Non esiste metro di fallimento

se [non] sai da dove nasce.

L’infanzia, qui, non c’entra.

E’ in età matura
che si aprono le porte
delle proprie fusioni insolventi.

L’infanzia, qui, non c’entra.

Nella vita ti foderi
di tasselli mancanti
in continuo (forse), sperato divenire.

Il baratro è un metro di misura
che vive di continua valutazione
ispiratoria, sognante, idealizzante.

Le braccia si arrampicano
scivolose
raccogliendo(si) dagli specchi.
Nonostante tutto.
Son consapevolezze.
Lasci alle spalle l’infanzia
e cresci sui [tuoi] profumi.
Salvando il fiore, il suo stelo.
Compreso le spine che t’illudi
di aromatizzare nei colori.
Nei colori nel tatto.
Nel [suo] vaso di puro germoglio.

L’adolescenza [non] c’entra.

-Son nuove strade, nuovi cementi.
senza fiori/odori-

Le scelte iniziano ad essere soggettive
oggettivamente osservate
da chi si prende cura di te
anche col solo pensiero
di pensare a te.
In concreta assenza.

S’inizia a bollire la [s]bronza
dove l’infanzia c’entra
ma senza fallire la conquista
d’un essere “costruzione”.

Camminando ancora,
seguendo l’invisibile oggettivo
che ti ha reso
colui a cui gli altri non interessa,
colui a cui l’umano non sa entrare.

Glò

Mi manchi

Quando mi manchi è molesto anche l’aprile
il taglia erbe che mi profana
il gatto bianco, venuto a mangiucchiarmi le scarpe
perché è cieco.
E crede nella gioia degli umili, dei santi,
di quelli che se dormono soli non fa niente.
E tu mi manchi.
Mi manchi da trent’anni e mezz’ora,
minuto più o di meno non fa la differenza.
Mi manchi come il vento sul primo metro d’acqua
quella che la assomiglia a una bimba spettinata
con la gazzosa in mano e le stringhe da allacciare.
Mi manchi come certi silenzi che fa il treno
quando si ferma in mezzo a dei campi
e non sai cosa, non sai quando riparti
e non te ne importa nulla.

Massimo Botturi

Millenovecentoquarantaquattro

Una luna spaventosa già allarga la sua gonna:
fanno del tango lassù, miei cari.
I cedri malandati
si mangiano le foglie per troppa ombra in cuore;
le case si sputazzano luce, l’una all’altra
come alle mani fa l’uomo al campo
il vangatore.
O quello con la lampada in testa, in qualche buco
prima del puzzo che dice morte
prima ancora, d’aver pensato a un metro di terra
per suoi ossi.
Dite ai bambini di ritornare a casa
minestre fredde ancora per cena
acqua e vino.
Le donne si consumano gli occhi sopra i panni
coperte doppie per la nottata
e l’orinale, ch’è sempre da svuotare
per dio! Si faccia presto.

Massimo Botturi

Adesso che ritardo chiedi all’alba

Disturbo arreca quel vocìo di notte
quando tu credi d’essere del sonno.

È l’ultima città ch’ancor non dorme,
meteore di carne parcheggiate
solo ad un metro dal Casino Royal,
sul marciapiede che si fa teatro.

T’affacci sul terrazzo della luna
e questa volta gli occhi vanno giù,
canotte bianche a scoprir tatuaggi,
vuoti di birra in bilico sui bordi.

Ritorni a letto quasi barcollando
sperando ancora nell’accesso ai sogni
ma sogno nel frattempo é l’incontro
con i vent’anni che non van dispersi,

con l’afa d’oltre mezzanotte al Sud,
fette d’anguria enormi tra le mani,
il blu del mar ch’aspetti di vedere
assieme a labbra a colorar mattini.

E quindi del dormir poco t’importa
adesso che ritardo chiedi all’alba.

