Ri(flessioni)

Se non so proteggermi da parole altrui
vuol dire che alla mia porta
sa bussare un fragile abbandono

da qui all’eternità
tutti sanno essere poeti
senza stare necessariamente fermi

(per pura competizione da sbandierare)

molti sono coloro che si nascondono
dietro parole sentite su orizzonti
senza mai afferrare i loro stati d’animo

e troppi, con paure letali
e spesso perdenti,
posseggono conquiste aguzze

giusto o sbagliato (?):

due parole che non amo
ma la loro interpretazione
sanno lasciare sbocchi di allontanamenti
non vincenti per se stessi
ma per coraggio da scoprire
in giunture slegate da (personali) atavici passati.

Glò

L’infinito

Recentemente la Regione Marche ha realizzato una serie di spot pubblicitari promozionali avvalendosi di due testimonials di eccezione, il grande attore statunitense Dustin Hoffman e… nientepopodimenochè, il poeta Giacomo Leopardi. L’artista si è cimentato nella recitazione dell'”Infinito” con gusto ed ironia, senza nascondere i limiti che gli derivano dalla pronuncia inglese, così poco mascherabile e confacente con il suono e la perfezione del verso leopardiano. Ma non è di questa operazione di marketing che voglio parlare, in sè probabilmente anche meritoria, perchè può avvicinare alla poesia (e che poesia!) il grande pubblico solitamente distratto e sempre più lontano da una forma d’arte che sembra aver perso il suo “appeal”. La riflessione che mi è venuta spontanea è un’altra: vi sono tanti modi di leggere una poesia, anche quelle più famose e quasi meccanicamente acquisite dalla nostra conoscenza e sensibilità, eppure in ogni lettura si nasconde una interpretazione diversa, un modo di porsi autonomo che porta a rivelare qualcosa di sè rispetto a quell’opera, e forse anche qualcosa di nuovo circa l’opera stessa, un contributo di arricchimento e completamento, frutto di una corrente misteriosa che scorre tra l’autore della poesia ed il suo fruitore. Vi propongo qui due letture diverse del capolavoro leopardiano, chiedendovi che cosa ne pensate.

La prima è di Vittorio Gassman:

La seconda è di Carmelo Bene:

Sicuro che la comparazione tra le letture dei due mostri sacri del nostro teatro avrà stimolato il vostro spirito critico, concludo, sempre in tema, con una vera e piacevole chicca, un omaggio al grande poeta recanatese che ci ha inviato la nostra amica Viviana, che ha avuto… l’ardimento di interpretare liberamente il testo della poesia in dialetto bolognese. Una bella sfida, con un risultato davvero interessante:

L’INFINÈ

Ai ò in tal côr sta culènna desêrta
e sta zèda
ch’l am tûl la vésta dl ûltum urizånt.
Mo s am fairum a mirèr totta cl’avérta
a m’imâgin par d là
un gran silänzi e na trancuilitè
che scuèsi al côr par poc an s ispuréss
e lè com sa sintéss
la väus dal vänt
quand al fa môver äl foi stramèz äl piánt:
in cal mânter am arcôrd l eternitè
al stasån chi s in ván, al tämp passè
o qual d adès tant vîv ch’ al sent sunèr.
In st infiné as pêrd al mî pinsîr
e l’é acsé dåulz ch’a prévv infén murîr.

Viviana Santandrea