Conquiste

Pensieri di ieri
pensieri neri.
Correre in nuovi lidi
cercarsi, trovarsi, amarsi.
Nei pensieri miei cupi e mesti
si imbarcano marinai dai cuori scuri.
Così navigando in oceani
scoprimmo terre nuvole orizzonti
scegliendo di essere
ciò che cercammo d’avere.
Nel nostro stupido rincorrere
trovammo nuove terre
per seminare pensieri vecchi e continuare.
Non volammo sopra
non cercammo oltre.
Perdendo ancora la voglia di essere
pensieri aperti.

Il Passero

Published in: on Mag 30, 2012 at 07:42  Comments (22)  
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Amico fragile

Evaporato in una nuvola rossa

in una delle molte feritoie della notte

con un bisogno d’attenzione e d’amore

troppo, “Se mi vuoi bene piangi ”

per essere corrisposti,

valeva la pena divertirvi le serate estive

con un semplicissimo “Mi ricordo”:

per osservarvi affittare un chilo d’erbba

ai contadini in pensione e alle loro donne

e regalare a piene mani oceani

ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,

fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli

senza rimpiangere la mia credulità:

perché già dalla prima trincea

ero più curioso di voi,

ero molto più curioso di voi.

E poi sorpreso dai vostri “Come sta”

meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,

tipo “Come ti senti amico, amico fragile,

se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”

“Lo sa che io ho perduto due figli”

“Signora lei è una donna piuttosto distratta.”

E ancora ucciso dalla vostra cortesia

nell’ora in cui un mio sogno

ballerina di seconda fila,

agitava per chissà quale avvenire

il suo presente di seni enormi

e il suo cesareo fresco,

pensavo è bello che dove finiscono le mie dita

debba in qualche modo incominciare una chitarra.

E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,

mi sentivo meno stanco di voi

ero molto meno stanco di voi.

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta

fino a farle spalancarsi la bocca.

Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli

di parlare ancora male e ad alta voce di me.

Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo

con una scatola di legno che dicesse perderemo.

Potevo chiedere come si chiama il vostro cane

Il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero.

Potevo assumere un cannibale al giorno

per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.

Potevo attraversare litri e litri di corallo

per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.

E mai che mi sia venuto in mente,

di essere più ubriaco di voi

di essere molto più ubriaco di voi.

FABRIZIO DE ANDRÉ


Alla mia città


(per devozione alla Beata Maria Vergine della Madonna della Neve)

Fan forza i pescatori ad issare le reti
era giusto il presagio della lieta giornata
le risa gioiose per l’ingente pescato
si spengon  di colpo sulle facce abbronzate
insieme alla fauna variegata, c’è anche una cassa che sembra dorata
L’insolito evento desta stupore tra i marinai
che immaginano e sognano dall’inattesa sorpresa
emergano brillanti, gioielli ed antiche monete,
che possano loro lenire la vita sofferta dalle grandi fatiche…
ma, il fato per loro ha disposto di più
rendendoli  ambasciatori verso il popolo a terra
dell’immane regalo del pensiero Divino
E’ aperto il magico scrigno, non c’è traccia del vil materiale
ma nella regale bellezza appare, la Sacra  nobile immagine,
la Venere bruna dalle dolci sembianze, dal timido sorriso rassicurante,
che ha  scelto la meta, ha finito il suo viaggio
Non c’è delusione in cuor loro, e  ringraziano il Cielo per l’immenso Tesoro
Un giorno d’estate di molti anni fa, l’azzurro del mare , fino ad allora,
non fece mai miglior dono, così implorato e così gradito
dalla mia gente, dalla mia città.
La Donna Eletta, a giusta ragione, per aver  offerto  la sua protezione
col generoso mantello miracoloso è nel cuore di tutti e rimane eterna…
la Madre  Beata