Aurelio Zucchi

Poster

Seduto con le mani in mano
sopra una panchina fredda del metro
sei lì che aspetti quello delle 7.30
chiuso dentro il tuo paltò
un tizio legge attento le istruzioni
sul distributore del caffè
e un bambino che si tuffa dentro a un bignè
e l’orologio contro il muro
segna l’una e dieci da due anni in qua
il nome di questa stazione
è mezzo cancellato dall’umidità
un poster che qualcuno ha già scarabocchiato
dice “Vieni in Tunisia”
c’è un mare di velluto ed una palma
e tu che sogni di fuggire via…
di andare lontano lontano
andare lontano lontano…
e da una radiolina accesa
arrivano le note di un’orchestra jazz
un vecchio con gli occhiali spessi un dito
cerca la risoluzione a un quiz
due donne stan parlando
con le braccia piene di sacchetti dell’Upim
e un giornale è aperto
sulla pagina dei films
e sui binari quanta vita che è passata
e quanta che ne passerà
e due ragazzi stretti stretti
che si fan promesse per l’eternità
un uomo si lamenta ad alta voce
del governo e della polizia
e tu che intanto sogni ancora
sogni sempre sogni di fuggire via…
di andare lontano lontano
andare lontano lontano…
sei li che aspetti quello delle 7,30
chiuso dentro il tuo paletot
seduto sopra una panchina fredda del metro

CLAUDIO BAGLIONI

Amarti ancora?

Ti penso ancora e mi sono chiesto
perché mai dovrei da te tornare.
Lo faccio in questo freddo giorno,
uguale a quello di un anno fa.
Lo stesso freddo, la stessa pioggia,
gocce che si mischiarono a quelle
del mio pianto silenzioso.
Mi sono chiesto se avrebbe senso
dirti che ancora ti amo e dubitare
dopo un anno della mia sincerità.
Mi sono chiesto quanti ti hanno
nel frattempo amato.
Se anche ad uno o cento il tuo basta
avrai sbattuto in viso senza curarti
del dolore di un amore che come
il mio uccidesti nel suo volo.
Domande che hanno il suono ovattato
del traffico di questa città sotto
la pioggia.
Domande che il tergicristallo allontana
perché io possa vedere la via che
mi conduce sotto al tuo portone.
Percorso che conosco ancora e ricordo
metro per metro,ricordo per ricordo,
in loro la mia incertezza, i miei perché.
Non scenderò… oppure lo farò,
tu, dietro il vetro su cui la pioggia
disegna incerti percorsi che si perdono
in altri ugualmente incerti.
Aspetti che io alla tua porta suoni
o infili la chiave che nel fiume gettai
insieme al tuo addio, ai nostri giorni
improvvisamente inutili.
L’ultima domanda la pongo al mio cuore,
a lui chiedo se vale la pena salire
e ricominciare una storia finita.

Claudio Pompi

Del prode Cecco l’acerba vertù

 

(n.d.r.  Il brano, un vero e proprio saggio di virtuosismo poetico con citazioni e riferimenti anche d’attualità,  prende ispirazione/pretesto dal IV Capitolo de “L’Acerba”, opera principale di Cecco d’Ascoli -Francesco Stabili-, poeta ed intellettuale del ‘300 finito al rogo per le sue tesi eretiche)

 
Del IV la vertute (1) l’altro iorno
Colpimmi e a meco averla l’impio male
I’ vuolsi allontanarlo da l’intorno:
Tentai di spaventarlo col sonetto,
Lo metro che mi vien più naturale,
Ma invece la terzina viense a getto.
.
Da vero vertüoso e grande vate
A la beltate femmena i’ m’affida,
Ofrendole di rose e di patate:
Poi pria che ‘l pomo giù da’ tralci preso,
Pria che niun sangui e niun venga suicida,
Nobilitata l’alma, un cero è acceso!
.
Li celi donqua pien di leggerezza
Immo mirando ‘l ben che non si sface,
Ché la vertute è madre di saggezza:
Como l’Ulivo ch’à limpiezza soa,
E ‘l grido popolare non si tace
Ne l’Urbe nazionale mea e toa.
Convene allor che i trami sien diritti,
Sì che in padella zòmpin… pesci fritti!

