Dipingi un’altra vela

 
La vedi quella nuvola?
Lasciala andare
oggi è l’alba d’una nuova vita
dipingi un’altra vela
sulla spiaggia dei sogni
soffiala di speranza
godila con leggerezza
amala come se fosse
l’ultimo tuo giorno
e non sprecare altre lune
non aspettare treni mai partiti
lascia un po’ di pianto nei tuoi occhi
verranno temporali assurdi
avrai una barca di sorrisi
avrai quello che ti sarai
conquistato e custodito nel cuore
col senno del tuo amore.

Roberta Bagnoli

Disonesto con me – e crudele

Come lo è il bambino che tortura la lucertola
Una risposta così maleducata
A me – che non ti avevo chiesto niente

In quel verde sporco non ho visto altro
Che la spensieratezza di quella cascata
Che tempo fa si riversava su di me…
Questa volta la sua spuma
Non si calmava nel solito specchio d’acqua

Ma spariva in una voragine così nera
Che l’avrei detta un tappeto di formiche
Per la sensazione che avevo sulla pelle –
Ora vedo che nulla si muove – perchè era il Vuoto:

Ero piena di aria nera – stagnante
Forse un po’ umida – e di un silenzio
Così profondo che le mie orecchie caotiche
Hanno preso a fischiare

Sei stato Disonesto con me – ed io
Non ti avevo chiesto niente
Volevo solo passare un altro po’ di tempo
In quel luogo scrosciante
Soltanto ascoltarlo – non volevo berne

Quando sedevo sul grande sasso
In riva a quel fresco lago
Ne sentivo il calore ed il Movimento nel profondo
E mi nutrivo di quella leggerezza…

Ma era solo uno splendido quadro
L’acqua fresca solo olio secco
Come anche la profondità di quel lago
Un quadro firmato «Disonestà»

Nicole Marchesin

Dedicato a…

Fuori dai cinque sensi conosciuti
l’ho incontrato nell’età giovanile
e con lui mi è parso
di aver sempre viaggiato.
Certo, qualche sbandata
l’ho presa anch’io
incrociando vie dedicate,
amore, silenzi, solitudini,
percorse nel sole e nell’ombra
ma niente di grave o irreversibile.

Da adulto,
percorsi umani,
di azione e di pensiero
dove la leggerezza dei passi
ascoltava l’eco del tempo,
quello andato e quello a venire.
Ma lui, ormai conosciuto dai più,
ormai abbandonato da tanti,
mi ha guidato e mi ha illuminato
in quello stretto sentiero,
sì, quello suo,
del senso della vita,
senza il quale l’andirivieni umano
non avrebbe mai avuto il giusto significato,
il gusto dolce-amaro del vivere comunque,
alla luce del Sole
e della sua amica Luna,
essendo sempre
sembrando mai.

Gavino Puggioni

Forse

 
In un luogo indefinito
o forse sotto i nostri
ciechi occhi si nasconde
il sentiero difficile della verità.
Forse nella leggerezza della nuvola
riposa il soffio eterno della vita.
Forse ad ascoltare bene,
proprio in quest’istante
sta bussando alla porta
la mano forte e chiara
della semplice,
calda speranza.

Roberta Bagnoli

Published in: on dicembre 7, 2011 at 07:21  Comments (16)  
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Del prode Cecco l’acerba vertù

 

(n.d.r.  Il brano, un vero e proprio saggio di virtuosismo poetico con citazioni e riferimenti anche d’attualità,  prende ispirazione/pretesto dal IV Capitolo de “L’Acerba”, opera principale di Cecco d’Ascoli -Francesco Stabili-, poeta ed intellettuale del ‘300 finito al rogo per le sue tesi eretiche)

