La stazione

Il mio arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire
all’ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.
E’ scesa molta gente.

L’assenza della mia persona
si avviava verso l’uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.

A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.

La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.

L’insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.

E’ avvenuto perfino
l’incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole.

 

WISŁAWA SZYMBORSKA         (1923-2012)

Una forgia e una falce

A FORGE, AND A SCYTHE

One minute I had the windows open
and the sun was out. Warm breezes
blew through the room.
(I remarked on this in a letter.)
Then, while I watched, it grew dark.
The water began whitecapping.
All the sport-fishing boats turned
and headed in, a little fleet.
Those wind-chimes on the porch
blew down. The tops of our trees shook.
The stove pipe squeaked and rattled
around in its moorings.
I said, “A forge, and a scythe.”
I talk to myself like this.
Saying the names of things –
capstan, hawser, loam, leaf, furnace.
Your face, your mouth, your shoulder
inconceivable to me now!
Where did they go? It’s like
I dreamed them. The stones we brought
home from the beach lie face up
on the windowsill, cooling.
Come home. Do you hear?
My lungs are thick with the smoke
of your absence.

§

Un minuto fa avevo le finestre aperte
e c’era il sole. Tiepide brezze
attraversavano la stanza.
(L’ho scritto anche in una lettera.)
Poi, sotto i miei occhi, si è fatto buio.
Il mare ha cominciato a incresparsi
e le barche da diporto che erano a pesca
hanno virato e sono rientrate, una flottiglia.
Il tintinnabolo sotto al portico è caduto
di colpo sotto una raffica. Le cime degli alberi
tremavano. Il tubo della stufa cigolava e sbatteva
trattenuto dai tiranti.
Ho detto: “Una forgia e una falce”.
Certe volte parlo da solo, così.
Nomino certe cose:
argano, gomena, limo, foglia, fornace.
Il tuo volto, la tua bocca, le tue spalle
ora sono per me inconcepibili!
Che fine hanno fatto? E’come se
li avessi sognati. I sassi che abbiamo portato
a casa dalla spiaggia se ne stanno lì
sul davanzale a raffreddarsi.
Torna a casa. Mi senti?
I miei polmoni sono pieni del fumo
della tua assenza.

RAYMOND CARVER

Per sempre

Amarti per sempre.
Però
non sai quanto
non puoi immaginare.

Tu sei
in ogni poro
della mia pelle
In ogni lettera
dell’alfabeto
nell’infinità dei numeri
e spazio

Fin dove
può arrivare il pensiero
io ti amo.

In ogni granello di sabbia
e goccia di mare
io ti amo.

In ogni foglia
e petalo di fiore
io ti amo.

In ogni cristallo
di neve
io ti amo.

E quello che resta
lo metto sulle mie labbra
per fartene dono.
Un bacio.
La vita intera.

Sandra Greggio

Chiusi gli occhi

Ecco ho chiuso gli occhi
e spenta la luce all’étagère delle mie acque in stanca.
Senza sapere perchè ho chiuso anche il cassetto al comodino,
senza sapere perchè,
perchè dentro non c’è niente,
dentro neppure un pensiero
una piccola lettera d’amore
dimenticato tutto in altre penombre.
Ecco sono rimasto al buio
ad occhi chiusi
senza sapere perchè.

Enrico Tartagni

Published in: on giugno 27, 2011 at 07:19  Comments (4)  
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Una lettera per TE

Io non so pregarti più
e se t’ho abbandonato
poi deluso
e là lasciato,
non è stato per scommessa
e nemmeno per ripicca,
ma di là
ho lasciato il pianto,
di dolore
e di rimpianto...
Su quei volti
la freschezza
di una verità rubata,
in quegli occhi
la certezza
di una vita già lasciata..
Io che so parlar d’amore
con il cuore e le parole,
non potrò dimenticare
tanta carne là a morire...
Se ci sei mio Signore
stendi adesso la tua mano,
non lasciar loro una croce
che consuma piano piano...
Io non so pregarti più
ho perduto le tue tracce,
ma il ricordo di un lenzuolo
che avvolgeva il tuo costato,
io l’ho visto sopra un letto
di un ragazzo là adagiato..
E perdona se oso tanto
se ti scrivo e non ti prego,
questa lettera ti mando
come fosse ora il mio credo.
Quando scendi dalla croce
vai da loro e soffia piano,
perché sia consolazione
questa tua resurrezione!!!