Ciro Germano

Uomini persi

Anche chi dorme in un angolo pulcioso
coperto dai giornali le mani a cuscino,
ha avuto un letto bianco da scalare
e un filo
di luce accesa dalla stanza accanto,
due piedi svelti e ballerini
a dare calci al mare
nell’ ultima estate da bambino,
piccole giostre con tanta luce
e poca gente e un giro soltanto.
Anche questi altri
strangolati da cravatte
che dentro la ventiquattrore
portano la guerra,
sono tornati
con la cartella in braccio al vento
che spazza via le foglie
del primo giorno di scuola,
raggi di sole che allungavano i colori
sugli ultimi giochi
tra i montarozzi di terra
e al davanzale di una casa
senza balconi, due dita a pistola.
Anche quei pazzi
che hanno sparato alle persone
bucandole come biglietti da annullare,
hanno pensato che i morti li coprissero
perché non prendessero freddo
e il sonno fosse lieve,
hanno guardato l’aereoplano
e poi l’ imboccano e son rimasti così
senza inghiottire e nè sputare,
su una stradina e quattro case
in una palla di vetro
che a girarla viene giù la neve.
Anche questi cristi,
caduti giù senza nome e senza croci,
son stati marinai dietro gli occhiali
storti e tristi
sulle barchette coi gusci delle noci
e dove sono i giorni di domani,
le caramelle ciucciate nelle mani
di tutti gli uomini persi dal mondo,
di tutti i cuori dispersi nel mondo.
Quelli che comprano la vita degli altri
vendendogli bustine
e la peggiore delle vite,
hanno scambiato figurine e segreti
con uno più  grande,
ma prima doveva giurare,
teste crollate nel sedile di dietro
sulle vie lunghe e clacksonanti
del ritorno dalle gite
e un po’ di febbre nei capelli
ed una maglia che non vuole passare.
E i disperati che seminano bombe
tra poveri corpi
come fossero vuoti a perdere
come se fossero pupazzi,
seduti sui calcagni han rovesciato sassi
e un mondo di formiche che scappava,
le voci aspre delle madri
che li chiamavano
sotto un quadrato di stelle,
dentro i cortili dei palazzi
e la famiglia a comprare
il cappotto nuovo
e tutti intorno a dire come gli stava.
Anche questi occhi,
fame di nascere per morir di fame,
si son passati un dito di saliva
sui ginocchi
e tutti dietro a un pallone
in uno sciame
leggeri come stracci
e dove fanno a botte,
dov’è un papà che caccia via la notte
di tutti gli uomini persi dal mondo,
di tutti i cuori dispersi nel mondo.

CLAUDIO BAGLIONI  E  ANTONIO COGGIO


Brezza marina

BRISE MARINE

La chair est triste, hélas! et j’ai lu tous les livres.
Fuir! là-bas fuir! Je sens que des oiseaux sont ivres
D’être parmi l’écume inconnue et les cieux!
Rien, ni les vieux jardins reflétés par les yeux
Ne retiendra ce coeur qui dans la mer se trempe
O nuits! ni la clarté déserte de ma lampe
Sur le vide papier que la blancheur défend
Et ni la jeune femme allaitant son enfant.
Je partirai! Steamer balançant ta mâture,
Lève l’ancre pour une exotique nature!
Un Ennui, désolé par les cruels espoirs,
Croit encore à l’adieu suprême des mouchoirs!
Et, peut-être, les mâts, invitant les orages
Sont-ils de ceux qu’un vent penche sur les naufrages
Perdus, sans mâts, sans mâts, ni fertiles îlots…
Mais, ô mon coeur, entends le chant des matelots!

§

La carne è triste, ahimè! e ho letto tutti i libri.
Fuggire là, fuggire! Io sento uccelli ebbri
D’esistere tra cieli ed ignorate spume.
O notti! né il chiarore deserto del mio lume
Sulla pagina vuota che il candore difende,
Riterrà questo cuore che al mare si protende,
Né la giovane donna che allatta ad una culla,
Né antichi parchi a specchio d’occhi pensosi, nulla.
Io partirò! Veliero dall’alta alberatura,
Salpa l’àncora verso un’esotica natura!
Un Tedio, desolato dalle speranze inani,
Crede ancora all’addio supremo delle mani!
E questi alberi forse, amici alle tempeste,
Sono quelli perduti che il vento adesso investe,
Perduti, senza vele, né verdi isole ormai…
Ma tu, mio cuore, ascolta cantare i marinai!

STÉPHANE MALLARMÉ