 
Del IV la vertute (1) l’altro iorno
Colpimmi e a meco averla l’impio male
I’ vuolsi allontanarlo da l’intorno:
Tentai di spaventarlo col sonetto,
Lo metro che mi vien più naturale,
Ma invece la terzina viense a getto.
.
Da vero vertüoso e grande vate
A la beltate femmena i’ m’affida,
Ofrendole di rose e di patate:
Poi pria che ‘l pomo giù da’ tralci preso,
Pria che niun sangui e niun venga suicida,
Nobilitata l’alma, un cero è acceso!
.
Li celi donqua pien di leggerezza
Immo mirando ‘l ben che non si sface,
Ché la vertute è madre di saggezza:
Como l’Ulivo ch’à limpiezza soa,
E ‘l grido popolare non si tace
Ne l’Urbe nazionale mea e toa.
Convene allor che i trami sien diritti,
Sì che in padella zòmpin… pesci fritti!

(1) Leggendo il IV cap.lo di Acerba di Cecco d’Ascoli Stabili, Ancarano 1269/Firenze 1327 arso per eresia, poema in sesta rima incompiuto all’inizio del V cap.lo, notai che era ripetuta sette volte la parola “vertù/vertute/virtù”. Con povere ricerche scoprii che, nei secoli, anche alcuni fìlosofi avevano parlato di virtù e dintorni fra loro e fra gli altri: 1 Socrate, Atene, 470/399 a.C.; 2 Platone, Atene, 427/347 a.C.; 3 Aristotele, Stagira, 384/322 a.c.; 4 Zenone di Cizio (Cipro), 333/263 a.c. ideatore dello Stoicismo nel 300 ad Atene; 5 Machiavelli Niccolò, Firenze, 1469/1527; 6 Bruno Giordano, Nola 1548, arso al rogo in Roma 1600; 7 Galilei Galileo, Pisa, 1564/1642; 8 Campanella Tommaso, Stilo RC, 1568/1639; 9 Hobbes Thomas, Malmesbury, 1588/1679; l0 Cartesio/René Descartes, La Haye Touraine, 1596/1650; 11 Vico Giambattista, Na­poli, 1668/1744; 12 Shaftesbury Anthony Ashley Cooper, Londra 1671/1713; 13 Montesquieu Charles-Louis de Secondat di La Brède, Bordeaux, 1689/1755; 14 Hutcheson Francis, Drumalig, 1694/1746; 15 Hume David, Edimburg 1711/76; 16 Smith Adam, Kirkcaldy, 1723/90; 17 Kant Immanuel, Königsberg/Kaliningrad, 1724/1804; 18 Hegel Georg Wilhelm , Stoccarda, 1770/1831; 19 Feuerbach Ludwig, Landshut, Baviera, 1804/72; 20 Bauer Bruno, Eisenberg, Sassonia-­Altenburg, 1809/82; 21 Spaventa Bertrando, Bomba CH, 1817/83; 22 Marx Karl, Treviri, 1818/83 e 23 Engels Friederich, Barmen, Wuppertal, 1820/95: “i due del Manifesto del Partito Comunista (1848)”; 24 Labriola Antonio, Cassino, 1843/1904; 25 Husserl Edmund, Prossnitz, Moravia, 1859/1938; 26 Croce Benedetto, Pescassèroli AQ, 1866/1952; 27 Gentile Giovanni, Castelvetrano TP, 1875/1944; 28 Heidegger Martin, Messkirch, Baden-Wiirtemberg, 1889/1976; 29 Gramsci Antonio, Ales CA, 1891/1937.

Sandro Sermenghi

Fredde gocce d’inverno

Gocciola fredde gocce d’inverno
il paradiso disteso sul monte.
Come una mano gelata, accarezza
cime e pendii…E scalda il mio cuore.

Cogli ermellini, candidi manti,
sembrano andare – gli abeti – al passare
di teleferiche, come sospese,
spinte dai soffi di gelidi fiati.

Voli biancastri sul fondo azzurro
passano in alto da un picco ad un altro:
si fanno ombre che corrono via
sopra il mantello incantato del gelo.

