Una vacanza

Mi sono preso una vacanza
passando per la cruna d’un ago
e chiudendomi dietro la porta.
Ho rovistato nel cesto del bucato
per riscoprire la fragranza dei fiori
ed il canto di protesta delle donne
al fiume dei secoli di marmo.
Ho ritrovato la madia dal gusto del pane
e l’odore d’infante nel dondolo a culla.
Adesso che è rimasto qualche muro maestro
e l’erba che cresce al posto del tetto,
non so pronunciare che silenzio di lacrime
e cercare, interdetto, qualche pietra annerita
a far da conchiglia.

Lorenzo Poggi

PAROLE DI MARMO

s’ammassano attorno
lette e rilette
su tombe e giornali.

Quando
cambiamo
il senso?

Tinti Baldini

Published in: on novembre 6, 2011 at 12:18  Comments (10)  
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Se io fossi un poeta

SI YO FUERA UN POETA

Si yo fuera un poeta
galante, cantaría
a vuestros ojos un cantar tan puro
como en el mármol blanco el agua limpia.

Y en una estrofa de agua
todo el cantar sería:

“Ya sé que no responden a mis ojos,
que ven y no preguntan cuando miran,
los vuestros claros, vuestros ojos tienen
la buena luz tranquila,
la buena luz del mundo en flor, que he visto
desde los brazos de mi madre un día”.

§

Se io fossi un poeta
galante, canterei
agli occhi vostri un canto così puro
come sul marmo bianco l’acqua chiara.
E in una strofa d’acqua
tutto il canto direbbe:
“So già che non rispondono ai miei occhi,
che vedono e guardando nulla chiedono,
i vostri chiari; hanno i vostri occhi
la calma buona luce,
luce del mondo in fiore, che un mattino
ho visto dalle braccia di mia madre”.

ANTONIO MACHADO Y RUIZ

Published in: on novembre 2, 2011 at 07:13  Comments (2)  
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Come farfalla stanca dopo il volo

Una pagina del diario
crociera Genova-Palermo
fra le mani, immota come farfalla stanca dopo il volo d’amore:
mi sorprende lontano,
con le ciglia socchiuse
a pensar su quel foglio la mano che passò con il garbo d’un fiore.
Fiorire niveo di spuma
Riflesso di cieli lontani
Il tuo profumo! È sottile, impalpabile, come carezza del mare:
oblìo di tutto il dolore
d’inconsapevole ebbrezza
di sogno gioioso al ricordo che palpita e muta, profondo.
Candido riso di vita
rimbalzi leggerovibranti,
sopra la terra brunita: nel ritmo anelante inesausto, si snodano
imagini brevi di plastica
forza di mute energie,
fluttuanti di attimo in attimo in rinnovate armonie. Silenzio di marmo.

Paolo Santangelo

Bologna – Strage 1980

 
 
 
Lancette lanceolate
dieci e venticinque
il mio orologio s’è fermato,
oggi non è aria qualunque
in tutti i calendari avvolti dai fiori
con la febbre una valigia abbandonata
sotto la data- giorno-mese
distese le case, la stazione
ordigno eco e pietà.
Oggi non posso raccontare, solo
memoria a ricordare chi c’era là
chi c’era dentro e fuori che
aspettava innocente un treno
per volare in scie di mare e di campagna.
C’era chi respirava luce, mentre poi
bruciava nella pelle
cadeva sul marmo e sui binari
spezzato sudario d’agonìa
e ancora io
li tengo tutti in grembo con coscienza
strana quiete senza respiro.

Aurelia Tieghi

Piccola città

Piccola città, bastardo posto,
appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via;
piccola città io ti conosco,
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano…

Piccola città, io poi rividi
le tue pietre sconosciute, le tue case diroccate da guerra antica;
mia nemica strana sei lontana
coi peccati fra macerie e fra giochi consumati dentro al Florida:
cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria;
io, la montagna nel cuore, scoprivo l’ odore del dopoguerra…

Piccola città, vetrate viola,
primi giorni della scuola, la parola ha il mesto odore di religione;
vecchie suore nere che con fede
in quelle sere avete dato a noi il senso di peccato e di espiazione:
gli occhi guardavano voi, ma sognavan gli eroi, le armi e la bilia,
correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West…

Sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza,
continenza, vuoto mito americano di terza mano,
pubertà infelice, spesso urlata a mezza voce,
a toni acuti, casti affetti denigrati, cercati invano;
se penso a un giorno o a un momento ritrovo soltanto malinconia
e tutto un incubo scuro, un periodo di buio gettato via…

Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?

Piccola città, vecchi cortili,
sogni e dei primaverili, rime e fedi giovanili, bimbe ora vecchie;
piango e non rimpiango, la tua polvere, il tuo fango, le tue vite,
le tue pietre, l’oro e il marmo, le catapecchie:
così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso, sempre diverso,
cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finchè non finirà…

FRANCESCO GUCCINI

 

Carl Hamblin

The press of the Spoon River Clarion was wrecked,

And I was tarred and feathered,

For publishing this on the day the Anarchists were hanged in Chicago:

“I saw a beautiful woman with bandaged eyes

Standing on the steps of a marble temple.

