Paese bello

Con le pietre delle mura
sempre esposte al sole e al gelo
sotto il cielo che ti cura
e ti copre col suo velo

e le pietre ed i mattoni
delle case ora struccate
ma che per generazioni
sono state intonacate,

e le altre ancor vestite
col vestito rinnovato
che nasconde le ferite
del gran tempo che è passato,

tutta bella sei, Bettona,
con la Piazza e la Fontana,
ch’è un gioiello che ti dona,
e quei giri di collana

delle strade e vicoletti,
che si allargano in piazzette;
con i coppi dei tuoi tetti,
di palazzi e di casette,

chiese e campanili al cielo;
col tuo insieme d’arte e storia,
sei un fiore ed il tuo stelo
è il tuo colle che si gloria

degli ulivi millenari
fin giù al piano, e il Poverello,
e anche Dante, in versi rari,
di te han detto, Paese bello!

Armando Bettozzi

Piccola città

Piccola città, bastardo posto,
appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via;
piccola città io ti conosco,
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano…

Piccola città, io poi rividi
le tue pietre sconosciute, le tue case diroccate da guerra antica;
mia nemica strana sei lontana
coi peccati fra macerie e fra giochi consumati dentro al Florida:
cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria;
io, la montagna nel cuore, scoprivo l’ odore del dopoguerra…

Piccola città, vetrate viola,
primi giorni della scuola, la parola ha il mesto odore di religione;
vecchie suore nere che con fede
in quelle sere avete dato a noi il senso di peccato e di espiazione:
gli occhi guardavano voi, ma sognavan gli eroi, le armi e la bilia,
correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West…

Sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza,
continenza, vuoto mito americano di terza mano,
pubertà infelice, spesso urlata a mezza voce,
a toni acuti, casti affetti denigrati, cercati invano;
se penso a un giorno o a un momento ritrovo soltanto malinconia
e tutto un incubo scuro, un periodo di buio gettato via…

Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?

Piccola città, vecchi cortili,
sogni e dei primaverili, rime e fedi giovanili, bimbe ora vecchie;
piango e non rimpiango, la tua polvere, il tuo fango, le tue vite,
le tue pietre, l’oro e il marmo, le catapecchie:
così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso, sempre diverso,
cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finchè non finirà…

FRANCESCO GUCCINI

 

‘U terremote

… è menùte pe z’ècchièppà i guègliùne
che stévene nè scóle cà mèéstre:
i libbr’èpiérte, ù sóle n’ ì fenèstre,
pe crésce bbenedìtte dà fèrtùne.

Mó, mbéce, c’è remàste ù hióre e ù chiànde
ngòpp’è llù sànghe de pìnge e mètùne;
vìndinóve so’ muórte ndùtte, ognùne
cà vóce sìje: tèvùte gghiànghe, e ande

de ràne sótt’ù mùre sdèrrepàte,
tègliàte cùrte, sènze cchiù fetùre
nguìstu brèsciàte córe dù Molise.

Nùj séme ggènde sèmbe cù sèrrìse
pùre se nguólle càsche ù pepetùre:
mè pùre cuìlle mó z’è cuènzemàte!

 §

IL TERREMOTO

…è venuto per prendersi i bambini

che stavano nella scuola con la maestra:

i libri aperti, il sole alle finestre,

per crescere benedetti dalla fortuna.

Ora, invece, c’è rimasto il fiore e il pianto

sopra quel sangue di tegole e mattoni;

ventinove sono morti in tutto, ognuno

con la propria voce: bare bianche, un mucchio

di grano sotto i muri dirupati,

tagliato corto, senza più futuro

in questo bruciato cuore del Molise.

Noi siamo gente sempre col sorriso,

anche se addosso ci cade la ronca,

ma quello anche si è ora consumato.

GIOSE RIMANELLI

Chiesuola


Sogni lontani carichi
d’amore forte d’indomita
gioventù domata. Sogni
di  muto dolore, cari
sogni andati, ricordano più
e non più nulla, mentre
il fiume mormora il lamento.
Pioppi con ondeggiare lento
la cima altissima d’argento.
Vostra la melodia, alta
infinita: smarrita ed ebbra
d’amoreonda palpitante vita.
In faccia al mio balcone
è una chiesuòla  fatta
tutta di mattoni rossi
s’erge al cielo imponente
e sola. Sul culmine la croce
che dà ricetto ai loro nidi
col tetto: rondini e pettirossi.
Rondini sperse cantano
tintinnano armoniose,
unico inesauribile tesoro
al primo raggio tremulo
del sole ardente sulle
cime immacolate. Col vostro
canto indulgete alla mente
e riecheggiate il pianto.