Beatrice Zanini

Gli esclusi

Miti, saggi, immiti,
appariscenti,
salubri,
letali…
curano l’ingranaggio della scena
seguendo alla lettera
le istruzioni del regista.
Nella miscela eletta
il badilante
svolge la fatica
e si addormenta,
il pensatore naviga ad oltranza,
il torrente in piena allaga i campi
contro il masso inconcusso
aggrotta il ciglio,
ma lo lascia passare…
e ci sono gli esclusi:
l’esercito di fotografi
più o meno bravi
che scattano primi piani,
e impugnano il destino…
queste pieghe ribelli
soffrono loro e danno più lavoro.

Giuseppe Stracuzzi

LA LETTERA COLLETTIVA DI SANDRÈN

Cari amici, ho il grande piacere di riportare questo messaggio  che ho ricevuto proprio oggi, che testimonia come dopo il lungo periodo di degenza che ci ha fatto preoccupare non poco, il nostro Sandrèn  sia di nuovo  tra noi, con il solito spirito battagliero e la sua preziosa presenza. Bentornato Sandro da tutti i poeti del Cantiere, e torna presto a deliziarci con le tue creazioni!

PS  Scusate se non inserisco anche il testo originale in bolognese, anche se è molto espressivo e dà l’idea di come la verve di Sandro sia tutt’altro che indebolita!

Lettera collettiva d’una parte della disavventura capitata a Ciaosandrén da Bologna, scritta il 20 giugno 2010 dalla Residenza ospedaliera del Reparto Cardiologico “F” dell’ospedale Bellaria

Cari Luigi, Amos, Bertino, Daniele, Fausto, Jani, e tutti gli amici del bolognese, poeti di “Parole”, del Circolo “La Fattoria, del “Cantiere Poesia”, mia figlia Sara col marito Gaetano e mio nipote Fabio, dello SPI, e tutti gli altri che qui non posso elencare, tutti gli inquilini di via Regnoli 3 e i cittadini lì vicino che ogni giorno fanno delle chiacchiere – e anche delle malignità, prof. Marinelli che mi ha operato con la sua equipe di dottori e personale della Villa Torri, del S. Orsola, e della Cardiologia “F” dell’ospedale Bellaria che mi hanno dato una mano per tornare a casa, cari tutti, insomma, sono qui per raccontarvi che la “Morte” non ce l’ha fatta!!! Due volte, quella lercia, lei aveva allungato la sua falce per prendermi, ma, accidenti, il barcaiolo Caronte le ha sempre detto che “la barca era piena”.  E io, là sulla sponda dell’Acheronte, il fiume infernale, a condurre la mia battaglia tra una gran massa di sofferenti. Poi, pian pianino, la schifosa “Morte” si è allontanata, anche se di malavoglia, così i miei pensieri hanno cominciato a volgersi verso il futuro. Ah, ho dimenticato i lavoratori della Coop S. Vitale: saluti anche a voi, ragazzi. Qui dovrei dire di tutta quella grande umanità che ho trovato fra i compagni di camera quando io, ai primi passi, erano tutti pronti ad aiutarmi: solidarietà che si trova sempre meno in giro per la vita. Lontana l’idea di filosofare, credo che questa lettera debba finire qui: vi abbraccio tutti quanti “con le carezzine nella schiena” come faccio con mio nipote Fabio e suo padre Gaetano con la madre Sara, e la mia ragazza Ersilia, e un bacino a mia cugina Mirella, insieme agli altri intimi. Mi piace sottolineare la presenza morale e personale di Luisa, che arrivava coi “succhi” o con le ciliegie e la sua esuberanza contagiosa. Tanti sono stati presenti, dai poeti della “Fattoria” Cinzia, Oscar, Enzio, Gabriella, a Rossana e Nicole, che furono presenti, personalmente o in spirito:

TANTE GRAZIE A TUTTI, CIAOSANDREN.

Questa lettera è partita dalla mia testa dopo un mese di ricovero, da Villa Torri al S. Orsola e al Bellaria; poi, a convalescenza quasi finita, sono stato travolto dalla rottura del femore dx e sono rimasto all’ospedale Maggiore fino all’11/9: qui svelto taglio la triste storia e vo verso la guarigione: quando?

