Per inverse ragioni

Non posso amarla questa donna
che vive senza baricentro
dimentica del muscolo striato (dirne così
fa colloquiale diagnostico)
una che se ne frega del sistema filtraggio
e degli zuccheri.

Se – come di straforo – i calendari
accumulano giorni mesi anni
disattendendo oscure predizioni
è pure certo che
dal pedinamento dell’ossuta
vive mostrando il dito (voi lo sapete quale)
e latitando
da sola si condanna in contumacia

presente nella gabbia
un rimasuglio d’imputata

no, non l’amo e dio sa quanto vorrei
e nel contempo mi sorprendo
di come riesca ad apparire intatta

Cristina Bove

Notiziario

Signore e signori, buonasera!
Di tutto ciò che sto per raccontarvi
probabilmente non v’interesserà,
sdraiati come siete nell’oblio.

Datemi, però, l’attenzione giusta
giacché è cosa rara avervi qui,
bassi, alti, biondi e bruni
riuniti sotto la mia anima.

Al mondo voglio dare la notizia
che nuova cosa oggi è accaduta,
e non pensate subito alla guerra
e state quindi ad ascoltarmi.

Finalmente, io sono felice!
Da testa a piedi sono in ammollo
nel brodo di fragranze di chimera
che va bevuto prima che s’addensi.

Vedete come abile io nuoto?
Sapete… allenamenti atroci
per ore, giorni, mesi ed anni
partendo dal trenino fino ad ora.

Fotografatemi, suvvia, vi prego
e fate poi di questa mia immagine
tante copie, bene bene incorniciate.
Le appenderò sui cieli del mondo.

Aurelio Zucchi

Inverno

 
l’ho sempre detestato
tanto che già l’autunno
seppur caldo e ramato
m’indisponeva,
poiché ne era il preludio.
Lunghi mesi di gelo
e pomeriggi
dal buio sepolcrale
la credevo una pena
un prezzo da pagare
per avere il diritto
a un briciolo d’estate.
Poi tutti quegli orpelli:
maglie che t’infagottano
sciarpe, cappotti e ombrelli
son vere barricate
alla femminilità;
bruttine anche le tinte
tutte tendenti al nero
e a noi donne si sa
ci tocca  di attrezzarci
con il “vedo-non vedo”;
usiam trafori e spacchi
chè per amor del vero
ciò ch’è bello a vedersi
è bene che si veda!
 
Però ultimamente
assaporo l’autunno
e inizio ad apprezzare
questo freddo pungente;
mi piace stare in casa
e in fondo non m’importa
di dovermi coprire.
Che cosa vorrà dire?

Viviana Santandrea

LA COSA PIU’ INGIUSTA

La cosa più ingiusta della vita è il modo in cui finisce. Voglio dire, la vita è dura e impiega la maggior parte del nostro tempo… Cosa ottieni alla fine? La morte. Che significa? Che cos’è la morte? Una specie di bonus per aver vissuto? Credo che il ciclo vitale dovrebbe essere del tutto rovesciato. Bisognerebbe iniziare morendo, cosi ci si leva subito il pensiero. Poi in uno ospizio dal quale si viene buttati fuori perchè troppo giovani. Ti danno una gratifica e quindi cominci a lavorare a quarant’anni fino a che sarai sufficientemente giovane per goderti la pensione. Seguono, feste, alcool, erba ed il liceo. Finalmente cominciano le elementari, diventi bambino, giochi e non hai responsabilità, diventi un neonato, ritorni nel ventre di tua madre, passi i tuoi ultimi nove mesi galleggiando e finisce il tutto con un bell’orgasmo!

WOODY ALLEN

Piccola città

Piccola città, bastardo posto,
appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via;
piccola città io ti conosco,
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano…

Piccola città, io poi rividi
le tue pietre sconosciute, le tue case diroccate da guerra antica;
mia nemica strana sei lontana
coi peccati fra macerie e fra giochi consumati dentro al Florida:
cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria;
io, la montagna nel cuore, scoprivo l’ odore del dopoguerra…

Piccola città, vetrate viola,
primi giorni della scuola, la parola ha il mesto odore di religione;
vecchie suore nere che con fede
in quelle sere avete dato a noi il senso di peccato e di espiazione:
gli occhi guardavano voi, ma sognavan gli eroi, le armi e la bilia,
correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West…

Sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza,
continenza, vuoto mito americano di terza mano,
pubertà infelice, spesso urlata a mezza voce,
a toni acuti, casti affetti denigrati, cercati invano;
se penso a un giorno o a un momento ritrovo soltanto malinconia
e tutto un incubo scuro, un periodo di buio gettato via…

Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?

Piccola città, vecchi cortili,
sogni e dei primaverili, rime e fedi giovanili, bimbe ora vecchie;
piango e non rimpiango, la tua polvere, il tuo fango, le tue vite,
le tue pietre, l’oro e il marmo, le catapecchie:
così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso, sempre diverso,
cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finchè non finirà…

FRANCESCO GUCCINI

 

Figlia

Se avessi scelto
un momento diverso
avresti avuto
gli occhi di un altro colore,
se non fosse stato
quella sera
avrebbero mandato un altro,
sarebbero passati giorni,
mesi,
anni,
avresti abitato un’altra culla
magari di foglie
oppure di neve,
unica
oppure ultima di sette
marmocchi.

Adesso saresti
appoggiata ad un altro grembo,
più felice
o sconsolata,
cercata
o non amata.

Ma scegliere non vale.

Se avessi scelto
ti avrei voluto
esattamente uguale.

Anna Maria Guerrieri

Published in: on luglio 2, 2011 at 07:14  Comments (3)  
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E’ già Natale?


