Il tuo nome

Il tuo nome è una rondine nella mano,
il tuo nome è un ghiacciolo sulla lingua.
Un solo unico movimento delle labbra.
Il tuo nome sono cinque lettere.
Una pallina afferrata al volo,
un sonaglio d’argento nella bocca.

Un sasso gettato in un quieto stagno
singhiozza come il tuo nome suona.
Nel leggero suono degli zoccoli notturni
il tuo nome rumoroso rimbomba.
E ce lo nomina lo scatto sonoro
del grilletto contro la tempia.

Il tuo nome – ah, non si può! –
Il tuo nome è un bacio sugli occhi,
sul tenero freddo delle palpebre immobili.
Il tuo nome è un bacio dato alla neve.
Un sorso di fonte, gelato, turchino.
Con il tuo nome il sonno è profondo.

MARINA IVANOVNA CVETAEVA

Scala

Si dice
la vita essere
salir scale
ma se quelli
che pattinano
sul ghiaccio
t’hanno tagliato
le gambe
di gomito fatichi
e se ti tarpano
anche le braccia
con la lingua sali
se poi non
ti lasciano
pensiero
diventi
scala.

Tinti Baldini

Published in: on gennaio 5, 2012 at 07:25  Comments (11)  
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Ode alla malinconia

ODE ON MELANCHOLY

NO, no, go not to Lethe, neither twist
Wolfs-bane, tight-rooted, for its poisonous wine;
Nor suffer thy pale forehead to be kiss’d
By nightshade, ruby grape of Proserpine;
Make not your rosary of yew-berries,
Nor let the beetle, nor the death-moth be
Your mournful Psyche, nor the downy owl
A partner in your sorrow’s mysteries;
For shade to shade will come too drowsily,
And drown the wakeful anguish of the soul.

But when the melancholy fit shall fall
Sudden from heaven like a weeping cloud,
That fosters the droop-headed flowers all,
And hides the green hill in an April shroud;
Then glut thy sorrow on a morning rose,
Or on the rainbow of the salt sand-wave,
Or on the wealth of globed peonies;
Or if thy mistress some rich anger shows,
Emprison her soft hand, and let her rave,
And feed deep, deep upon her peerless eyes.

She dwells with Beauty—Beauty that must die;
And Joy, whose hand is ever at his lips
Bidding adieu; and aching Pleasure nigh,
Turning to poison while the bee-mouth sips:
Ay, in the very temple of Delight
Veil’d Melancholy has her sovran shrine,
Though seen of none save him whose strenuous tongue
Can burst Joy’s grape against his palate fine;
His soul shall taste the sadness of her might,
And be among her cloudy trophies hung.

§

No, no, non precipitarti verso il Lete; non trarre vino velenoso
Dall’aconito, torcendo le sue saldi radici, no
Non lasciare che la tua pallida fronte sia baciata
Dal rosso grappolo di Proserpina, la belladonna;
No, il tuo rosario non fare con le bacche del tasso,
Né la tua lamentosa Psiche siano lo scarabeo
O la falena della morte; non condividere
Col gufo piumato i misteri del tuo dolore,
Che troppo assonnata l’ombra verrà all’ombra
Ad annegare la vigile angoscia dell’animo.

Ma quando dal cielo improvviso l’attacco cadrà
Di malinconia, come una nuvola in pianto
Che tutti i fiori nutre dal languido capo
E il verde colle nasconde in un sudario d’aprile,
Sazia allora il tuo dolore con una rosa mattutina,
Sazialo con l’arcobaleno dell’onda salata di sabbia
O con la ricchezza delle tonde peonie.
E quando mostri la tua amante una ricca ira,
La sua dolce mano imprigiona; lasciala delirare
Mentre tu ti nutri e ti sazi dai suoi occhi senza pari.

