero sciacallo!

Razza d’Abele, ama e riproduciti!
anche il tuo oro genera prole.

Razza di Caino, cuore che brucia,
guardati dai grandi appetiti.

Razza d’Abele, tu cresci e ti nutri
come la cimice dei boschi!

Razza di Caino, la tua famiglia
trascini tra gli stenti.

Ah! razza d’Abele, la tua carogna
ingrasserà il suolo fumante!

Razza di Caino, la tua missione
non è ancora completa;

Razza d’Abele, ecco la tua onta:
la spada vinta dallo spiedo!

Razza di Caino, scala il cielo,
e scaglia Dio sulla terra!

CHARLES BAUDELAIRE

Guardano i monti

le città sommerse
dove non parla più
nemmeno al vento
come le foglie secche
calpestate
inzuppate di pioggia
la miseria…
le lampade
consumano petrolio
per gibigianne
e plauso belato
delle greggi lanose,
negano le gocce
a vacillanti lumi…
mille più mille
fiocamente
ancora…
e bisbiglianti lucciole
nel cielo.

Giuseppe Stracuzzi

Published in: on gennaio 24, 2010 at 07:11  Comments (3)  
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