I funamboli del cantiere

Questa mattina ci sono i funamboli
a camminare in bilico sull’asta
lunga verde metallica della gru.
Guarda verso la mia finestra
che ho aperto all’aria di maggio
ad ogni passo inclina il corpo
da un lato poi dall’altro per l’equilibrio
da tenere per non cadere
Lo guardo testa all’insù
controllo se la sua sia coperta dal casco
e se è legato non so
Vorrei fare un applauso come al circo
a questo spettacolo senza rete
a sorpresa inaspettato stamattina
che riprendono i lavori al cantiere
Ma temo di disturbare
di farlo cadere
Accosto i vetri dalle mezze tende
con gli uccellini che si baciano e i fiori
fatte all’uncinetto da Gina
che ora è alla casa protetta
e non sa più usare le mani
e si annoia tutto il giorno
Ma quando sarò fuori quando scenderanno
dalla gru glielo dirò
bravi voi che salite a mezz’aria
senza applausi e senza rete
senza mai applausi e pubblico
e quanti senza protezione
hanno lasciato in cantiere la loro vita

azzurrabianca

Lamento per il Sud

La luna rossa, il vento, il tuo colore

di donna del Nord, la distesa di neve…

Il mio cuore è ormai su queste praterie,

in queste acque annuvolate dalle nebbie.

Ho dimenticato il mare, la grave

conchiglia soffiata dai pastori siciliani,

le cantilene dei carri lungo le strade

dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,

ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru

nell’aria dei verdi altipiani

per le terre e i fiumi della Lombardia.

Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti

in riva alle paludi di malaria,

è stanco di solitudine, stanco di catene,

è stanco nella sua bocca

delle bestemmie di tutte le razze

che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,

che hanno bevuto il sangue del suo cuore.

Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,

costringono i cavalli sotto coltri di stelle,

mangiano fiori d’acacia lungo le piste

nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d’inverno

è ancora nostra, e qui ripeto a te

il mio assurdo contrappunto

di dolcezze e di furori,

un lamento d’amore senza amore.

SALVATORE QUASIMODO

Città industriale

Residenziali paradisi
pagabili in comode rate
la città si nasconde
nell’afa dell’estate
l’astro fruga la coltre di smog
che nasconde le storie di tutti
è coperta che arieggia
quella che da bimbi ci
proteggeva dal buio
genitore di mostri.
Cataste di mattoni attendono
è come tutto sospeso in città
Gru appassite e scolorate dal tempo
occhieggiano  in cantieri abbandonati
mentre lampioni nella notte
lacrimano per questo mondo
sempre più solitario

Marcello Plavier

Maggio

MAYO

Mira, ha entrado mayo,

Ha extendido su párpado azul sobre el puerto.

Ven, hace tiempo que no sé de ti,

Se te ve tembloroso, como esos gatitos que ahogamos siendo niños.

Ven, y hablaremos de las cosas de siempre,

Del valor de ser amable,

De la necesidad de arreglárselas con las dudas,

De cómo llenar los huecos que tenemos dentro.

Ven, siente en tu rostro la mañana,

Cuando estamos tristes, todo nos parece oscuro;

Cuando estamos fuertes, el mundo se desmigaja.

Cada uno de nosotros guarda algo desconocido de las vidas ajenas,

Sea un secreto, un error o un gesto.

Ven y pondremos verdes a los vencedores,

Saltaremos desde el puente riéndonos de nosotros mismos.

Contemplaremos en silencio las grúas del puerto,

Porque estar juntos en silencio es

La mejor prueba de la amistad.

Vente conmigo, quiero cambiar de país,

Dejar este cuerpo mío a un lado

Y meterme contigo en una concha,

Con nuestra pequeñez, como los bígaros.

Ven, te espero,

Continuaremos la historia interrumpida hace un año,

Como si no tuvieran un círculo más

los abedules blancos de la rivera.

§

Guarda. Maggio è arrivato.

Ha steso la palpebra azzurra sopra il porto.
Vieni, da tempo non so più di te,

Se vai tremando, come quei micetti che affogammo da bambini.
Vieni, e parleremo delle cose di sempre,
Di quanto valga l’essere amabili,

Del bisogno di  regolarsi con i dubbi,

Di come riempire i buchi che teniamo dentro.
Vieni, senti il mattino sul tuo viso,
Quando siamo tristi, tutto sembra oscuro;

Quando siamo forti, il mondo si sgretola.
Ciascuno di noi salvaguarda un chè di ignoto delle altrui vite

Sia esso un segreto, un errore, un gesto.

Vieni e umilieremo i vincitori,

Salteremo dal ponte ridendo di noi stessi.
Guarderemo in silenzio le gru del porto,
Perchè stare uniti in silenzio

E’ la miglior prova di amicizia.
Vieni con me, voglio cambiare paese,
Lasciare questo mio corpo da una parte
E mettermi in una conchiglia con te.

Con la nostra piccolezza, come le lumache.

Vieni, ti aspetto.

Continueremo la storia interrotta un anno fa,
Come se non avessero un anello in più

Le bianche betulle della riva

KIRMEN URIBE

Marzolino indovinello


Stamattina appena alzato
ho provato l’emozione
d’inciamparmi e dal piancito
sollevato mi ha una gru:
poi per giunta in bagno andato
per nettare la ferita
nel tagliare la garzetta
ci ho lasciato ben due dita:
Chi urlò non si può dire
mai s’è visto grande allocco
più imbranato di così:
che fregata farsi male
come un merlo che sfortuna
meglio è in panda andare a spasso:
anche se col torcicollo
meglio è averla la fortuna
di goder per l’OTTO MARZO
appoggiati a una colonna
la bellezza della DONNA
che cammina a piede scalzo:
ed in mano LA POESIA
acchiappar la palla al balzo
dentro a un sogno volar via!

Sandro Sermenghi

Fra gli animali di questo Marzolino indovinello quanti volano e quanti mangiano germogli di bambù?  Manciate di poesie in premio alle soluzioni esatte!