Sempre

Ho scritto dell’alba,
del tramonto,
del vecchio albero,
della vecchia casa
lontana da tutti,
ma da tutti amata,
ho scritto degli affanni
mai superati,
delle illusioni, dei sogni
mai realizzati.

Ho scritto del mare,
delle sue immensità,
dei suoi silenzi.
Ho scritto del male,
dei soprusi, delle violenze
antiche e moderne.

Ho scritto di libertà,
di inciviltà,
di abbandoni e di solitudini.

Non ho scritto di te,
sempre presente,
nel male e nel bene,
ma mi sei testimone
ed è come tu abbia scritto con me.

Gavino Puggioni

Stanco

Son tornate le rondini
e volteggiano gaie nel cielo sereno.
Il mio cuore vola con loro,
il mio pensiero è lassù
in un mondo migliore di questo.
Quel garrire fraterno, felice,
ed è lì che vago, sperduto e contento,
in una felicità senza limiti e confini.
Son tornate ancora una volta
all’appuntamento col tempo,
mandate da Dio,
incuranti del bene e del male,
e fendono l’aria
in circoli piccoli e grandi,
s’inseguono librandosi leggere nel vuoto.
Sono lassù con loro,
nell’immensità.

Ma no
sono qui
su questa terra
nella mia stanza
sulla mia sedia
con la mia penna
il mio dolore
ed il mio pianto profondo
per chi amo.

Sandro Orlandi

Visioni asimmetriche

 
 
Un altro giorno di baldoria
dentro questa botte ferrata di pensieri giulivi
dove un violino disaccordato
dimenticava le sue passioni d’amore.
.
Intorno nuvole d’allegoria
si muovevano annichilite da voli di gabbiani
in festa per una barca di gomma piuma
che rifiutava l’acqua del mare.
.
Giovani musulmani in preghiera,
avvinghiati a pietre sconosciute,
sorridevano abbracciando ombre di speranza,
confuse da una pietà senza lacrime.
.
Il grande capo di questa immensità
ordinava a tutti di coprirsi di polvere bagnata
Muti i lamenti, lontani i dolori,
gli occhi socchiusi per tanto splendore.
.
I treni viaggiavano senza fili elettrici
e le rotaie erano scie di fuoco
dove la fede umana moriva in anfratti profondi
di felicità, sposata all’eterno desiderio.
.
Chi guidava i treni super veloci  e trasparenti
guidava anche il mondo che in quest’era post-moderna
andava al rovescio, oltrepassando tutti i muri
fatti  di bugie e i cantastorie erano contenti.
.
Non c’erano fiori perché la cenere
ridondava le sponde della bellezza, consunta
da mani di granchio che graffiavano
i figli appena nati da questa terra martoriata.
.
Gli alberi invece crescevano a dismisura,
sfidando gli aeroplani e i raggi del sole,
abbattuti all’ora del tramonto
da rivoli quieti di una luna stanca.
.
La botte ferrata era sempre piena
Ora rotolava tra sentieri di formiche operose,
schiacciando pietre del tempo futuro,
riflesse nella pioggia benefica di primavera.
.
E gli uomini offesi da rumori strazianti
dormivano, supini, con la meraviglia
che annunciava loro altri giorni di festa
senza bandiere e proclami.

Gavino Puggioni

Ndr: questa poesia, inedita, ha avuto una significativa menzione, con pubblicazione in antologia, al XXVII Premio Mondiale di Poesia Nosside 2011, di Reggio Calabria

Mistero

Come mi si affollano attorno fantasmi a me cari
Vedo amore, gioia, dolore cuori in fermento
Mi sento legato a loro con catene infrangibili
Sono silenziosi, alcuni felici altri malinconici
Vedo in tutti loro l’amore che supera il tempo e lo spazio
Il loro amore che affronta sole, luna, stelle
Li avvicino cerco il contatto, invano, sono impalpabili
Non hanno forma né colore, tacciono comunicando
L’amore che nutre la vita, diffondendone il profumo
Là nella immensità dell’universo.

Marcello Plavier

Published in: on dicembre 3, 2011 at 07:06  Comments (4)  
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Hymne à l’amour

Le ciel bleu sur nous peut s’effondrer
Et la terre peut bien s’écrouler
Peu m’importe si tu m’aimes
Je me fous du monde entier
Tant qu’l’amour inond’ra mes matins
Tant que mon corps frémira sous tes mains
Peu m’importe les problèmes
Mon amour puisque tu m’aimes

J’irais jusqu’au bout du monde
Je me ferais teindre en blonde
Si tu me le demandais
J’irais décrocher la lune
J’irais voler la fortune
Si tu me le demandais
Je renierais ma patrie
Je renierais mes amis
Si tu me le demandais
On peut bien rire de moi
Je ferais n’importe quoi
Si tu me le demandais

Si un jour la vie t’arrache à moi
Si tu meurs que tu sois loin de moi
Peu m’importe si tu m’aimes
Car moi je mourrais aussi
Nous aurons pour nous l’éternité
Dans le bleu de toute l’immensité
Dans le ciel plus de problèmes
Mon amour crois-tu qu’on s’aime
Dieu réunit ceux qui s’aiment

§

INNO ALL’AMORE

Il cielo blu su noi può cadere,
E la terra può ben crollare,
Mi importa poco se mi ami,

Finché l’amore inonderà le mie mattine,
Finché il mio corpo rabbrividirà sotto le tue mani,
Mi importano poco i problemi,
Amore mio, poiché mi ami.

