Vascello nella tempesta

Ho fatto di tutto per non affondare
imbarcando acqua di mare in tempesta,
spinto verso le aperte tombe di scogliere
grigie come sinistri manieri.
Pezzi di me ora galleggiano tra scogli
eretti come lapidi senza nomi e date.
Raccontano frammenti di storia e vita,
nel costante borbottio ripetono a cantilena
le stesse parole fino a quando improvvisa
un onda nuova quel frammento porterà
a largo e svanirà corroso.
Vascello sicuro e fiero di vele spiegate,
in ogni mare sospinto dai mutevoli venti
del destino ho navigato seguendo le stelle.
Ho solcato il mare dell’indifferenza umana
raccogliendo anime naufraghe lasciate
alla mercè dei vortici che la vita crea
In oceani del male ho fatto scalo in isole
di pace per prendere poi nuove rotte.
Nel mare del dolore che ogni nave solca
Ho chiuso i boccaporti del cuore perché
le immense onde sopra di me passassero
ricucite le vele strappate la rotta ho ripreso.
Solo al mare dell’amore mi sono arreso,
ho lasciato che questo vascello alla deriva
andasse, che i suoi venti le consumate vele
dell’anima tormentata stracciassero.
In quel mare dove gli altri mari si mischiano
e tutt’uno diventano, ho subito i flagellanti
flutti del male, del bene, dell’indifferenza
e della passione che più del sole acceca,
rendendo schiavi senza memoria e orgoglio
chi del dio amore agli acuminati scogli
nel naufragio mortale del cuore si consegna.

Claudio Pompi

Angoli di cielo

 
Di scale
che salgono al cielo
ne ho cercate
non ne vedo…
serenamente
nelle soste agli azimut
in una stella
dei nostri infarti
partecipiamo…
noi lo sai
palesemente col vento sui sassolini dei sentieri
ai soli sui cimiteri
andiamo…
i cipressi
ci prolungano la vista al cielo e in vista di lunga fila di lapidi
ci trasformiamo
da  amanti eroi…
a ciascuno
il suo segno
il suo rintocco di campana
e delle siepi
ce ne faremo casa
e rifugio…
saremo
il funerale
e nelle soste aspetteremo di raccogliere degli infarti al cuore i sassolini… .
mi dicono che insistono scale
che salgono nei cieli.

Enrico Tartagni

Malinconia

Il passare tra quelle
facce immobili che guardano il vuoto
Sentire il peso dell’angoscia
del nulla oltre quelle lapidi
date antiche cariche
di ricordi calpestati
triturati dal tempo
che inesorabilmente passa
Di te solo uno sguardo
di una foto scolorita
che grida il tuo dolore
La tristezza che ti accompagna
oltre la vita, la consapevolezza
che hai creduto e hai fallito
La scia che emani è come
una malattia contagiosa
eredità crudele,
attraverso ad essa
continui a vivere, senza corpo
(solo) nel dolore dell’anima

Gianna Faraon

25 Aprile


Anima mia respira
e vola libera
in questo giorno
che resiste orgoglioso
nella memoria dei pochi sopravvissuti
mostraci un volto integro e radioso
di sacra e inviolabile unità
eludi quel venticello nefasto
di disgregazione e d’intolleranza
che ammorba ed affligge
le radici del nostro belpaese
cogli rose di pace
deponile sulle lapidi a festa
e non scordare mai che siamo tutti figli
di un’unica madre generosa e pura
lascia che la voce di verità
carezzi cortecce d’alberi
e giochi con le fronde
del pensiero nato libero.
Anima mia sacra e infinita
non permettere che ancora
debbano piangere
dimenticate ed esiliate
le nostre care e antiche  “cetre”.

