I verbi

ci passano in rassegna
con pronuncia sardonica c’immettono
tra le papille gustative e le corde vocali
ci scrivono le azioni sillabate nel registro dei segni
ci mettono la pen(n)a tra le mani
a tatuarci le tacche dei mattini
o matte dei tacchini (piccole libertà d’amanuensi)
ché veramente seri sono pochi

ci prescindono
come i pifferi che invece di suonare…

ci trattengono quando ci destiamo
dagli assetti (anche affetti) supini
ci tossicchiano intorno balbuzienti
ci rendono refusi inadempienti alle minime regole
ortostatiche
non ci reggiamo in piedi
e loro ci propinano levare andare fare dire ingurgitare
e noi
– verbicitanti, occhi lucidi –
lessicodipendenti incontenibili
ci siamo arresi e ci scriviamo addosso.

il medico prescrive: un cucchiaio di silenzio
lontano dai tasti

Cristina Bove

Che male mai sarà

immaginarsi un dio di carità
benevolenza e umanità.
Che male mai sarà
pensare di rubare un pò d’amore
agli antipodi di un mondo
che chiamano aldilà.
Che male mai sarà
chiudere i battenti
alla casa dei tormenti
dove dietro un credo
o uno spergiuro
ovunque ho visto
alzare un muro.
Ognuno creda e faccia
secondo la coscienza
purchè la tolleranza
non diventi prepotenza
In piena libertà
esprimere un pensiero
che sia un credo
o un non credo
fastidio non darà
se non fomenteremo
con le provocazioni
la libertà
di agire e di pensare.
Nello spazio di un’azione
ognuno sia padrone
di una volontà
che non intacchi dell’altro
la ragione.

Beatrice Zanini

…Cruciverba

Sottile
cruciverba
agita
il pensiero.

Di là del sonno
giace libertà
sopravvissuta
e recidiva al sogno,
naufraga dell’abitudine,
all’incipit inquieto
d’un palpito segreto.

La sua prigione
è il vento.

Silvano Conti

Published in: on gennaio 18, 2012 at 07:05  Comments (2)  
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Amo

Amo la libertà
di scelta
di decisione, d’intuizione
Amo l’ identità
Amo la giustizia
Amo l’amicizia

Amo quando bussa sera
lucerna della luna
Amo l’orizzonte
dove si fa fonte
viva
l’anima
sgorgo di salvezza

Amo tenerezza
gentilezza
i miei intensi sensi
Amo amori densi
Cuori
immensi

Amo
virtù verità
Amo dignità
sobrietà nei sorrisi

Amo fiordalisi
nelle sfaccettature
Amo vite dure
mani callose
giardini di rose

Amo finezza
Amo stoltezza
Amo il sacco pieno e
quello vuoto
Amo il moto e nuoto
amando.
(scusate se ho scritto “Amo” troppe volte
questa è la mia sorte…)

Aurelia Tieghi

Farfalla prigioniera

Nere arcate su gocce di tristezza –
perle di umida malinconia –
di magnifica, tristezza,
di dolce, malinconica tristezza,
rassegnata, tristezza,
lo sguardo
lontano fai vagare tra i ricordi,
tra i sogni di bambina ormai sfumati
tra braccia inadatte, e egoiste
che in cerchio
stringono
la lieta libertà che più non hai.

Fili dorati sulla fronte chiara,
raccolti in una coda di cavallo
donano fierezza
a chiare gote appena zigomate,
lisce e vellutate;
contornano lo sguardo…che non guarda
per non vedere quello che hai lasciato.

Il corpo adolescente,
di bambina cresciuta,
su gambe di alabastro,
sotto la vestina,
lo perdi per donare il paradiso
a chi da tempo, ormai,
non lo sperava più.
Ma solo lui lo vede…
non già lo sguardo tuo, smarrito
tra il bel ricordo
di quella tua sognante gioventù
ch’è già finita.

Ami soltanto
per vivere una vita.

Armando Bettozzi

Spirito libero

Sono spirito
libero da impero
di agire e di pensare
per davvero.
Non sono Sacerdote
mi ispiro a Libertà.
Sono un maschio
con le stelle in mano
non recupero prìncipi e princìpi
e se puzzo dalla pelle
per la mia colpa
spiegatevi allo Sciamano.
Poteva fare a meno il mio Padrone
di mettere in giardino
un melo insieme a un pero.
Era, nelle Ere, molto meglio
se ci piantava un gelsomino
o che so, un giuggiolone.

Enrico Tartagni

Andiamo a casa

La scuola è ancora lì, uguale a quel tempo,
nulla è cambiato e tutto torna alla mente.
Il primo giorno di scuola, la grande paura,
che voglia di fuggire e a casa tornare.
Timido da morire da maleducato apparire.
Dalla finestra il polveroso cortile vedevo,
la ricreazione, minuti di respiro infinito,
di libertà sospirata e sognare il profumo
del ritorno tra piccole e dolci mura di casa,
del pranzo ormai pronto.
Breve sogno e triste rientro tra quei muri
bianchi e verdi, tra banchi scheggiati,
di memorie incise da chi prima di me tribolò
tra loro.
Ci sono tornato e da fuori la vedo, uguale…
Solo io sono cambiato, non più verde l’età,
ma quasi bianchi i miei capelli e i baffi.
Chissà se i colori di muri presaghi non furono
di vita che nasce e al fine tramonta.
Sono tornato e dietro una finestra vedo
un bambino silenzioso che il fuori scruta.
Ha l’aria timida quasi impaurita.
Mi vede, sorride e con la mano saluta.
Andiamo a casa ora, il tempo è passato.
Lo prendo per mano e in silenzio andiamo.
Cinquant’anni, quanto tempo ci ho messo
per riprender quel che ero, per riprender
me stesso.