Paolo Santangelo

L’attesa

Se i giorni fossero mattoni
costruirei la scala per giungere a te.

Se i giorni fossero pianto
riempirei il fiume per giungere a te.

Se i giorni fossero sospiri
provocherei il vento per raggiungerti.

Se i giorni fossero parole
non tacerei per giungere.

Se i giorni fossero pensieri
non dormirei mai per giungere a te.

Se i giorni fossero questi,
ora sarei lì, con te Amor mio.

Anna Maria Guerrieri

Published in: on febbraio 19, 2011 at 07:36  Comments (3)  
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Città industriale

Residenziali paradisi
pagabili in comode rate
la città si nasconde
nell’afa dell’estate
l’astro fruga la coltre di smog
che nasconde le storie di tutti
è coperta che arieggia
quella che da bimbi ci
proteggeva dal buio
genitore di mostri.
Cataste di mattoni attendono
è come tutto sospeso in città
Gru appassite e scolorate dal tempo
occhieggiano  in cantieri abbandonati
mentre lampioni nella notte
lacrimano per questo mondo
sempre più solitario

Marcello Plavier

Il canto antesignano

Dove a bacìo dell’angiporto
stagna l’acqua di rigagnoli
vedo dislocate increspature,
gocciola dai sostrati un filamento,
lacera il cuore…
vedo una bambina dissacrata
con gli occhi grandi
al velo della stura
che ricetta la favola stravolta
sulle rive dell’alba senza giorno
dove sfociano gli urli della sera.
Vedo una donna laida sformata
che stringe il gioco
alla profusa gruma
biascicando foglie masticate
e stralci guitti di disinvolture…
e vedo tra i mattoni scalcinati
la faccia dell’intonaco guarnita.

Giuseppe Stracuzzi

Vita agreste

ESTATE: VITA AGRESTE

Immaginiamo un manovale al suo primo giorno di lavoro in un cantiere edile della pianura padana assolata, una calura infernale, e sudore, sudore… Immaginiamo campi di saggina; e una efficiente canalizzazione per l’agricoltura utile anche, purtroppo, per la nutria, quel roditore acquatico del Sudamerica tra il castoro e il topo che sta infestando le campagne emiliane e scava gallerie che mettono in pericolo la tenuta degli argini dei fiumi. Immaginiamo, ultimo sforzo, frotte di pennuti che andando di fiore in fiore alla ricerca di cibo danno origine alla fecondazione.

Eccovi il quadretto:

VITA AGRESTE

La calce fra i mattoni
s’insinua ed è fatale
che un dito il manovale
si schiacci ch’è un giaguar:
la nutria oltre il sorgo
negli umidori acclivi
forbisce i fioi giulivi
come se fosse in mar.
Sale su dai fettoni
del capo squadra Armando
fetido odore quando
smette di lavorar:
mentre uccelletti a sgorgo
pronubi e fra gli strilli
suggon stami e pistilli
di fresie a fecondar.

Sandro Sermenghi

Le mie gambe fredde di paura

Ho paura dei silenzi che mi dai
tra il muro la calce e la fatica
io non vedo costruire
che mattoni di vergogna,
sento solo quest’aria di morte
che mi soffia sul collo
e altri han ben deciso
ché si son visti rovinati
e una corda alla gola
o un volo dalla finestra
pareva meglio di questa vita.
Tremo di paura
e taccio nella notte,
penando le ore
nel sentir bussare alla porta
e poi lettere senza fiatare
di scritture incomprensibili
e debiti da scontare
neanche avessimo rubato,
i polmoni tuoi invece per anni
veleno han respirato.
Voglio solo che il coraggio
mi prenda un giorno
le gambe mie stanche
assieme alla voglia di scappar via,
io e te potremo andar lontani,
quel baracchino davanti
all’azzurro mare
che abbiam sempre sognato
e mandare tutto all’aria.
Via, via da questo paese,
da questa Italia che non regala
né dignità, né cuore
che ci ha mandato in rovina,
i sacrifici a puttane
e non abbiam messo via niente
nemmeno due stanze
per il figlio nostro bello di sole
e sto qui a marcirmi il sangue
ogni santo giorno, tirando la cinghia
e a tentar di mandar giù ‘sto magone.

barche di carta