Sì, abita con la Bellezza, lei, con la Bellezza che deve morire;
E con la Gioia, che sempre una mano tiene sulle labbra
Per augurare addio: e vicino al Piacere, che fa soffrire,
E si tramuta in veleno mentre come un’ape succhia la bocca:
Sì, nel tempio stesso del Diletto
Ha il suo santuario sovrano la velata Melanconia,
Anche se nessuno la scorge se non quello la cui strenua lingua
Schiaccia il grappolo della Gioia sul palato da intenditore:
Assaggerà allora l’anima sua la tristezza di quel potere
Che la farà rimanere sospesa tra i suoi nebulosi trofei.

JOHN KEATS

La cenere dei giorni

Ti scrivo una poesia,
come farei l’amore.
Entro nel foglio tutta la testa
perché è acqua, la fonte che d’estate si carica di labbra.
Gli segno gli orli come una sarta
gesso chiaro, fingo sia una tovaglia di trine.
Metto lingua
due foglie belle larghe di salvia,
il dito,
il dorso,
la guancia e il naso
fino all’odore del creato
a quello del sudore dei ragazzini a scuola
al tuo, quando ribalti la casa per spicciare
e non hai niente addosso di bello, o ricercato.
Ti scrivo una poesia che fa cenere dei giorni
di noi, quando vibriamo come due pietre scaglie
e fuori viene un fuoco
ch’è ancora da inventare.

Massimo Botturi

Delitto di paese

L’ASSASSINAT

C’est pas seulement à Paris
Que le crime fleurit
Nous, au village, aussi, l’on a
De beaux assassinats

Il avait la tête chenue
Et le cœur ingénu
Il eut un retour de printemps
Pour une de vingt ans

Mais la chair fraîch’, la tendre chair
Mon vieux, ça coûte cher
Au bout de cinq à six baisers
Son or fut épuisé

Quand sa menotte elle a tendue
Triste, il a répondu
Qu’il était pauvre comme Job
Elle a remis sa rob’

Elle alla quérir son coquin
Qu’avait l’appât du gain
Sont revenus chez le grigou
Faire un bien mauvais coup

Et pendant qu’il le lui tenait
Elle l’assassinait
On dit que, quand il expira
La langue ell’ lui montra

Mirent tout sens dessus dessous
Trouvèrent pas un sou
Mais des lettres de créanciers
Mais des saisies d’huissiers

Alors, prise d’un vrai remords
Elle eut chagrin du mort
Et, sur lui, tombant à genoux,
Ell’ dit : ” Pardonne-nous ! ”

Quand les gendarm’s sont arrivés
En pleurs ils l’ont trouvée
C’est une larme au fond des yeux
Qui lui valut les cieux

Et le matin qu’on la pendit
Ell’ fut en paradis
Certains dévots, depuis ce temps
Sont un peu mécontents

C’est pas seulement à Paris
Que le crime fleurit
Nous, au village, aussi, l’on

GEORGES BRASSENS

§

Non tutti nella capitale

sbocciano i fiori del male,

qualche assassinio senza pretese

lo abbiamo anche noi in paese.

Qualche assassinio senza pretese

lo abbiamo anche noi qui in paese.

Aveva il capo tutto bianco

ma il cuore non ancor stanco

gli ritornò a battere in fretta

per una giovinetta.

Gli ritornò a battere in fretta

per una giovinetta.

Ma la sua voglia troppo viva

subito gli esauriva,

in quattro baci e una carezza

l’ultima giovinezza.

In quattro baci e una carezza

l’ultima giovinezza.

Quando la mano lei gli tese

triste lui le rispose,

d’essere povero in bolletta

lei si rivestì in fretta.

D’essere povero in bolletta

lei si rivestì in fretta.

E andò a cercare il suo compagno

partecipe del guadagno

e ritornò col protettore

dal vecchio truffatore.

E ritornò col protettore

dal vecchio truffatore.

Mentre lui fermo lo teneva

sei volte lo accoltellava

dicon che quando lui spirò

la lingua lei gli mostrò.

Dicon che quando lui spirò

la lingua lei gli mostrò.

Misero tutto sotto sopra

senza trovare un soldo

ma solo un mucchio di cambiali

e di atti giudiziari.

Ma solo un mucchio di cambiali

e di atti giudiziari.

Allora presi dallo sconforto

e dal rimpianto del morto,

si inginocchiaron sul poveruomo

chiedendogli perdono.