Claudio Pompi

Bambino di Auschwitz

Guardasti quel posto nuovo e grigio
assonnato e stanco del lungo viaggio
tra le braccia e nel calore di tua madre.
Che strane quelle voci che non capivi,
parole secche e violente nelle orecchie.
Guardasti tua madre e tuo padre,
occhi sgranati, scuri e lucenti come l’onice
di quel bracciale che lei più al polso
non aveva.
Accennasti un sorriso cercandone uno
nei loro volti sperduti e impauriti.
Una carezza, l’ultima dei tuoi due anni.
Vedesti tuo padre strappato da tua madre,
guardasti ancora lei perché ti spiegasse.
Tacque perché tu il suo dolore non udissi.
Un saluto con la manina aperta,
certo del suo ritorno tra voi, come quando
dalla lontana casa usciva per il lavoro.
Poi per pietà di Dio nel sonno di nuovo
cadesti.
Sognasti il balcone che sul cortile affacciava,
il cavalluccio di legno senza più cavaliere
col quale giocavi e al petto stringevi
imitando di tua madre la ninna nanna.
I tuoi occhi s’aprirono ancora e il cavalluccio
cercasti.
Anche tu fosti privato della semplice gioia
da uomini senza onore e senza gloria.
Strappato venisti dalle braccia di lei,
udisti il suo urlo, i tuoi occhi cercarono i suoi.
Le tue dita appena sfiorarono le sue.
Ti restò solo l’innocenza come soffio di vita,
nel fango girasti tra voci senza dolcezza.
In un angolo un fiore dal fango spuntava,
lo cogliesti come si coglie una speranza.
Domani l’avresti posato tra le mani lei,
lei che sarebbe tornata per portarti a casa.
Il fiore morì mentre tu disperatamente
in impari lotta con la morte la vita cercavi.
Lei tornò, ti strinse a sé e ti portò via.
Sorridesti per quell’abbraccio, l’ultimo,
come ultima fu la carezza, ultimo il bacio.
Ultimo fù il saluto con la manina aperta
alla vita che si avviava verso quelle enormi
e putride camere appena lavate da escrementi.
Ultimo fù il tuo sguardo a lei mentre morivi
e domandavi con gli occhi perché.
Tornasti lì dal cielo un giorno di primavera,
cogliesti un fiore e girasti per il mondo
donandolo a chi di libertà cercava speranza.

Claudio Pompi

NON RUBARE LA SPERANZA

Ma come si fa a rubare la Speranza? Oggi si può rubare tutto, la fiducia, l’intimità, lo sguardo, la libertà, l’innocenza, l’identità. Si può rubare l’anima, il corpo che ne è custode, il cuore che batte inutilmente per qualcuno o qualcosa. Si può rubare anche l’altrui pensiero, miscelando frasi e parole, l’idea e le sue conseguenze, la verità e le bugie, quelle grandi, soprattutto. Si sta rubando la pace, dovrebbero rubare le guerre! Ovviamente quel ladro s’impadronirà dell’altrui denaro, di una borsetta strappata alla nonna, di qualche lira-euro sbucata dal generoso banco-mat, ruberà una macchina, una moto, un caterpillar se non un carrarmato, ruberà un fucile e dieci pecore senza latte.  Ma come si fa a rubare la Speranza? Ma come si fa ad intascare, furtivi, pezzetti di futuro, rivoli di crescita morale, di civiltà, di amore e rispetto per il prossimo, di tutti quei bambini abbandonati che calpestano  la nostra terra, tutta, da nord a sud, da est a ovest, che urlano la loro presenza? Come si fa a dir loro della Speranza se questa è sinonimo di Vita che in loro stessi si deve ricreare perché non sia offuscata e sopraffatta? Ma come si fa a rubare la Speranza a milioni di umani che non ne sono a conoscenza?  Chiediamolo allora ai così detti Grandi della Terra che ci governano e, forse, la risposta l’abbiamo già letta e la leggeremo ancora, per chissa quanto tempo, nelle cronache di queste guerre infinite che attanagliano la nostra umanità, da sempre. E siamo, come dice la storia, in tempo di pace, quindi si potrà rubare di tutto, compreso quella stessa Speranza i cui frutti non serviranno e non meriteranno d’esser consumati.

Gavino Puggioni

Follie d’ogni giorno

 
è di ruggine
ormai
questo tempo
fatto di noi
e di pensieri.
anelli di fumo
catene
poesie di polvere
su strade
che conducono alla follia
è grido di libertà
corde accarezzate
sul legno delle chitarre
sui fianchi di donna
negli occhi innocenti della miseria
nel fumo acre delle morti assurde
nelle lacrime delle madri
e i sorrisi incoscienti
dei bimbi e dei pazzi

astrofelia franca donà