Ciaosandrén,

che chiede scusa ai tanti che ha dimenticato!!! Quando starò meglio spero di reinserirmi nell’attività del gruppo,

Bologna, 30 settembre 2010

Published in: on ottobre 2, 2010 at 16:28  Comments (4)  
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Un istante di verità

È grido che strazia
dal fondo della gola
non ci sono parole
oltre la mezzanotte
finchè le cercherai,
perché senza squarciare
non dovranno uscire
e la verità ti strapperà
gli occhi,
il suo vento ti inchioderà
al muro
dicendoti: “Eccomi,
non mi cercavi?”
e non avrai mezzo
per fermarla su carta
piccolo uomo
condannato a dieci dita
che mai arriveranno
al cielo
una lettera dopo l’altra
a formare
un grande, spazioso,
tremendo cerchio
senza uscita
perché non ci sono parole
oltre la mezzanotte
e tutto svanisce
come i sogni all’alba.

Gian Luca Sechi

Published in: on ottobre 2, 2010 at 07:10  Comments (1)  
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Ti regalerò una rosa

Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore

Mi chiamo Antonio e sono matto
Sono nato nel ’54 e vivo qui da quando ero bambino
Credevo di parlare col demonio
Cos’è mi hanno chiuso quarant’anni dentro a un manicomio
Ti scrivo questa lettera perchè non so parlare
Perdona la calligrafia da prima elementare
E mi stupisco se provo ancora un’emozione
Ma la colpa è della mano che non smette di tremare

Io sono come un pianoforte con un tasto rotto
L’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi
E giorno e notte si assomigliano
Nella poca luce che trafigge i vetri opachi
Me la faccio ancora sotto perchè ho paura
Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura
Puzza di piscio e segatura
Questa è malattia mentale e non esiste cura

Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore

I matti sono punti di domanda senza frase
Migliaia di astronavi che non tornano alla base
Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole
I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole
Mi fabbrico la neve col polistirolo
La mia patologia è che son rimasto solo
Ora prendete un telescopio misurate le distanze
E guardate tra me e voi chi è più pericoloso?

Dentro ai padiglioni ci amavamo di nascosto
Ritagliando un angolo che fosse solo il nostro
Ricordo i pochi istanti in cui ci sentivamo vivi
Non come le cartelle cliniche stipate negli archivi
Dei miei ricordi sarai l’ultimo a sfumare
Eri come un angelo legato ad un termosifone
Nonostante tutto io ti aspetto ancora
E se chiudo gli occhi sento la tua mano che mi sfiora

Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore

Mi chiamo Antonio e sto sul tetto
Cara Margherita sono vent’anni che ti aspetto
I matti siamo noi quando nessuno ci capisce
Quando pure il tuo migliore amico ti tradisce
Ti lascio questa lettera, adesso devo andare
Perdona la calligrafia da prima elementare
E ti stupisci che io provi ancora un’emozione?
Sorprenditi di nuovo perchè Antonio sa volare.

SIMONE CRISTICCHI


Il delfino

Era la libertà del delfino
il sogno del vecchio bambino
che amava le terre sue di solitudine,
la patria delle colline selvagge
e il mare nostro come inchiostro.
Il delfino poeta scriveva
sul lenzuolo del mare,
tracciava mappe, rotte antiche
e di rose venute dal sale viveva
stringendo la sua sirena
nell’aria azzurra della riva.
Correva sulle strade del cielo
l’aviatore con il suo brevetto d’amore,
conosceva le nuvole una ad una
e un giorno sarebbe arrivato
alla spiaggia della ragazza
che aveva capelli di sabbia dorata,
la bocca una lettera rossa
di baci e notizie,
le avrebbe insegnato a volare
guardando i fenicotteri rosa
dalle ali del suo aereo,
le mani d’esilio a stringere
un canto di vicinanza,
e là dove la terra diventa acqua
dove il fiume diventa mare
una capanna li avrebbe accolti,
avrebbero pescato pesci azzurri
da navi di memoria dimenticati
e sotto la scaglia del sole
si sarebbero infine amati.

barche di carta