Si inginocchiaron sul poveruomo

chiedendogli perdono.

Quando i gendarmi sono entrati

piangenti li han trovati

fu qualche lacrima sul viso

a dargli il paradiso.

Fu qualche lacrima sul viso

a dargli il paradiso.

E quando furono impiccati

volarono fra i beati

qualche beghino di questo fatto

fu poco soddisfatto.

Qualche beghino di questo fatto

fu poco soddisfatto.

Non tutti nella capitale

sbocciano i fiori del male,

qualche assassinio senza pretese

lo abbiamo anche noi in paese.

Qualche assassinio senza pretese

lo abbiamo anche noi qui in paese.

FABRIZIO DE ANDRÉ

 

Mi chiedi, Lesbia, quanti tuoi baci

Quaeris, quot mihi basiationes

tuae, Lesbia, sint satis superque.

Quam magnus numerus Libyssae harenae

lasarpiciferis iacet Cyrenis

oraclum Iovis inter aestuosi

et Batti veteris sacrum sepulcrum;

aut quam sidera multa, cum tacet nox,

furtivos hominum vident amores:

tam te basia multa basiare

vesano satis et super Catullo est,

quae nec pernumerare curiosi

possint nec mala fascinare lingua.

§

Mi chiedi, Lesbia, quanti tuoi baci
bastino per saziare la mia voglia di te.
Quanti sono i granelli di sabbia africana
che è sparsa in Cirene ricca di silfio,
tra l’oracolo torrido di Giove
e il sacro sepolcro dell’antico Batto;
o quante stelle nella notte silente
spiano gli amori furtivi degli uomini:
questo è il numero di baci
che vuole Catullo, pazzo di te.
Che i curiosi non possono contarli
né una lingua maligna maledirli.

CAIO VALERIO CATULLO

Così…

un sunto, unto di percettibilità
infangata di bugie utopiche provate
qualche tempo fa.
s-poesata di poesia,
anche sulla tastiera dove batto
(e non come inchiostro mancante
al mio esser circonferenziata di pensieri
su semplice carta bianca)
per la fretta, per la mania d’estrarre

oro colato guardato come ferro fuso
nella dimenticanza arrugginita
di ciò che si pone
al di sopra d’un io da sembrare a tutti i costi

dove c’è il sole c’è anche ombra
accigliata all’angolo d’un albero
dove osservare il movimento personale
della terra avvoltolata,
dal proprio ego

troppo l’essere al centro
troppo esagerato il movimento
vorticoso in giustificazione
lampante d’una lingua che scrive
di proprio tempo in assonanze
da interpretare

ma adesso prendo l’ombrello
per camminare ascoltando
il ticchettìo della pioggia
(ma no. adesso vado ad ascoltare
la pioggia chè l’essere umano
strilla solo le proprie capacità aggiuntive
senza la preoccupazione
di come puoi stare tu,
povera scema d’una Giovanna D’Arco
d’altri tempi)

Cerco la semplicità nel cuore
delle parole tradotte da una scatola.
Trovo presupposti opposti
al desiderio di conoscenza.

