Ex voto

Accade
che le affinità d’anima non giungano
ai gesti e alle parole ma rimangano
effuse come un magnetismo. È raro
ma accade.
Può darsi
che sia vera soltanto la lontananza,
vero l’oblio, vera la foglia secca
più del fresco germoglio. Tanto e altro
puó darsi o dirsi.

Comprendo
la tua caparbia volontà di essere sempre assente
perchè solo così si manifesta
la tua magia. Innumeri le astuzie
che intendo.

Insisto
nel ricercarti nel fuscello e mai
nell’albero spiegato, mai nel pieno, sempre
nel vuoto: in quello che anche al trapano
resiste.

Era o non era
la volontà dei numi che presidiano
il tuo lontano focolare, strani
multiformi multanimi animali domestici;
fors’era così come mi pareva
o non era.

Ignoro
se la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l’innocenza é una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari. Di me,
di te tutto conosco, tutto
ignoro.

EUGENIO MONTALE

Bologna

Ci sono porti intravisti dal mare
e città sorvolate di fretta
dove arriva il tuo viaggio distratto
Bologna invece ti abbraccia
è visione emersa dal cuore
che sale da bassa pianura
e rossa di terra e di umore
innalza il tuo sguardo
e due dita a indicarti il suo cielo
Mi ricordo ero giovane un giorno
dei giorni padrone e dei sogni
Un sogno era là a portata di mano
ed io giocavo a pensarmi una vita
scegliendola nuova e diversa
nel grembo di madre benevola e opìma
scrigno turrito di amore e buon tempo
aperto al mondo e a tutte le strade
Ma gli anni passano e i sogni invecchiano
chissà mai se una Dotta insegnante
uno sbaglio di troppo mi avrebbe evitato?
Ora che imbianco vorrei chiederlo a lei
ma la trovo nebbiosa e distante
E’ una donna violata e percossa
la bella che perse un dì l’innocenza
tra un nero di sangue e di macchine bianche
e più allegra non danza sull’aia
ormai tutta sommersa di “neve
Ma io con giovani occhi la guardo
come fanno in eterno gli amanti
e mi immagino scendere un giorno
sul sagrato di quella stazione:
ad accogliermi vedo già i musici
cantastorie sapienti e poeti
che il mio tempo hanno allietato
Loro sì che il mestiere conoscono
di scacciare quei neri fantasmi
e tra un sorso un accordo e un sorriso
torneranno a narrarmi gioiosa
di Bologna la sua favola antica.

Massimo Reggiani

Vertigini

Lontano
da ogni tentazione
dentro
tutte le tentazioni
fuggo
spavaldo e accecato
da sole cocente

Fuggo
dentro pareti
di ghiaccio
che mi bloccano

Di paura
urlo
la mia innocenza
che mi trascina
che non mi vuole

Gavino Puggioni

Published in: on marzo 11, 2012 at 07:06  Comments (5)  
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I papaveri

Dovessi dirti del tempo ch’è passato
potrei donarti un papavero
accostarlo;
e chiederti la pelle segreta, ciò che resta
di un olio religioso, di un labbro fatto d’acqua.
Ho avuto il privilegio dell’innocenza anch’io
e quel che ho visto ancora mi nutre
e mi fa coro. Lo puoi capire quando ti amo
quando rido, quando mi viene sonno
e non ho timore alcuno.
Lo puoi vedere quando cammino nel vigneto
quando le foglie fanno imbarazzo tra le mani,
quando guardo
il fondo ad occhi aperti, come a una donna nuda
che pettina il suo campo di fuoco
con la luna.

Massimo Botturi

Published in: on gennaio 17, 2012 at 06:56  Comments (7)  
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NON RUBARE LA SPERANZA