Great multitudes passed in front of her,

Lifting their faces to her imploringly.

In her left hand she held a sword.

She was brandishing the sword,

Sometimes striking a child, again a laborer,

Again a slinking woman, again a lunatic.

In her right hand she held a scale;

Into the scale pieces of gold were tossed

By those who dodged the strokes of the sword.

A man in a black gown read from a manuscript:

‘She is no respecter of persons.’

Then a youth wearing a red cap

Leaped to her side and snatched away the bandage.

And lo, the lashes had been eaten away

From the oozy eye-lids;

The eye-balls were seared with a milky mucus;

The madness of a dying soul

Was written on her face —

But the multitude saw why she wore the bandage.”

§

La rotativa del “Clarion” di Spoon River fu distrutta,

e io impeciato e impiumato,

perché il giorno che gli Anarchici furono impiccati a Chicago pubblicai questo:

“Ho visto una donna bellissima con gli occhi bendati

sui gradini di un tempio di marmo.

Una grande folla le passava dinanzi,

i volti imploranti alzati verso di lei.

Nella sinistra impugnava una spada.

Brandendo quella spada,

colpiva ora un bimbo, ora un operaio,

ora una donna in fuga, ora un pazzo.

Nella destra teneva una bilancia:

nella bilancia venivano gettate monete d’oro

da chi scampava ai colpi della spada.

Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:

“Non guarda in faccia nessuno”.

Poi un giovane con berretto rosso

le fu accanto con un balzo e le strappò la benda.

Ed ecco, le ciglia erano state corrose

dal marcio delle palpebre;

le pupille bruciate da un muco lattiginoso;

la follia di un’anima morente

era scritta su quel volto-

allora la folla capì perché portasse la benda”.

EDGAR LEE MASTERS

A mia madre

Sono andato a trovare mia madre
un bisbiglio su una lastra di marmo
a guardare quella foto ingiallita
che è la stessa foto di quando
mi faceva sentire importante
perchè ero ancora un bambino
e di quando ormai già grande
nel suo cuore ritrovava mio padre.

Sotto un sole caldo d’estate
ho posato un gran mazzo di fiori
e ho sentito che mi sarebbe piaciuto
ritornare quello di ieri
per poterle spiegare un po’ tutto
tutto quello che non aveva capito
per sentire il suo amore più grande
nell’attesa di un bacio mai dato.

E mentre ancora dopo tanto tempo
una lacrima mi scendeva nel cuore
una debole brezza di vento
agitava i petali dei fiori
ho sentito nella mia mente
la sua voce chissà come vicina
che parlava in modo suadente
con amore al suo bambino.

Son tornato a trovare mia madre
son sicuro che è rimasta contenta
perché ormai le racconto un po’ tutto
tutto quello che per me è importante
e alla fine a me basta sentire
che ora lei mi vuole aiutare
mi sussurra con amore nel vento
ora sì che mi vuole capire
ora sento… che mi vuole un gran bene.

Sandro Orlandi

La sensibilità

Molla così piccola
che muove le anime,
si inchina alla saggezza,
sorgente di lacrima gioiosa
o di tristezza.
Aperto lascia il cuore ad ogni vento
tiepido o di tempesta.
È lo scalpello di uno scultore
che all’inerte marmo
dona forme ed armonie.
Quella che fa percorrere,
tra tutte,
la più faticosa delle vie.
È colei che dei laceri panni altrui
si veste e a noi si mostra
di sofferenze adorna.
È lei che il cuor talvolta leggero
rende nel percepir quel momento
sereno che ad altri sfugge.
È quella di cui, stanchi,
liberarci vorremmo
come di occhi che troppo vedono
e in anime altrui scrutano.

Claudio Pompi

Nel ghetto della paura


Sei luna di marmo
quando rifiuti sogni mirabili
e ti cristallizzi in spiccioli
di gelida rassegnazione.
Sei sole di fuoco
quando sciogli col canto
sulle labbra il triste gelo
e corri incontro alla vita
fino a consumarti piedi e mani.
Sei raggio di vento
bocciolo di rugiada
ansa ancora da scoprire,
porto da lambire.
Sei paglia da incendiare
sei vino nel calice di pace
sei acqua inconsumata,
infinita, sapiente
sei luce nel chiostro solitario
sei ombra nella calura d’estate
sei muro di cemento,
quasi incrollabile.
Sei tutto questo e ancor di più
ma non sei niente
se togli all’altro il diritto alla vita
se neghi al fratello la speranza
se ignori il rispetto
ed isoli i diversi nel ghetto
della tua stupida paura.

Roberta Bagnoli