ÊL BÈLE NADÈL?

S’as conta i mîs e i dé chi en vulè
ban l’é Nadèl

s’a vdî tótti äl lûs ch’inbarbájan al vî
Indipandànza, Rizzoli, al Dåu Tårr
e l’âlbar là dnanz al Pudstè
sé, lé Nadèl

se i ûc di fangén i sbarlûsen
lé dnanz al vedrénni ed zuglén
lusént pió dal såul a meżdé,
t’at n’acôrż cl’ è Nadèl.

Mo se t’ guèrd tanti fâz furastîri
ch’i n’an da magnèr
e gnanc ónna cûerta pr’an żlèr
e murîr da par sé com un can
dåpp avair lavurè com un móll
par mandèr ai sô fiû un pèz ed pan
êl Nadèl?

Par chi żuven in vatta ai bastión
a svintlèr i strisón di dirétt
par na scôla pió gióssta, un lavurîr
e pr’avrîr äli urácc a chi sgnûr
chi fän cånt d’an sintîr
Êl  Nadèl?

Par chi ragazû adruvè
in infêren sänza speranza
che invêzi d un balån i an un bazooka
e i n’an gnanc al dirétt a onna cusïanza
êl Nadèl?
E pr i vcétt pensionè che a fén dal mais
an’i avanza al fantèsma d’un bajòc
par cumprèrs un decoder
sé, al srà Nadèl, mo i arän pôc da gôder!

§

Se si contano mesi e giorni ormai volati
ebbene è Natale

se vedete le luci che abbagliano le vie
Indipendenza, Rizzoli, le Due Torri
e l’albero davanti al Podestà
sì, è Natale
se gli occhi dei piccoli luccicano
davanti ai negozi di giochi
brillanti più del sole a mezzogiorno,
ti accorgi che è Natale.
Ma se guardi tanti visi stranieri
che non han da mangiare
senza una coperta per non gelare
e morire da solo come  un cane
dopo aver lavorato come mulo
per mandare ai figli un pezzo di pane
è Natale?
Per quei giovani sui monumenti
a sventolar gli striscioni dei diritti
per ‘na scuola più giusta, un lavoro
e per aprire le orecchie a quei signori
che fingono di non sentire
E’ Natale?
Per quei bimbi abusati
in inferni senza speranza
che al posto di un pallone hanno un bazooka
senza avere diritto a una coscienza
è Natale?
Infine per i vecchi pensionati
costretti a fine mese a rimanere
senza un soldo per comprarsi un decoder
sì, sarà Natale, ma han poco da godere!

Viviana Santandrea

Il mio calendario

Indovinami indovino
tu che leggi nel destino
l’anno nuovo come sarà?
bello brutto od a metà?

Trovo stampato nei libroni
che avrà certo quattro stagioni
dodici mesi ciascuno al suo posto
un bel Natale e ferragosto
e il giorno appresso il lunedì
sarà sempre un martedì.

Di più ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini ce lo faranno.

Victor

Published in: on novembre 10, 2010 at 07:28  Comments (7)  
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Era il nostro tempo

Era il nostro tempo e lo abbiamo vissuto
con il coraggio e l’incoscienza della giovinezza,
non avevamo dubbi, era il nostro tempo, la nostra
unica certezza.
Era il nostro tempo, quello del camminare
sui fragili sogni, convinti del loro materializzarsi
da lì a poco.
Che importava se i giorni,  mesi, anni passavano
uno ad uno, come rintocchi di una campana
che noi non sentivamo.
Poi quel tempo finì e con lui l’ansia di vivere,
la voglia di sognare. I rintocchi li udimmo, tutti,
uno ad uno; talvolta gioiosi, talvolta mortali.
L’immortalità esiste ma cambia i suoi attori
di volta in volta e noi uscimmo di scena.
Nulla è eterno se non l’eternità della vita
che si rinnova da sempre e ci rende strumenti
del suo perpetuarsi nel tempo.
Credemmo d’essere immortali, inattaccabili
forse fu questa la nostra forza, la stessa che avrà
chi prenderà il nostro posto.

Claudio Pompi

INNO AL 2010


Cantieristi, or vorrete cer-
tamente con cura identifi-
care, in questa bella carto
leria che si trova sotto la pensi-
lina, i miei freschi e utili au-
diovisivi a colori sui can-
guri, traboccanti di viva-
cità ben saltellanti con loqua-
ci ed eroiche novità, per do-
mande ed offerte di melo-
dici luminosi e amletici me-
riggi nascosti poi riappar-
si, trascorsi godendo un an-
sioso e audace ricco cammi-
no di felicità: cocchi d’auguri!

Inno al 2010
è anche un indovinello,
non so se brutto o bello!
Per facilitare la soluzione
fate molta attenzione
all’assurda disposizione
dei versi con tmesi
da uscirne stesi!
Se ben guarderete
poi ne gioirete!

Càntic al 2010
l é anc un indvinèl,
an sò se brótt o bèl!
Pr ajutèruv int la soluziån
fè dimóndi atenziån
al’asûrda disposiziån
di vérs trunchè
da vgnîren fòra amazè!
Se a starî bän atént
dåpp a srî cuntént!

Nell’Inno al 2010 è nascosto il vero messaggio di Capodanno:
una poesia di Sandro in premio a chi risolverà l’indovinello.
Int al Càntic al 2010 l é nascòst al vair mesàg’ ed Chèp d Ân:
una poeśî ed Sandro in prèmi a chi risolvrà l indvinèl.
Ciaosandren
(!on anu e is agir anu ereggel :enoizulos)

Sandro Sermenghi