Il mostro mangiacarta

 
Mercoledì ventoso:  già la sera
Accende i lumi; la città si accuccia
Tra i domestici muri, e più leggera
Si fa la soma del giorno che muore.
 .
Infreddolita, sogno le pantofole;
urto tra il marciapiede e il cassonetto
la plastica di sacchi ammonticchiati
verdi e rigonfi;
 .
imprigionan notizie già obsolete
buone, cattive, sciocche od importanti?
Lettere colorate o in bianco e nero
destinate a stupire od ingannare
celando il vero?
 .
Oppure vecchie pagine d’amore
Di chi oggi non è più? Dimenticate?
E tutte, tutte verranno divorate
Dal  Mostro Mangiacarta  e……riciclate!
 .
M’assale un dubbio e scaglio un anatema:
– Mercoledì ventoso, è già la sera
di un anno che di certo io non vedrò;
lui tornerà puntuale, ora di cena;
e se ingoiar vorrà la mia poesia,
ecco la profezia che do per certa
“possa grippare restando a bocca aperta!”

Viviana Santandrea

Adesso che ritardo chiedi all’alba

Disturbo arreca quel vocìo di notte
quando tu credi d’essere del sonno.

È l’ultima città ch’ancor non dorme,
meteore di carne parcheggiate
solo ad un metro dal Casino Royal,
sul marciapiede che si fa teatro.

T’affacci sul terrazzo della luna
e questa volta gli occhi vanno giù,
canotte bianche a scoprir tatuaggi,
vuoti di birra in bilico sui bordi.

Ritorni a letto quasi barcollando
sperando ancora nell’accesso ai sogni
ma sogno nel frattempo é l’incontro
con i vent’anni che non van dispersi,

con l’afa d’oltre mezzanotte al Sud,
fette d’anguria enormi tra le mani,
il blu del mar ch’aspetti di vedere
assieme a labbra a colorar mattini.

E quindi del dormir poco t’importa
adesso che ritardo chiedi all’alba.

Aurelio Zucchi

Tutto in una notte

Viaggio da solo
nella notte
due ubriachi
che fanno a botte

drogati si bucano la vita
forse non sanno
ma vogliono farla finita

mentre macchine
bruciano semafori rossi
di questa città
stanotte nessuno
le fermerà

un vecchio
spinge un carrello di primizie
mi sbaglio
son tutti scarti dell’immondizie

una ragazza
su un marciapiede
vende l’amore
a chi glielo chiede

l’alba è vicina
anche per oggi

la notte di loro
nessuno si accorge

Pierluigi Ciolini

Poeta ladro e artista

Frutto di serra o di selvatica natura,
nasce la poesia tra le rocce dei picchi,
tra le fessure di un marciapiede.
È la mia poesia
Nasce tra le discariche a cielo aperto,
nei deserti o come muschio là dove
raggio di sole non giunge.
Nomade della poesia mi sento
Nasce e fiorisce nei gelidi inverni
del cuore di tristezza ammantati.
Nel pensiero e nel verso cerco riparo.
Splende al sole di passione rovente
come estati senza fine la poesia che
stonando, a volte io canto.
Rubo dagli occhi di un volto di donna,
faccio mio di un bambino il sorriso
oppure quel pianto che riga il suo viso.
Di un uomo rubo gli anni di vita vissuta.
Ladro impunito di emozioni, questo io sono.
E quando nulla di ciò nel mondo non trovo,
come pellicano il petto mi squarcio
per nutrir di dolore la poesia che langue.
Dipingo di versi i quadri della vita.
La tristezza e la gioia, la malinconia
e il rimpianto sono i colori che spando
sulla tela del cuore con olandese follia.
Non per ricchezza o voglia di fama,
io scrivo di questa vita a volte puttana.

Claudio Pompi

Kavaja

Kavaja ha finestre affacciate sull’Adriatico
Davanzali di gerani, con mani in attesa
Vicini di casa con Bari, sono, li senti parlare a volte
O li vedi, a prendere un caffè nella veranda del mare

Avviene quasi sempre nelle belle notti d’estate
In cui le tarde ore ci trovano ancora fuori
A contemplare il cielo, i boschi fitti dei pini
Pilastri illuminati dal chiarore argenteo

Ha un suono mistico il suo silenzio
Le sue piccole case dalle rosse tegole
Le sue strade, spoglie da notturni rumori
Da vani luccichii e vanità giovanili

Due bianche dita al cielo si volgono
L’uno libertà, democrazia l’altro
Inciso di sangue in ogni soglia e pietra
Echeggiano orgogliosi in ogni cuore di Kavaja

Kavaja dalla rughe sul volto
Dalle mille sofferenze che ti squarciano l’anima
Nelle polveri di burocrazie, sepolta
Dalle sorgenti in secca, Kavaja assetata

Kavaja è donna di casa, dal capo coperto
Dalle lunghe vesti o minigonne e tacchi a spillo
Che orma non lasciano sul marciapiede
Ove giovani ragazzi,  fuori dalle botteghe, attendono

Kavaja dalla generosità di bellezza autentica
Tempio d’armonia e rispetto, t’accoglierà in ugual modo
Che tu sia uno che prega Allah, nell’antica moschea
O candele accendi, dinnanzi ad una croce, nella giovane chiesa

Kavaja terra del grano, del granturco e degli
Insonni poeti, che tessono versi per belle fanciulle
Kavaja dalle timide e sognanti palpebre
L’epicentro del mio cuore e dei miei pensieri

Anileda Xeka

J’entends siffler le train

J’ai pensé qu’il valait mieux
Nous quitter sans un adieu.
Je n’aurais pas eu le coeur de te revoir…
Mais j’entends siffler le train,

Que c’est triste un train qui siffle dans le soir…

Je pouvais t’imaginer, toute seule, abandonnée
Sur le quai, dans la cohue des “au revoir”.
Et j’entends siffler le train,
Que c’est triste un train qui siffle dans le soir…

J’ai failli courir vers toi, j’ai failli crier vers toi.
C’est à peine si j’ai pu me retenir !
Que c’est loin où tu t’en vas,
Auras-tu jamais le temps de revenir ?

