Sentirti nel vento

Ovunque io andrò avrò con me
la tua voce, il tuo volto, i tuoi occhi.
Il vento ti porterà a me, ovunque tu sia,
ovunque io sarò.
Non basteranno distanze e frontiere
per fermare quell’amore che non vuole
morire di altri amori.
Non basteranno nuovi volti e sorrisi
per cancellare il tuo volto, il tuo sorriso.
Quel vento che da tempo mi segue
mi parla di te, mai stanco a me ti porta
ogni volta che da falsi amori ferito
mi rialzo deluso e ti chiamo.
Quanti amori col tuo nome chiamai
e il vento come nebbie disperse
Sei nel vento dei tramonti, nelle brezze
di mare dove sei nata, sei fatta di vento
che tutto pulisce e nuda l’anima lascia
perché di amore vero si vesta.
È nel vento il tuo nome, il tuo profumo,
il mio cercarti perenne, il nostro volersi
ancora.
Furono vento i giorni con te vissuti,
tormentati e intensi ma d’amore gonfi
come vele che cercano il largo del mare.
È tua la carezza che il vento per gioco
posa tra i miei capelli e li scompiglia,
gioco che ridendo facevi per esser presa.
Il vento mi porta quel tuo ridere e il silenzio
di un bacio che fine a quel gioco poneva.

Claudio Pompi

Liguria

Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla farsa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove l’erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d’oro sull’omero – dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato
aspetto.

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l’anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall’olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l’amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
– per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.
Marchio d’amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l’anima,
Liguria, che hai d’inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d’improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s’aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,
l’ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d’ombra
dall’oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
– aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s’affacciano al mio cuore deserto.

Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
o la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
i beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.

Chè non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s’accorda a te.

Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell’erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.

CAMILLO SBARBARO

Volti

Chi ha steso braccia al largo
battendo le pinne dei piedi
gli occhi assorti nel buio del respiro,
chi si è immerso nel fondo di pupilla
di una cernia intanata
dimenticando l’aria, chi ha legato
all’albero una tela e ha combinato
la rotta e la deriva, chi ha remato
in piedi a legni lunghi: questi sanno
che le acque hanno volti.
E sopra i volti affiorano
burrasche, bonacce, correnti
e il salto dei pesci che sognano il volo.

ERRI DE LUCA

Stasi

Ecco, mare e cielo accostano le tinte
e le confondono senza ch’io lo chieda.
Alzo i remi e fisso l’onda sotto
con gli occhi di chi ha il blu in tasca.

Nel baricentro della vita a dondolo
son creditore degli istanti da fermare.
Son tutto, io che misuro ali di gabbiano
e i colori della perchia infuriata.

Poi, sempre più è lontano il largo.
Lo prenderò una volta ancora, di bonaccia.
Intanto, mi incastro dentro giorni complicati,
mi azzero al mio rientro in porto.

Aurelio Zucchi

Morti a colori

 
Morti a colori
ché la vita va avanti
si aggiornano elenchi
continuamente
telecamere impietose
e servizi sensazionali
la tragedia era prevedibile                                                                                                                                   
come la vita
improvvisa e tragica
che sia salita o discesa
si suda troppo
la posizione è scomoda
ma si rimedierà
date fiducia all’oratore
presto qui ci saranno nani e ballerine
ad allietare le vostre ore
date tempo al tempo
imparate a memoria i discorsi
fate largo ai potenti
ci sarà una parola buona per tutti.

Maria Attanasio

Astrolabi da camera

Ho visto il sale scendere sui polsi
e come mai che piove il mare?
Sabbia da impianto scenico
come nel vetro sciolto
hanno perso i capelli anche le onde.

Un turbinare avvince
le gambe delle sedie sottovento
già le vele di troppo
scontano pleniluni sulle case

senti l’assuefazione delle storie?
è il tavolo da pranzo
un’isola irrisolta se non calcoli
almeno approssimate
latitudini.

Ora lo vedo piovere su chiglie
il pianto dell’oceano
ma so che infiora l’aria di vermiglio
il sole

un colpo di timone alla spalliera
e prendo il largo.

Cristina Bove

Ode all’indifferenza

Preferisco
nella migliore (?) delle ipotesi,
logorare la vita
a cavallo delle finzioni in-sistenti

l’ira scavalca l’indifferenza
laggiù,
al largo straniero,
lontanissimo da me
nei graffi mortali
e seducenti
d’ingannevole distacco

singhiozzano le precarietà emotive
a tracollo di questi giorni trascinati
nelle sabbie mobili

chi ama l’ottimismo
si sente soffocato
da sequenze
temporali di chiaro-scuro
(capo/voltaico in-definiti)

esiste, persiste
ancora
questo affanno
piccolo, esile,
ma tarlo demolitore
di tosse planetaria

non vestita ancora
di sdegno
dis-umano
se non in teschio mortale
di spiagge
sfigurate di marea mortale.

Glò

Largo from Serse


Fluisce la dolcezza
in questo largo di Haendel
che sulle note di un’organo
su acque palustri
mi conduce.

Canta
il flauto di Pan
e l’anima
s’apre al pianto
si nasconde
tra i giunchi
un richiamo d’amore
si perde
tra il vento
e le canne.

Graziella Cappelli

Published in: on ottobre 26, 2010 at 07:22  Comments (10)  
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