Noi siamo briciole

 
Vedi, le tormente !
Eppure le ho viste morire
ai piedi di un giglio
che cantava per un petalo
solo
.
Hanno grazie acute
e tolgono le finestre
mentre rubi.
Hanno le sete piu belle
ma vestono di cilicio
gli occhi persi.
 .
Pòrtati sempre una poesia
nei tuoi occhi.
Ne temono gli eserciti,
che una sola virgola
strappa notti intere.
.
Il pane, il pane!
Noi siamo briciole
per i passeri senza cielo,
siamo la prova del dono,
un catino di limo
che sa fiorire….

Stefano Lovecchio

Al tuo sorriso

 
Oggi hai il vestito
più bello
sui miei occhi
di paglia.
.
Il tuo profumo
ha messo ali senza fame
e vola per gridare
l’incanto d’esser nuda.
Farsi trovare
è un tragitto tra il limo
e l’arcobaleno:
di mezzo
c’è solo il seno
in gaudio
proteso al bimbo.
.
Come tu fai
dei miei sogni
vimini colmi di respiri
lo sa il vespro in dicembre
quando il freddo
fiorisce, appena,
e il tepore del pane
è tutto il nostro sogno.

Stefano Lovecchio

Una forgia e una falce

A FORGE, AND A SCYTHE

One minute I had the windows open
and the sun was out. Warm breezes
blew through the room.
(I remarked on this in a letter.)
Then, while I watched, it grew dark.
The water began whitecapping.
All the sport-fishing boats turned
and headed in, a little fleet.
Those wind-chimes on the porch
blew down. The tops of our trees shook.
The stove pipe squeaked and rattled
around in its moorings.
I said, “A forge, and a scythe.”
I talk to myself like this.
Saying the names of things –
capstan, hawser, loam, leaf, furnace.
Your face, your mouth, your shoulder
inconceivable to me now!
Where did they go? It’s like
I dreamed them. The stones we brought
home from the beach lie face up
on the windowsill, cooling.
Come home. Do you hear?
My lungs are thick with the smoke
of your absence.

§

Un minuto fa avevo le finestre aperte
e c’era il sole. Tiepide brezze
attraversavano la stanza.
(L’ho scritto anche in una lettera.)
Poi, sotto i miei occhi, si è fatto buio.
Il mare ha cominciato a incresparsi
e le barche da diporto che erano a pesca
hanno virato e sono rientrate, una flottiglia.
Il tintinnabolo sotto al portico è caduto
di colpo sotto una raffica. Le cime degli alberi
tremavano. Il tubo della stufa cigolava e sbatteva
trattenuto dai tiranti.
Ho detto: “Una forgia e una falce”.
Certe volte parlo da solo, così.
Nomino certe cose:
argano, gomena, limo, foglia, fornace.
Il tuo volto, la tua bocca, le tue spalle
ora sono per me inconcepibili!
Che fine hanno fatto? E’come se
li avessi sognati. I sassi che abbiamo portato
a casa dalla spiaggia se ne stanno lì
sul davanzale a raffreddarsi.
Torna a casa. Mi senti?
I miei polmoni sono pieni del fumo
della tua assenza.

RAYMOND CARVER

Nel limo, l’audacia

Un po’ di notti
un po’ di petali persi,
ho molte corolle tristi
ho molte carezze d’indaco.

Tu cima restami lì
altissima
verrò a te con  le mani di ghiaia
di vesciche e cose poche.
Verrai a me com’eri :
bimba e indomabile
e mite e scontrosa,
e avversa
alle tempeste inutili.

Un po’ di notte,
un po’ di pensieri ciechi
ho molti sorrisi audaci
e tu, m’arrechi.

Stefano Lovecchio
Published in: on ottobre 12, 2011 at 07:03  Comments (4)  
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Non sa, la barca, risalire il fiume

Non sa, la barca, risalire il fiume.
Nessun vento contrasta la rapida.
Felicità, gonfiavi le mie vele.
Ora smorte ricadono in lamenti.

Ma sarebbero ancora le parole
l’essenziale energia. Quel silenzio
che sempre è il limo fertile del verso,
ora è puro veleno.

MARIA LUISA SPAZIANI

Neve e fuoco

Legati poi che avevi i capelli, e sciolti i dubbi
entrasti come lenza di luna
in riva d’acqua, là dove il lago spegne le onde
e dorme pietre.
Dove più verde imprime alle canne il limo oscuro,
e cecità s’attacca alle cose
in quiete d’ombra.

Io t’aspettavo messo di guardia ai pochi panni
prendendo sandaletti e camicia
se poi uscivi, dall’ottica
in cui tu mi apparivi più vicina;
matura nei capezzoli bruni
neve, e fuoco.

Massimo Botturi

Orecchie a sventola

(ALLUVIONE NEL NOVEMBRE 1994)

E poi che Berta assai drasticamente
mi disse veh, faresti una poesia
su olfatto udito gusto tatto e vista,
io tosto presimi la libertà
di andar di ardito metro alla ricerca:
e via, mi dièi da far,
angoscia permettendo!
Pensai assai all’asso Dylan Thomas
ed ai suoi “cinque e contadini sensi”
mettendoli a confronto
coi sensi cittadini miei rampanti:
ma allor che incalzò l’atra fanghiglia
‘maro dovetti piangere
le morti di alluvioni presagibili.
Sulle acque tante orecchie grandi a sventola
viaggiarono nei tempi,
martelli con le incudini e gli antèlici,
ma mai fra bestie e vétrici
iron trainate al mare
fra i flutti gorgoglianti di quel Tànaro
inferocito: e il popolo atterrito!
Con gli oculari globi spalancati
per scempio gretto stupido ed inetto,
i dotti lagrimali asciutti e i nasi
impossibilitati ad odorare:
si volle oppur potette bestemmiare?
Non saccio, ma certo è
che magiche le scatole parlàron!
Narrar di verdi prati che sommersi
non già di limo ma di avvelenate
sostanze inquinanti e putrescenti:
e il tatto per la vita,
e il gusto delle dita?
Iattura, fur dispersi! Ma alle Furie
si opposer genti e agenti e … tornò il sole!
6 per 7 e fo la mia morale:
il TATTO? È utile a fiutar brònzee
pelli! L’OLFATTO? È buono a palpar
poesie scarlatte! La VISTA? È d’uopo
per udir madame intatte! L’UDITO?
È chiuso a non veder le frasi fatte!
E il GUSTO sguazza a inibir le malfatte!

Sandro Sermenghi