Roberta Bagnoli

Di nuovo ci riconosciamo

Pagine bianche
che si susseguono
l’inchiostro che segna

i nostri giorni
la nostra vita

versi incisi
su lapidi, epitaffi

i nostri pensieri
il nostro essere su questa terra

ciò che dissesta
l’imprevisto, l’indecifrabile
la mano del destino

indifesi, incerti
una lente
scruta la vita

di nuovo
ci riconosciamo

Maristella Angeli

Published in: on ottobre 17, 2010 at 07:32  Comments (6)  
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L’UGUAGLIANZA

L’uguaglianza esiste solo nelle virtù di chi è morto, se ci fate caso sono stati tutti buoni, onesti e probi. Non troverete mai scritto “Qui riposa finalmente un uomo che in vita ne ha fatte di tutti i colori”  “Esempio di egoismo massimo, ineguagliabile nullafacente, lasciò questo mondo tra il giubilo di chi per anni sperò che il suo decesso avvenisse prima. No, sono stati tutti ottimi padri, mariti esemplari, menti illuminate, probi lavoratori, pieni di amore e di pietà cristiana. Tutti, indistintamente, hanno vissuto nella grazia del Signore. A cinquantasei anni, credo di avere avuto modo di vedere qualcuno morire e per come ho avuto modo di conoscerlo in vita più di uno non aveva condotto una esistenza così cristallina. Tanto è vero che andando a deporre un fiore più in ricordo della nostra giovinezza passata insieme che per altro, ho trovato questo genere di frasi. Per un momento ho pensato di aver sbagliato fornetto, poi ho capito che era proprio lui. Se volete sapere fino a che punto arriva l’ipocrisia andate al cimitero, è l’enciclopedia per eccellenza nel suo genere. Non sono esenti le donne, anche loro madri esemplari esempi di virtù e abnegazione, spose fedeli. Non troverete mai una che si sia prostituita, eppure la prostituzione è il mestiere più vecchio del mondo, possibile che non siano mai morte? È vero che “una mela” al giorno toglie il medico di torno, ma anche il becchino? Niente da fare! Al cimitero non trovi traccia poiché sulle lapidi trovi scritto solo pregi e virtù. Non trovi traccia di madri che hanno abbandonato i propri figli. Tutte madri che hanno dedicato l’esistenza terrena alla prole. E allora sotto quelle umili croci, semplici lapidi dove oltre al nome e alle date non c’è scritto nulla chi giace? Forse ladri, assassini, prostitute, imbroglioni, madri snaturate, gente che è meglio dimenticare che ricordare. No. Gente che ha attraversato la vita come tutti noi e che di quel che dicono i posteri, nel bene e nel male, non può importare nulla perché nulla erano e nulla sono tornati ad essere. La morte non va presa sul serio ma neppure presa in giro con l’ipocrisia. Quello che vediamo nei nostri cimiteri sono monumenti alla nostra falsità, a noi stessi. Se abbiamo amato qualcuno e lo vogliamo ricordare non abbiamo bisogno di frasi scolpite nel marmo, lo portiamo nel cuore e non abbiamo bisogno di far sapere quanto importante fosse a chi vi entra. Bisognerebbe ricordare che lì ci sono solo dei poveri resti e basta. Il posto dove coltivare il ricordo, portarne avanti l’esempio è in chi resta.

Claudio Pompi

Dammi un’emozione

Dammi un’emozione su cui vivere
un giorno diverso dai miei uguali
usciti da una catena di montaggio
dal monocorde ritmo di richiami
assimilati dalla mia mente che ripete,
ripete, ininterrottamente mai stanca
anche quando nel sonno mi chiudo.
Villani e ghignanti ti beffano i volti
che domani avrò davanti gli occhi.
monosillabi usciranno dalle mie le labbra
che un tempo furono sorgente viva
di frasi a colorare i pensieri le idee.
Dammi un emozione che sia sogno
da inseguire, magari per un giorno
di cielo uguale nel suo grigio piatto
e fenda come un raggio di sole che
indichi meta là dove questo si posa.
Dammi se puoi il tuo spazio deserto
dove io possa piantare l’ultimo seme
perché in te nasca la voglia di amare
quel che delle mie speranze rimane
in tasche piene di polvere rimestata
di giorni ai quali non diedi un senso
fatti di inutili attese di quei domani
mutati in tanti oggi, lapidi bianche
a triste ricordo di infiniti ieri morti
sul fronte delle speranze uccise.

Claudio Pompi