Glò

La Vergine a mezzogiorno

LA VIERGE À MIDI

Il est midi. Je vois l’église ouverte. Il faut entrer.
Mère de Jésus-Christ, je ne viens pas prier.
Je n’ai rien à offrir et rien à demander.
Je viens seulement, Mère, pour vous regarder.
Vous regarder, pleurer de bonheur, savoir cela
Que je suis votre fils et que vous êtes là
Rien que pour un moment pendant que tout s’arrête.
Midi !
Être avec vous, Marie, en ce lieu où vous êtes.
Ne rien dire, regarder votre visage,
Laisser le cœur chanter dans son propre langage.
Ne rien dire, mais seulement chanter parce qu’on a le cœur trop plein,
Comme le merle qui suit son idée en ces espèces de couplets soudains.
Parce que vous êtes belle, parce que vous êtes immaculée,
La femme dans la Grâce enfin restituée,
La créature dans son honneur premier et dans son épanouissement final,
Telle qu’elle est sortie de Dieu au matin de sa splendeur originale.
Intacte ineffablement parce que vous êtes la Mère de Jésus-Christ,
Qui est la vérité entre vos bras, et la seule espérance et le seul fruit.
Parce que vous êtes la femme, l’Eden de l’ancienne tendresse oubliée,
Dont le regard trouve le cœur tout à coup et fait jaillir les larmes accumulées.                                                                                                                       Parce que vous m’avez sauvé, parce que vous avez sauvé la France,
Parce qu’elle aussi, comme moi, pour vous fut cette chose à laquelle on pense,
Parce qu’à l’heure où tout craquait, c’est alors que vous êtes intervenue,
Parce que vous avez sauvé la France une fois de plus,
Parce qu’il est midi, parce que nous sommes en ce jour d’aujourd’hui,
Parce que vous êtes là pour toujours,
Simplement parce que vous êtes Marie,
Simplement parce que vous existez,
Mère de Jésus-Christ, soyez remerciée !

§

E’ mezzogiorno. Vedo la chiesa aperta. Bisogna entrare.
Madre di Gesù Cristo, non vengo a pregare.
Non ho niente da offrire e niente da domandare.
Io vengo soltanto, madre, per guardarvi.
Guardarvi, piangere di felicità, dire questo,
che io sono vostro figlio e che voi siete là.
Solo per un momento mentre tutto si ferma.
Mezzogiorno! Essere con voi, Maria, in questo luogo dove voi siete.
Non dire nulla, guardare il vostro viso,
lasciar cantare il cuore nella sua propria lingua.
Non dire nulla, ma soltanto cantare perché si ha il cuore troppo pieno
come il merlo che segue la sua idea in queste specie di distici improvvisi.
Perché voi siete bella, perché voi siete Immacolata,
la donna nella grazia infine restituita,
la creatura nella sua gioia e nella sua fioritura finale
tale come è nata da Dio nel mattino, dal suo splendore originale.
Intatta ineffabilmente perché voi siete la madre di Gesù Cristo,
che è la verità nelle vostre braccia, e la sola speranza e il solo frutto,
perché voi siete la donna, l’Eden dell’antica tenerezza dimenticata,
il cui sguardo scova il cuore all’improvviso e fa sgorgare le lacrime accumulate,
perché voi mi avete salvato, perché voi avete salvato la Francia,
perché anche lei, come me, per voi fu quella cosa a cui si pensa,
perché nell’ora in cui tutto cedeva, è allora che voi siete intervenuta,
perché voi avete salvato la Francia una volta di più,
perché è Mezzogiorno, perché siamo in questo giorno d’oggi,
perché voi siete là per sempre, semplicemente perché voi siete Maria, semplicemente perché voi esistete, madre di Gesù Cristo, siate ringraziata.

PAUL CLAUDEL

Eppure

Quando ti sveglio
so di ferirmi il labbro.
Il viso tuo affilato è tornato da una guerra
la lingua dentro ha fatto una tana
la paura, t’ha scritto mille lettere
e un foglio.

Eppure vengo
perché ho metà del corpo
senza una piuma dentro
e legna per l’inverno, e parole con un senso.
Se non ti sveglio l’elica inghiotte
il cigno muore
il buio dura tutta la notte
e non respiro.

Massimo Botturi

Published in: on settembre 24, 2011 at 06:51  Comments (3)  
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Lo specchio

 
Gli occhi del buio avanzano
coi sassi sulla lingua,
per saldare il presente all’orizzonte
azzardano concetti
percorrendo
guizzi del tramonto
che attraversano il mare.
Alzo il sipario
il tempo trovo muto,
accendo il sole, ascolto
i castelli di sabbia sulla sponda
quando lo specchio fertile di sogni
stampava sulle immagini promesse…
ora ritornando a questo uffizio
lo trovo arrugginito
trafitto dal grido di uccelli
tra ossuti che piangono foglie,
mi guarda non riflette
piange muto
lungo l’itinerario di parole
che tuonano dal palco
e spiegano le scene alla platea.

Giuseppe Stracuzzi