Ma come si fa a rubare la Speranza? Oggi si può rubare tutto, la fiducia, l’intimità, lo sguardo, la libertà, l’innocenza, l’identità. Si può rubare l’anima, il corpo che ne è custode, il cuore che batte inutilmente per qualcuno o qualcosa. Si può rubare anche l’altrui pensiero, miscelando frasi e parole, l’idea e le sue conseguenze, la verità e le bugie, quelle grandi, soprattutto. Si sta rubando la pace, dovrebbero rubare le guerre! Ovviamente quel ladro s’impadronirà dell’altrui denaro, di una borsetta strappata alla nonna, di qualche lira-euro sbucata dal generoso banco-mat, ruberà una macchina, una moto, un caterpillar se non un carrarmato, ruberà un fucile e dieci pecore senza latte.  Ma come si fa a rubare la Speranza? Ma come si fa ad intascare, furtivi, pezzetti di futuro, rivoli di crescita morale, di civiltà, di amore e rispetto per il prossimo, di tutti quei bambini abbandonati che calpestano  la nostra terra, tutta, da nord a sud, da est a ovest, che urlano la loro presenza? Come si fa a dir loro della Speranza se questa è sinonimo di Vita che in loro stessi si deve ricreare perché non sia offuscata e sopraffatta? Ma come si fa a rubare la Speranza a milioni di umani che non ne sono a conoscenza?  Chiediamolo allora ai così detti Grandi della Terra che ci governano e, forse, la risposta l’abbiamo già letta e la leggeremo ancora, per chissa quanto tempo, nelle cronache di queste guerre infinite che attanagliano la nostra umanità, da sempre. E siamo, come dice la storia, in tempo di pace, quindi si potrà rubare di tutto, compreso quella stessa Speranza i cui frutti non serviranno e non meriteranno d’esser consumati.

Gavino Puggioni

Piccola città

Piccola città, bastardo posto,
appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via;
piccola città io ti conosco,
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano…

Piccola città, io poi rividi
le tue pietre sconosciute, le tue case diroccate da guerra antica;
mia nemica strana sei lontana
coi peccati fra macerie e fra giochi consumati dentro al Florida:
cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria;
io, la montagna nel cuore, scoprivo l’ odore del dopoguerra…

Piccola città, vetrate viola,
primi giorni della scuola, la parola ha il mesto odore di religione;
vecchie suore nere che con fede
in quelle sere avete dato a noi il senso di peccato e di espiazione:
gli occhi guardavano voi, ma sognavan gli eroi, le armi e la bilia,
correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West…

Sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza,
continenza, vuoto mito americano di terza mano,
pubertà infelice, spesso urlata a mezza voce,
a toni acuti, casti affetti denigrati, cercati invano;
se penso a un giorno o a un momento ritrovo soltanto malinconia
e tutto un incubo scuro, un periodo di buio gettato via…

Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?

Piccola città, vecchi cortili,
sogni e dei primaverili, rime e fedi giovanili, bimbe ora vecchie;
piango e non rimpiango, la tua polvere, il tuo fango, le tue vite,
le tue pietre, l’oro e il marmo, le catapecchie:
così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso, sempre diverso,
cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finchè non finirà…

FRANCESCO GUCCINI

 

Don Raffae’

Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son brigadiere del carcere oinè
io mi chiamo Cafiero Pasquale
sto a Poggioreale dal ’53

e al centesimo catenaccio
alla sera mi sento uno straccio
per fortuna che al braccio speciale
c’è un uomo geniale che parla co’ mmè

Tutto il giorno con quattro infamoni
briganti, papponi, cornuti e lacchè
tutte l’ore co’ ‘sta fetenzìa
che sputa minaccia e s’a piglia co’mmè

ma alla fine m’assetto papale
mi sbottono e mi leggo ‘o giornale
mi consiglio con don Raffae’
mi spiega che penso e bevimm’o cafè

A che bell’o cafè
pure in carcere ‘o sanno fa’
co’ a ricetta ch’a Cicirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà

Prima pagina venti notizie
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa
si costerna, s’indigna, s’impegna
poi getta la spugna con gran dignità
mi scervello e mi asciugo la fronte
per fortuna c’è chi mi risponde
a quell’uomo sceltissimo immenso
io chiedo consenso a don Raffae’

Un galantuomo che tiene sei figli
ha chiesto una casa e ci danno consigli
mentre ‘o assessore che Dio lo perdoni
‘ndrento a ‘e roullotte ci tiene i visoni
voi vi basta una mossa una voce
c’ha ‘sto Cristo ci levano ‘a croce
con rispetto s’è fatto le tre
volite ‘a spremuta o volite ‘o cafè