Andrei fino alla fine del mondo,
Mi farei tingere in bionda,
Se me lo chiedessi.
Andrei a sganciare la luna,
Andrei a rubare la fortuna,
Se me lo chiedessi.
Rinnegherei la mia patria,
Rinnegherei i miei amici,
Se me lo chiedessi.
Si può ridere bene di me,
Farei qualsiasi cosa,
Se me lo chiedessi.

Se un giorno a me la vita ti strappa,
Se muori, che sia lontano da me,
Mi importa poco, se mi ami,
Perché morirei anch’io.

Avremo per noi l’eternità,
Nel blu di tutta l’immensità,
Nel cielo, non più problemi,
Amor mio, credimi se ci si ama,

Dio riunisce quelli che si amano.

ÉDITH PIAF      (musica di Marguerite Monnot)

Valle d’Aosta

Albe fiorite,
come rose rosse
che s’affacciano ad una ringhiera
che un rosaio ha abbracciato.

Torrenti biancheggianti,
che beffeggiano gli scogli
e guizzano, e saltano,
e spumeggiano
scivolando senza mai fermarsi.

Boschi di sempreverdi,
di betulle cangianti,
che disegnano d’un grigio pesante
gli sfondi verdeggianti
delle Alpi che mi corteggiano.

Cieli azzurri,
ricamati da voli di rondini,
sfreccianti come saette
al sole,
di falchi roteanti nel sereno,
che scompaiono all’improvviso
su una preda in fuga.

Silenzi irripetibili,
rotti a tratti dal lontano richiamo
di una marmotta,
da un frusciare tranquillo
d’acque trasparenti,
da una folata di vento
tra una gola e l’altra.

Voci che arrivano dall’immensità,
che sanno di preghiera
e ti ricordano che in questa Valle
c’è la presenza di Dio.

Salvatore Armando Santoro

Infinito

Ombre gotiche lungo la parete
e fievoli lamenti affastellati sulle volte
a ricordarci il cielo.
Scorre pacifica la luna
su binari tracciati con calcoli infinitesimi
dal caso.
Volgono i volti all’infinito
a cercar tra sipari e scene nascoste,
il cancello del paradiso.
Ma troppo grande è l’immensità,
ci siamo persi tante volte dentro
che uscirne fuori non è più ragione,
ma solo un abbassar lo sguardo
ammutoliti.

Lorenzo Poggi

Ecco sto perdendo i miei colori


Ecco sto perdendo i miei colori
Vado lassù dove tutto è luce pura
Dove vibrano tutte le tinte
La mia ala si sta facendo d’oro
Come il sole come le corone degli angeli
L’azzurro impallidisce tenue
Diventa color tenerezza
Dal mare passo al cielo
All’etere mi affido
Se vedrò dio non so
Ma sento le voci dei fanciulli
E in polvere d’oro mi dissolverò
Nei grandi silenzi dell’immensità

azzurrabianca

Published in: on aprile 3, 2011 at 06:52  Comments (5)  
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Ali di seta

Dona l’arcobaleno un filamento
che tessitrici muse ci han foggiato
crisalide libratasi nel vento
magico incanto del divin creato.

Nutresi all’armonia di libertà
ch’origine trovò a forar di guscio
raggiante per cotanta immensità
gioì di volo al salutar dell’uscio.

La maraviglia di stupor s’inchina
al passo suo regal bellezza pura
che grazia di sorgente dea marina
s’affanna a paragon d’equal natura.

Con leggiadra movenza ella carezza
un pavido evocar d’età passata
sembiante a sapor di giovinezza
che al navigar di vita s’è celata.

Foschi frammenti d’un sentor lontano
a raffiorar pensier poco si mostra
che l’animo smarrito al quotidiano
negar si suole il dondolar di giostra.

L’esister di cangianti ali di seta
sguardo rapisce col segnar di danza
fremente d’esser fior d’unica meta
ch’ogni petalo vibra di speranza.

Ma è d’apparir fugace la farfalla
che al volteggiar maliarda adulazione
posa gentil al profferir di spalla
poi aleggia e s’invola l’emozione.

Gian Franco D’Andrea

A cosa serve

A cosa serve
cedere allo spazio
fidarsi del clima rarefatto
del sole che scalda,
se non sai privarti del peso
respirare che nebbia
né strapparti gli abiti di dosso.

Diviene immensità
che non si lascia passare,
coesione totale di particelle
da inchiodare le nubi negli occhi,
da farti picchiare la testa,
alla cieca,
contro i troppi piaceri incompiuti
contro i dolori che non vorresti,
mentre dipingi te stesso
che affreschi deluso
il tuo autoritratto.

Daniela Procida

Published in: on ottobre 14, 2010 at 07:43  Comments (4)  
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