J’ai pensé qu’il valait mieux
Nous quitter sans un adieu,
Mais je sens que maintenant tout est fini !
Et j’entends siffler ce train,
J’entendrai siffler ce train toute ma vie…

§

Ho pensato che sarebbe stato meglio
lasciarci senza un addio
che non avrei avuto il cuore di rivederti
ma sento fischiare il treno
ed è triste un treno che fischia nella sera
Ero sul punto di correre verso te
Ero sul punto di urlare verso te
è una pena che ho potuto trattenere
Che è lontano dove te ne vai
Che è lontano dove te ne vai
Ma io sento fischiare il treno
ed è triste un treno che fischia nella sera
Ti posso immaginare tutta sola, abbandonata
Sul marciapiede nella folla degli arrivederci
E sento fischiare il treno
E sento fischiare il treno

Non avrai mai il tempo per ritornare
ho pensato che sarebbe stato meglio
lasciarci senza un addio
Ma io penso che ora che tutto è finito
Sentirò fischiare il treno per tutta la vita.

RICHARD ANTHONY

(adattamento della canzone “5oo Miles” di Hedy West)


Published in: on ottobre 10, 2010 at 07:34  Comments (3)  
Tags: , , , , , , , , , ,

Con affetto a Sandrèn


Amico la tua voce tremula
mi risveglia con un soprassalto
ma tu mi dici
“cammino sul marciapiede”
Io aggiungo
“quello alto”
quello che ti protegge
ti sorregge!
E quando viene sera amico
non puoi saltare la barriera
lentamente incedi e avanzi con
la forza dell’elefante
ritorni ogni giorno all’alba della poesia
che ti solleva da terra…

Aurelia Tieghi


(n.d.r.):   Il caro Sandrèn, ancora convalescente, mi ha fatto sapere che sta lentamente tornando in forze e vi saluta tutti! Vorrei che sentisse con quanto affetto noi amici del Cantiere ricambiamo il suo abbraccio e lo aspettiamo  in gamba come sempre, pieno di vitalità e di buonumore, e sempre sorprendente con le sue invenzioni poetiche!  A presto Sandrèn, qui c’è bisogno di te!

Published in: on agosto 27, 2010 at 07:04  Comments (3)  
Tags: , , , , , , , , , , , ,

Per te

Domani forse avrò
ancora i miei pugni in tasca che sudano miseria
Ma …
Per te che come aratro dalle lacrime ti fai solcare il viso
… che estrai dal tuo cappello un seme di saggezza
e poi lo pianti
… che seduta a cavallo di un muretto stracci l’anima
però ci fai coriandoli
… che fai l’equilibrista e sorridi
sul bordo del marciapiede
… che ti appoggi sulle mie spalle per farti guidare
ma ci vedi più degli altri
… che pensi che tutto ti spetta
ma che niente ti appartiene
… che con la tua faccia da cane bastonato
cerchi una mano che ti accarezzi ancora
… che dici il coraggio mio dov’è ?
e lo hai sempre avuto accanto
… che senza più la luce del tuo sorriso
vai per strade buie e poi inciampi
… che ti dondoli in cerca di un entrata
ma devi solo uscire
… che in questa notte che non è d’inverno
ma che ti porta la neve nel cuore
… che mi scappi
ma sei pur sempre poesia

Per te che puoi darmi solo un pezzo di pane è un po’ di vino

per un po’ almeno sarò cantastorie

Pierluigi Ciolini

A… B… C… D…

Nu fugliett’ ‘e quaderno aggio truvato

ncopp’ a nu marciapiede. Pè capì

che steva scritto me l’aggio pigliato.

Lettere grosse e storte: A… B… C… D…

Mille quaderne, mille guagliuncielle:

scriven’ eguale, ‘o stesso, a chell’età.

Però quanno se fanno grussicielle,

stu carattere eguale chi t’ ‘o dà?

Nun capisco, se guastano p’ ‘a via,

nun trovano cchiù pace… ma pecché?

Stùriano pè cagnà calligrafia

e ognuno scrive cumme vò parè.

Ce hanno criato ‘ na manera sola,

chi cagne è pè superbia,

t’ho dich’j’…

‘E guagliuncielle, quanno vann’a scola,

scriveno tutte eguale: A… B… C… D…

EDUARDO DE FILIPPO

O poesia poesia poesia

 

 

O poesia poesia poesia

Sorgi, sorgi, sorgi

Su dalla febbre elettrica del selciato notturno.

Sfrènati dalle elastiche silhouettes equivoche

Guizza nello scatto e nell’urlo improvviso

Sopra l’anonima fucileria monotona

Delle voci instancabili come i flutti

Stride la troia perversa al quadrivio

Poiché l’elegantone le rubò il cagnolino

Saltella una cocotte cavalletta

Da un marciapiede a un altro tutta verde

E scortica le mie midolla il raschio ferrigno del tram

Silenzio – un gesto fulmineo

Ha generato una pioggia di stelle

Da un fianco che piega e rovina sotto il colpo prestigioso

In un mantello di sangue vellutato occhieggiante

Silenzio ancora. Commenta secco

E sordo un revolver che annuncia

E chiude un altro destino

DINO CAMPANA