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Cicirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa’
co’ à ricetta ch’à Cicirinella
compagno di cella
precisa ‘a mammà

Qui ci stà l’inflazione, la svalutazione
e la borsa ce l’ha chi ce l’ha
io non tengo compendio che chillo stipendio
e un ambo se sogno ‘a papà
aggiungete mia figlia Innocenza
vuo’ marito non tiene pazienza
non chiedo la grazia pe’ me
vi faccio la barba o la fate da sé

Voi tenete un cappotto cammello
che al maxiprocesso eravate ‘o chiù bbello
un vestito gessato marrone
così ci è sembrato alla televisione
pe’ ‘ste nozze vi prego Eccellenza
mi prestasse pe’ fare presenza
io già tengo le scarpe e ‘o gillè
gradite ‘o Campari o volite ‘o cafè

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa’
co’ à ricetta ch’à Cicirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Cicirinella
compagno di cella
precisa ‘a mammà

Qui non c’è più decoro le carceri d’oro
ma chi l’ha mi viste chissà
chiste so’ fatiscienti pe’ chisto i fetienti
se tengono l’immunità

don Raffaè voi politicamente
io ve lo giuro sarebbe ‘nu santo
ma ‘ca dinto voi state a pagà
e fora chiss’atre se stanno a spassà

A proposito tengo ‘no frate
che da quindici anni sta disoccupato
chill’ha fatto quaranta concorsi
novanta domande e duecento ricorsi
voi che date conforto e lavoro
eminenza vi bacio v’imploro
chillo duorme co’ mamma e co’ mmè
che crema d’Arabia ch’è chisto cafè

FABRIZIO DE ANDRÉ

La curva dei tuoi occhi intorno al cuore

La courbe de tes yeux fait le tour de mon coeur,
Un rond de danse et de douceur,
Auréole du temps, berceau nocturne et sûr,
Et si je ne sais plus tout ce que j’ai vécu
C’est que tes yeux ne m’ont pas toujours vu.

Feuilles de jour et mousse de rosée,
Roseaux du vent, sourires parfumés,
Ailes couvrant le monde de lumière,
Bateaux chargés du ciel et de la mer,
Chasseurs des bruits et sources des couleurs,

Parfums éclos d’une couvée d’aurores
Qui gît toujours sur la paille des astres,
Comme le jour dépend de l’innocence
Le monde entier dépend de tes yeux purs
Et tout mon sang coule dans leurs regards.

 §

La curva dei tuoi occhi intorno al cuore

ruota un moto di danza e di dolcezza,

aureola di tempo, arca notturna e fida

e se non so più quello che ho vissuto

è perchè non sempre i tuoi occhi mi hanno visto.

Foglie di luce e spuma di rugiada

canne del vento, risa profumate,

ali che il mondo coprono di luce,

navi che il cielo recano ed il mare,

caccia dei suoni e fonti dei colori,

profumi schiusi da una cova di aurore

sempre posata su paglia degli astri,

come il giorno vive di innocenza,

così il mondo vive dei tuoi occhi puri

e va tutto il mio sangue in quegli sguardi.

PAUL ÉLUARD

Torture

Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.

Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

Nulla è cambiato.
C’è soltanto più gente,
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
ma il grido con cui il corpo ne risponde
era, è e sarà un grido di innocenza,
secondo un registro e una scala eterni.

Nulla è cambiato.
Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
Il gesto delle mani che proteggono il capo
è rimasto però lo stesso.
Il corpo si torce, si dimena e si divincola,
fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’anima vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è
e non trova riparo.

WISŁAWA SZYMBORSKA

Ciascuno è un frammento di cielo

 
ci siamo innamorati delle anime
avevano dei volti
ma sapevamo che in ogni sembianza
c’era una traccia che guidava il cuore
affinchè il giorno
della nostra presenza sulla scena
non fosse scorso invano
 
ci innamoriamo sempre della luce
che traspare dagli occhi
dalle mani
dalle voci vestite di penombra
e d’innocenza, manifesta
sostanza di cui son fatti i sogni
la tempesta
è l’inverso conoscere il sereno
 
in fondo lo sappiamo
d’aver solo dimenticato
che siamo stati sempre
e ancora siamo
a contatto degli angeli

Cristina Bove