Di pace intensa il bianco profumo
scivola libero per ogni dove.
L’eco trascina per tutta la valle
lo jodler trapunto di stelle alpine.

Una ad una rispondono l’orme
con lo strumento fragrante dei passi:
un suono lieve di fiocchi pressati,
di leggerezza di paradiso.

Armando Bettozzi

Hai l’eleganza raccolta


hai l’eleganza raccolta
di principe discendente
del castello delle rose
una luce è passata nei secoli
dal sangue nell’anima
goccia goccia si è trasmessa
dolcezza di atti d’amore
affiora ora ai tuoi occhi
giunge ai miei
che ti osservano
muti
compare timido
un saluto
sulle mie labbra
che schiudono piano
il fiato quasi non esce
la voce appena un soffio
così sospesa è oggi la vita
una leggerezza sussurrata

azzurrabianca

Una giornata di nuvole


Una giornata di nuvole
di grigio sul mare
di poco rumore
ti fa il vuoto attorno
lo credi amore
c’è lui che ti scava dentro
è per pensare a lui
per volere lui che
ti assenti al presente
ed ogni tempo ogni modo
è possibile così intimamente vicino
seguire con gli occhi il mare
fino laggiù spingersi avanti
oltre oltre perseguire l’infinito
equivale al movimento simultaneo opposto
dentro dentro più dentro
fino a toccare la tua vastità
poi torna il sole ed è lampo
improvvisa
luce
per tutti e leggerezza
echi di risate
tu torni sola
nella concretezza delle cose
e consideri compiaciuta
gli ombrelloni chiusi
tutti gli sdrai ordinati e vuoti
qualche passero si posa
vicino sul tettuccio o su un lettino
con la sua briciola in bocca

azzurrabianca

Tra l’umido odore del bosco

Tra l’umido odore del bosco
e i colori intessuti d’autunno
e il gorgogliare sommesso
d’un ruscello di pace
ho lasciato promesse
di felicità
cadute da sbuffi di nuvole paffute
gonfie di leggerezza.
Tu eri la pupa in bozzolo d’amore
lontano da ogni frastuono:
purezza del volo d’una farfalla.
Rimane il battito d’ali
nella carezza del vento.

Armando Bettozzi

Dedicata a Lisa

Il Re Travicello

Al Re Travicello
piovuto ai ranocchi,
mi levo il cappello
e piego i ginocchi;

lo predico anch’io
cascato da Dio:
oh comodo, oh bello
un Re Travicello!

Calò nel suo regno
con molto fracasso;
le teste di legno
fan sempre del chiasso:

ma subito tacque,
e al sommo dell’acque
rimase un corbello
il Re Travicello.

Da tutto il pantano
veduto quel coso,
«È questo il Sovrano
così rumoroso? »

(s’udì gracidare).
«Per farsi fischiare
fa tanto bordello
un Re Travicello?

Un tronco piallato
avrà la corona?
O Giove ha sbagliato,
oppur ci minchiona:

sia dato lo sfratto
al Re mentecatto,
si mandi in appello
il Re Travicello».

Tacete, tacete;
lasciate il reame,
o bestie che siete,
a un Re di legname.

Non tira a pelare,
vi lascia cantare,
non apre macello
un Re Travicello.

Là là per la reggia
dal vento portato,
tentenna, galleggia,
e mai dello Stato

non pesca nel fondo:
che scienza di mondo!
che Re di cervello
è un Re Travicello!

Se a caso s’adopra
d’intingere il capo,
vedete? di sopra
lo porta daccapo

la sua leggerezza.
Chiamatelo Altezza,
ché torna a capello
a un Re Travicello.

Volete il serpente
che il sonno vi scuota?
Dormite contente
costì nella mota,

o bestie impotenti:
per chi non ha denti,
è fatto a pennello
un Re Travicello!

Un popolo pieno
di tante fortune,
può farne di meno
del senso comune.

Che popolo ammodo,
che Principe sodo,
che santo modello
un Re Travicello!

GIUSEPPE GIUSTI