Vascello nella tempesta

Ho fatto di tutto per non affondare
imbarcando acqua di mare in tempesta,
spinto verso le aperte tombe di scogliere
grigie come sinistri manieri.
Pezzi di me ora galleggiano tra scogli
eretti come lapidi senza nomi e date.
Raccontano frammenti di storia e vita,
nel costante borbottio ripetono a cantilena
le stesse parole fino a quando improvvisa
un onda nuova quel frammento porterà
a largo e svanirà corroso.
Vascello sicuro e fiero di vele spiegate,
in ogni mare sospinto dai mutevoli venti
del destino ho navigato seguendo le stelle.
Ho solcato il mare dell’indifferenza umana
raccogliendo anime naufraghe lasciate
alla mercè dei vortici che la vita crea
In oceani del male ho fatto scalo in isole
di pace per prendere poi nuove rotte.
Nel mare del dolore che ogni nave solca
Ho chiuso i boccaporti del cuore perché
le immense onde sopra di me passassero
ricucite le vele strappate la rotta ho ripreso.
Solo al mare dell’amore mi sono arreso,
ho lasciato che questo vascello alla deriva
andasse, che i suoi venti le consumate vele
dell’anima tormentata stracciassero.
In quel mare dove gli altri mari si mischiano
e tutt’uno diventano, ho subito i flagellanti
flutti del male, del bene, dell’indifferenza
e della passione che più del sole acceca,
rendendo schiavi senza memoria e orgoglio
chi del dio amore agli acuminati scogli
nel naufragio mortale del cuore si consegna.

Claudio Pompi

Risveglio

Così ti ripasso la notte
agghindando
stagioni emigrate di stormi,
esiliati richiami smarriti.

Mezzo sogno in pugno
mezza in gola, io
intaglio zucche
vuote carrozze,
per la mia favola scalza.

Sguardo intarsiato
da mano d’artista, tu
telaio e tessuto
d’estatici arazzi.

E volo
manieri reali
da vivere e Inverni
sgelati da voci
di cori affiatati,
di risa e rincorse
stremate
di stanze infinite
lustrate
vetrate
sospese tra pezzi
acrobatici
e stive solari
di menti
e volute
in cantate
e bevute
di pinte, ricolme
intinte d’amore.

Di colpo mi desto.
Fuori è l’alba
o il tramonto, non so.

Ha il tuo volto
lucente il lampadario;
ti chiamo la voce smorza
tiretti vuoti. Ancora sogna
la mano, ti cerca.
Riappisolano gli occhi
e piano piano piove.
Tutto respira
il tuo ritmo

Flavio Zago

Di me

I manieri onirici,
tratti infranti
di giochi sospesi.
L’ingenua lana
nel mio palmo fanciullo.
L’ultimo rivo
di vita di padre,
sul ciglio già muto.
Quei rossi, spessi,
capelli mossi,
immani massi,
sul mio stupore.
Il candido amico
appeso alla morte.
La musica,
iridata amaca,
che culla canti,
le note andanti,
dondolanti,
inumidite, intinte,
ora forti, ora fosche.
La madre mia
che sa di aia,
di tasche ponderose,
e cinque dita
accoccolate grate,
di vita avuta in dono
e ben soppesata.
La sorella poesia,
lei meridiana,
io gnomone
a sognare ere,
ad issare vele
a segnare ore
d’ombre sole.
Nulla,
nulla mi passa accanto
e va, nulla lascio
all’astro spento.
Tutto
mi porto appresso,
sul dorso,
in vimini e sudore
gerla mai sazia
intrecciata in divenire.

Flavio Zago

Published in: on gennaio 14, 2010 at 07:10  Comments (6)  
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