Da bambini si crede che tutto sia infinito

 
si corre a cerchio perché ci si ferma sempre
 
nel punto di partenza.
 
da grandi si cammina incerti su quel che sarà
 
tuttavia consci che ogni attimo che passa non fa
 
che aumentare la distanza dal punto di dove si è partiti.
 
da vecchi si è troppo stanchi per correre, troppo deboli
 
per camminare. si sta seduti al tramonto della vita
 
a fare i conti con se stessi e si finisce poi per credere che tutto
 
finisce, rimproverandosi di esser stato cosi sciocco da credere
 
di essere immortale. sciocco per non aver mai smesso di credere.
 
che un bruco diventi farfalla non importa. egli finisce di essere un bruco.
 
ecco il punto. o che le foglie morte si dividano in mille particelle e
 
in altre mille vite si trasformino.
 
non per questo troveranno se stesse, la memoria che avevano di sé.
 
o che diventino poesia nulla cambia di certo non cancelleranno
 
le angosce del Poeta, né la sua tristezza immensa.
 
ti accorgi di aver vissuto cercando tuttora un senso e mentre la fine arriva
 
ti aggrappi alla vita con le unghie e ti spaventa sperare non perché
 
la tua pelle sia diventata simile ad una corteccia raggrinzita e non sei
 
che un tronco malato da abbattere ma perché temi di sbattere la testa
 
nella delusione più grande senza rimedio stavolta, perché
 
non ti è concesso altro tempo;
 
se solo che la morte approvasse, almeno lei che tutto finisce o quasi
 
e si trasformi in un’altra occasione, una seconda vita magari.
 
se solo l’autunno non fosse un seduttore fatale che andando
 
lascia un vuoto agghiacciante
 
ma un amante dolce e premuroso che fa bruciare di passione
 
i rami, tremare d’amore le foglie.

Anileda Xeka

Solo

Quante cose mi cantano in testa
Ascolta…è il mio sangue che canta
È come una musica lontana e discreta

Ascolta….è il mio sangue che piange
E solitario nell’animo soffro
Ah non potere che l’anima mia si quieti

E’ pensiero che sfocia in follia
Allora piango e canto
Scacciare la memoria devo

E nelle tenebre del nulla
Sorridere verso il pubblico
Che indifferente passa e non vede

Marcello Plavier

Published in: on aprile 4, 2012 at 07:07  Comments (6)  
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Dopo una separazione

Sto cercando di rimuovere il grigio,
brandelli di vecchie tappezzerie
restano attaccati come
croste residue
di un male feroce

Se provi a rimuovere le croste
la carne ferita ancora risanguina,
ogni volta, crudele, il dolore
riaffiora e la memoria non muore.

Con le unghie non vale graffiare
la crosta pesante,
il dolore è presente ancora,
forse solo più pallido
ma col ghigno maligno si appropria
del tuo pensiero costante.

Non vale sovrapporre
altra tappezzeria, magari fiorita
o di color più brillante,
il grigio permane e soffocante
vanifica il desiderio di restauro.

Forse sarebbe la soluzione migliore
gettar della calce su quel muro graffiato,
riempire gli spazi e bruciare le attese,
colmare i solchi e ripianar le fessure.

Una bianca parete di nuovo
pulita e spianata
potrebbe far sempre la sua bella figura!

Anna Maria Guerrieri

Final…decisione

Voglio far qualcosa di nuovo, oggi,
intendo variare …
e per alleggerire la monotonia,
ho deciso… mi voglio suicidare

Ma, i modi sono tanti
ed io voglio essere originale.

Voglio passar alla storia,
e rimaner nella memoria
come colui che ideò
qualcosa d’eccezionale…
veramente,
dal solito e banale …
distaccamento

Voglio inventar qualcosa
di non cruento…
visto che odio le armi
ed i corpi contundenti,
e che alla vista del sangue…
svengo;

qualcosa di diverso…
dai soliti veleni,
considerato che soffro
di problemi all’intestino;

qualcosa d’eccezionale,
veramente,
sotto tutti gli aspetti…
attualmente inesistente

Ecco ! Ci sono
Ho trovato il sistema
che al trapasso …
mi darà il successo

M’afferro di soppiatto,
quando manco me l’aspetto,
e con le mie stesse mani
le stringerò alla gola ed al collo…
come in una morsa fino al tracollo.

