L’uomo nasce figlio di molte madri

che sia nel grembo protetto o al seno della madre attaccato
un imbranato che corre dietro la sottana della prima ragazza  
o dalle labbra di un bacio appeso.
che sia confuso davanti ad un altare scambiando le fedi e promesse
d’amore e tuttavia felice
o diventato padre si commuove mentre tra le braccia tiene un figlio suo

o al matrimonio di una figlia, affidandola ad un uomo che non sia lui
o settantenne magari che alla moglie borbotta le stessi frasi di una vita;
sposarti è stato la mia condanna; il caffè è pronto? la camicia stirata?
per poi prenderla dolcemente per mano mentre con lei passeggia e
dirle in silenzio guardandola che perderla sarebbe peggio di morire

egli rimane sempre un bambino.
è il bambino di tutte le donne della sua vita.

che si atteggi da strafigo facendo lo stupido con le altre
di aspetto colto e sicuro di uno in carriera o raffinato e gentile
d’altri tempi cavaliere
o uno di quelli che credono di poter tutto che giocano con altrui destini
a testa o croce.
che sia un poveraccio con il cuore nella mano e un sogno nel petto
che offre poesia e petali sbiaditi di rose finte
o il bastardo di turno uno come tanti che lascia il segno,  di chi  non ci si
può scordare

è uomo se tale soprattutto e spesso soltanto
dinnanzi a se stesso.

la fama, il potere, la forza, la ricchezza, nulla contano se poi
non raggiungono la fine prefissa, il vero intento;
conquistare lei che tutto possiede – la donna interamente, almeno
una sola volta –

non il suo corpo caldo, seducente, desiderato, abusato,
stuprato più volte da se stessa anche, né il suo cuore ferito,
spezzato, amato, donato, venduto persino da alcune

ma la mente sua
che genesi è di tutte le cose, caos e ordine, oblio e vita,
fonte di guerre e meraviglie

la mente di colei ch’è sempre in fuga di mistero in mistero
e tuttavia ferma
– perché figlia anche lei di quella imperfezione
che rende umani –
prigioniera a sua volta dell’inganno sottile della vita.

Anileda Xeka

Uomini come rane

Ho visto pareti dipinte dalla rabbia degli uomini
rondini allontanarsi per il fuoco che bruciava l’aria
ho visto prati annullati dalla cupidigia di alcuni
quando ne avevano bisogno i bambini

Mi sono iscritto all’albo di quelli che protestano
ma volevano troppi soldi  per la tessera di socio
ed allora  mi son convinto che in questo paese
è meglio vivere con poco, possibilmente a zero spese

Ho ascoltato le voci arroganti dei Grandi
la terra globalizzata per gli interessi di tanti meschini
Me ne è rimasta impressa una, unica e ancora sola,
che è quella universale del Mahatma Ghandhi

Ho visto tutto quello che si può rivedere
e mi sono accorto che come gamberi andiamo a ritroso
A questa età sto ancora attento ai problemi veri
e, credimi, a volte non riposo

Non so neppure perché ne sto scrivendo
forse perché non costa niente
Ho parlato con molti che la pensavano come me
ma dopo a casa ognuno dormiva e si pentiva

Non sono abituato alle meraviglie
nulla mi stupisce e non da ora
se non l’indifferenza che premia gli stolti,
gli arrivati, gli stupidi e i manigoldi

A me, a te, a noi non resta che guardare
in questi giardini, finti di ricchezza
Continuiamo pure ad ascoltare voci della miseria umana
che ci sembreranno come sempre, ahimè!, quelle di una rana!

Gavino Puggioni

Sabbie mobili

SABLES MOUVANTS

Démons et merveilles

Vents et marées

Au loin déjà la mer s’est retirée

Et toi

Comme une algue doucement caressée par le vent

Dans les sables du lit tu remues en rêvant

Démons et merveilles

Vents et marées

Au loin déjà la mer s’est retirée

Mais dans tes yeux entrouverts

Deux petites vagues sont restées

Démons et merveilles

Vents et marées

Deux petites vagues pour me noyer.

  §

Demoni e meraviglie

Venti e maree

Lontano di gia’ si e’ ritirato il mare

E tu

Come alga dolcemente accarezzata dal vento

Nella sabbia del tuo letto ti agiti sognando

Demoni e meraviglie

Venti e maree

Lontano di gia’ si e’ ritirato il mare

Ma nei tuoi occhi socchiusi

Due piccole onde son rimaste

Demoni e meraviglie

Venti e maree

Due piccole onde per annegarmi.

JACQUES PRÉVERT

Published in: on maggio 16, 2011 at 07:25  Comments (4)  
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In(Di)visibili

A volte immagino
il tuo sorriso
afferrarmi i fianchi
e la tua bocca
il calice di un fiore
che accoglie meraviglie
tra i deserti stanchi
del mio ventre in abbandono:

e lì accorciare i lembi alle paure
nel dunque che si compie.

Beatrice Zanini

Published in: on marzo 23, 2011 at 07:42  Comments (2)  
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