Stavo sognando

tu mi cullavi
noi oscillavamo
il tuo fiato era un flauto
le tue braccia il bosco

scricchiolavano i rami secchi
sotto la mia schiena
e le tue dita mi assordavano
la tua pelle era cotone
il tuo cuore di lino

una goccia sulla mia fronte
ho creduto mi avvertissi
della pioggia
ma la tua voce tossì
un odore disgustoso

una goccia sulla mia fronte
mi stupì: era acqua davvero
dovetti aprire gli occhi
la culla diventò una nave
le tue braccia mare mosso

il tuo fiato unghie sulla lavagna
vipere i rami – viscide le tue mani
sangue rappreso la tua pelle
che colava sulla mia fronte

la mia fronte incredula mi implorava
di nasconderla chiudi gli occhi
mi ha detto proteggici dal fetore
se i tuoi occhi sono chiusi
nemmeno le sue unghie potranno graffiarci

Nicole Marchesin

Cieli

Cieli,
per giorni e giorni uguali,
svogliate e inaffidabili chimere,
quando l’unico colore percepito
è un fondo di cravatta da indossare.

Li ho visti,
aprirsi insieme in sincronia
coi fuochi dei sorrisi da me appiccati.
Ricordo ben d’averli anche indicati
a donna amore che mi stava a fianco.

Li ho visti,
dall’alto dei vent’anni,
vincer le nubi e all’angol relegarle

come educande offese ed umiliate,
mandate in fretta dietro la lavagna.

Cieli
che, incazzati, chiudono i battenti
e grandi e grossi si fanno metter sotto
dal primo cenno d’ingarbugliata pioggia
o dal malessere di questo loro figlio.

Li ho visti, poi,
rompere ogni plumbeo assillo,
apparecchiar la festa sotto il sole
nel cuore d’attimo di mia felicità sublime
ed invitarmi a prender posto al desco.

Cieli,
malinconie d’azzurro smascherate,
che a farsi belli pelano le stelle,
che scippano la luna da dietro le montagne
per obbligarmi alle romantiche manie.

Aurelio Zucchi