Sono pienamente convinto
dell’idea,
che essa avrà un gran successo,
e che servirà anche a coloro
che han deciso ….
d’ammazzarsi all’improvviso

Penso e mi rallegro
del gran genio che sono stato,
codesta operazione, però,
la rimando alla prossima occasione
l’importante e avere le idee chiare
per la …finale decisione

Ciro Germano

Assenza di te

Piovo d’incertezze
fotografate
in triangoli di luce.

Tra le ombre
ho mille mani che tacciono
i sentieri del cuore.

Fumo l’assenza
che oltrepassa
l’adiacente orizzonte

dei tuoi occhi
sono goccia
che ti sfiora appena

tra i versi sbiaditi
di quel che fummo
senza memoria.

Anileda Xeka

Published in: on marzo 14, 2012 at 07:04  Comments (6)  
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Mi domando se abbia un senso il mio ricordare

 
Mi domando se abbia un senso il mio ricordare
scandagliare i fondali della memoria
fra apparizioni fantastiche di piante e animali
ora sfuggenti ora persistenti affascinanti o orrorifici
.
isolata come un palombaro nel suo scafandro
le profondità oceaniche dell’inconscio
non sono il mio elemento e ho bisogno
di supporti protettivi per tenermi in vita
.
mi domando se questo sia morire
l’andare a ritroso a rivedere i già vissuti
momenti cristallizzati
.
aggirarmi fra alghe e coralli
anemoni di ogni colore e cavalli marini
e non sentire l’acqua sul viso
sulla pelle o fra i capelli
.
essere l’elemento estraneo che osserva
l’ossigeno aspirato dal boccaglio
il suono del mio unico respiro
a guardare fiori fra i relitti
.
mi domando se questo sia invecchiare

azzurrabianca

Parole

“Ti perderò come si perde un giorno
chiaro di festa :-io lo dicevo all’ombra
ch’eri nel vano della stanza – attesa,
la mia memoria ti cercò negli anni
floridi un nome, una sembianza: pure,
dileguerai, e sarà sempre oblio
di noi nel mondo”
Tu guardavi il giorno
svanito nel crepuscolo, parlavo
della pace infinita che sui fiumi
stende la sera alla campagna.

ALFONSO GATTO

L’allodola

Nel mio giardino
l’alba filtra tra gli alberi scarni;
le ultime chiazze di neve
dipinge d’un roseo appassito
e smuove le gocce
che scivolano lente
lungo il sentiero
che bacia le sponde del Lys.
Già un tempo,
il vate che a Bolgheri
parlò coi cipressi,
tra queste vallate si perse.
E il suo canto
raccolse il fiume impetuoso
e racchiuse tra gli orridi di Guillemore
scavati tra i monti
nel lungo suo andare.
E un’allodola il verso riprese
e trasmise nel tempo
alla nuova progenie.
E al mattino il gorgheggio ripete
le parole apprese a memoria
e trasmette, da un ramo
d’un vecchio abete arroccato nel bosco,
melodie che sol io
ancora riesco a sentire, e capire,
e su un foglio di carta archiviare.

Salvatore Armando Santoro

Edera amara

Sentire: “Figlio mio!”
Mai, mai l’ascoltai;
udire, appena in un sussurro lieve,
lieve per non svegliarmi,
un vezzo dolce su una culla
che dondola pian piano
al rosolante chiarore di un lumino,
sperso nel buio di un casolare antico,
anch’esso smarrito
tra le pieghe d’una memoria stanca.

“Figlio mio!”, sentir solo una volta,
ricordare un pensiero,
una carezza,
un pianto greve sul mio corpo infermo,
un canto lontan di ninna-nanna
che piano si smorza
mentre m’addormento.

Quante volte sognai d’avere un padre,
le cui premure restassero nel cuore
da custodir come reliquia sacra
e poter dire, davanti a un cimitero,
padre t’amai
ed il tuo amore è qui nella mia mente.

Nulla conservo
se non l’ombra nera
di giorni sepolti per non ricordare,
che rimuovo insieme al mio rimpianto
di non poterti, padre, amare tanto.

Salvatore Armando Santoro

Scintilla

A ridosso d’ogni novella notte
al crepuscolo dei tardi pensieri
un ricordo resiste oltre, lontano.

Di passo in passo incede quieto
bussa paziente che gli si apra
e di senno si schiude il bocciolo.

Snudasi la memoria ai rimpianti
in paura di vedersi felici quando
sprezzate si ebbero le ore sane.

Vacilla ora l’estremo esiguo
brandello di gioia smarrita,
sciupata scintilla di vita tutta.

Daniela Procida

Published in: on febbraio 2, 2012 at 07:21  Comments (7)  
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