Morire due volte

I tuoi passi, pesanti come pietre,
faranno rumore inascoltato
tra quelle mura fredde come chiese.
Su un foglio, l’ora, il giorno, il mese.
Al tuo volto ancor pieno di paura,
nessuno farà caso né avrà attenzione,
per te non avranno comprensione.
Sarai soltanto un numero e un nome,
sarai per loro una donna aggredita
in una strada dove il male è padrone,
dove finì la tua gioia, cessò la tua vita.
Quella vissuta, quella che non vivrai,
la seconda per sempre perduta
con i tuoi sogni che di notte invocherai,
orfani di te che li hai cresciuti aspettando
quel domani che a loro non darai.
Il domani è l’oggi senza più colori,
grigi e senza luce quei muri e i volti
senza anima che di te non si curano.
Sei un fascicolo, un’attesa di risposte
a domande che fanno più male di un insulto,
più male del martirio di stupro subito.
Ti chiederanno, senza in viso guardarti,
e tra loro ridendo, se piacere hai provato,
se lo conoscevi e perché l’hai guardato.
Ti chiederanno perché non hai gridato.
Mostrerai loro le braccia dolenti e segnate,
del volto tuo il gonfiore e i lividi infami
lasciati da brutali e sconosciute mani.
A loro chiederai se occhi di giustizia hanno
oppure sono lì per aggiunger altro dolore
e peggior di stupro danno.

Claudio Pompi

Quando appassiscono le foglie dell’anima

intrappolate stanno in un solo corpo
due teste che pensano in lingue diverse
due cuori stranieri.

ci avanziamo scavalcandosi nella maniera
più spontanea

e seduti nello stesso tavolo di insulti che
si sovrappongono irrimediabilmente ad ogni fiato
che sa di grazie e gentilezza

ceniamo con gli avanzi colpe che scagliamo
in abbondanza con la pretesa di doverci
giustificare solo per le colpe non commesse.

quando appassiscono le foglie dell’anima
specialmente quando arriva la notte
e anonime paiono tutte le cose

persino tu che ti lamenti che per colpa mia non dormi
che qualche ora ed
io che non vedo che una notte infinita fatta di molte
notti passate insonne e altre
quanto

mi tormentano sulla pelle
i lividi che si moltiplicano di continuo
del mio ennesimo fallimento.

Anileda Xeka

Che ci siamo persi

Le gesta dei padri
nelle foto ingiallite

il lume a petrolio
le mani sul fuoco
vicino al camino
il bagno all’esterno
lo scaldino nel letto
le scarpe bollate
i geloni dei piedi
la neve dal tetto
a cadere sul letto
materazzo di paglia
rumoroso e con buche
calzoni corti
per lividi viola
il riposo d’inverno
intorno alla tavola
la tavola storta
tagliata dal tronco
il nonno racconta
le feste paesane
i giochi nell’aia
l’amore rubato
tra le spighe di grano
il lavoro bestiale
il pezzo di pane
condito di niente
la zuppa la sera
il pollo a Natale
il pollo all’Assunta
il suino allevato
il prosciutto venduto
il pane con lardo
e l’ulcera certa
il fieno ai conigli
i buoi con l’aratro
la zappa e la terra
il reticolo scuro
sul dietro del collo
il rosario la sera
e il timore di dio
tutto il disagio
e l’amore che c’era
vita vuota di tutto
e colma di tutto.

Lorenzo Poggi

(in collaborazione con l’amico Augusto Paiella)

Al genio della lampada


Un mare tutto lividi e scogli,
questo voglio,
che mi deduca l’impeto in cuore
e lo consoli
col mal comune mezza disfatta.
Lì, la voce
si spezzerebbe in eco di spuma
mille gocce
scaraventate fino alla strada.
Alle panchine
dove accavalli il nudo che mangio,
certe notti,
ad occhi chiusi, come vedessi
con le mani.

Massimo Botturi

Published in: on agosto 27, 2010 at 07:11  Comments (1)  
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