(1) Leggendo il IV cap.lo di Acerba di Cecco d’Ascoli Stabili, Ancarano 1269/Firenze 1327 arso per eresia, poema in sesta rima incompiuto all’inizio del V cap.lo, notai che era ripetuta sette volte la parola “vertù/vertute/virtù”. Con povere ricerche scoprii che, nei secoli, anche alcuni fìlosofi avevano parlato di virtù e dintorni fra loro e fra gli altri: 1 Socrate, Atene, 470/399 a.C.; 2 Platone, Atene, 427/347 a.C.; 3 Aristotele, Stagira, 384/322 a.c.; 4 Zenone di Cizio (Cipro), 333/263 a.c. ideatore dello Stoicismo nel 300 ad Atene; 5 Machiavelli Niccolò, Firenze, 1469/1527; 6 Bruno Giordano, Nola 1548, arso al rogo in Roma 1600; 7 Galilei Galileo, Pisa, 1564/1642; 8 Campanella Tommaso, Stilo RC, 1568/1639; 9 Hobbes Thomas, Malmesbury, 1588/1679; l0 Cartesio/René Descartes, La Haye Touraine, 1596/1650; 11 Vico Giambattista, Na­poli, 1668/1744; 12 Shaftesbury Anthony Ashley Cooper, Londra 1671/1713; 13 Montesquieu Charles-Louis de Secondat di La Brède, Bordeaux, 1689/1755; 14 Hutcheson Francis, Drumalig, 1694/1746; 15 Hume David, Edimburg 1711/76; 16 Smith Adam, Kirkcaldy, 1723/90; 17 Kant Immanuel, Königsberg/Kaliningrad, 1724/1804; 18 Hegel Georg Wilhelm , Stoccarda, 1770/1831; 19 Feuerbach Ludwig, Landshut, Baviera, 1804/72; 20 Bauer Bruno, Eisenberg, Sassonia-­Altenburg, 1809/82; 21 Spaventa Bertrando, Bomba CH, 1817/83; 22 Marx Karl, Treviri, 1818/83 e 23 Engels Friederich, Barmen, Wuppertal, 1820/95: “i due del Manifesto del Partito Comunista (1848)”; 24 Labriola Antonio, Cassino, 1843/1904; 25 Husserl Edmund, Prossnitz, Moravia, 1859/1938; 26 Croce Benedetto, Pescassèroli AQ, 1866/1952; 27 Gentile Giovanni, Castelvetrano TP, 1875/1944; 28 Heidegger Martin, Messkirch, Baden-Wiirtemberg, 1889/1976; 29 Gramsci Antonio, Ales CA, 1891/1937.

Sandro Sermenghi

Roma

Roma è bugia tessuta da mani di Penelope
che nelle viuzze vestite
di sampietrini e orme reiterate di turisti
appena il giorno sorge, si scompone

Le albe li stringe nel grembo delle antiche statue
E monumenti, dal Colosseo che tiene le finestre
Sempre aperte, sino ai piccioni girovaganti
che il tempo hanno snobbato da tempo

Roma è nelle verità, celate nelle metrò assordanti
in cui passi storici annunciano le stazioni
sui pilastri sopravvissuti agli anni e secoli,
si regge come bella sposa in sella d’un cavallo

Roma ha fattezze di creta e marmo di Carrara
aristocratica, adornata di bronzo e oro
Roma è l’ottobre del mare, che l’anima
inquieta e lo riempie di verità e bugie.

Anileda Xeka

Orecchie a sventola

(ALLUVIONE NEL NOVEMBRE 1994)

E poi che Berta assai drasticamente
mi disse veh, faresti una poesia
su olfatto udito gusto tatto e vista,
io tosto presimi la libertà
di andar di ardito metro alla ricerca:
e via, mi dièi da far,
angoscia permettendo!
Pensai assai all’asso Dylan Thomas
ed ai suoi “cinque e contadini sensi”
mettendoli a confronto
coi sensi cittadini miei rampanti:
ma allor che incalzò l’atra fanghiglia
‘maro dovetti piangere
le morti di alluvioni presagibili.
Sulle acque tante orecchie grandi a sventola
viaggiarono nei tempi,
martelli con le incudini e gli antèlici,
ma mai fra bestie e vétrici
iron trainate al mare
fra i flutti gorgoglianti di quel Tànaro
inferocito: e il popolo atterrito!
Con gli oculari globi spalancati
per scempio gretto stupido ed inetto,
i dotti lagrimali asciutti e i nasi
impossibilitati ad odorare:
si volle oppur potette bestemmiare?
Non saccio, ma certo è
che magiche le scatole parlàron!
Narrar di verdi prati che sommersi
non già di limo ma di avvelenate
sostanze inquinanti e putrescenti:
e il tatto per la vita,
e il gusto delle dita?
Iattura, fur dispersi! Ma alle Furie
si opposer genti e agenti e … tornò il sole!
6 per 7 e fo la mia morale:
il TATTO? È utile a fiutar brònzee
pelli! L’OLFATTO? È buono a palpar
poesie scarlatte! La VISTA? È d’uopo
per udir madame intatte! L’UDITO?
È chiuso a non veder le frasi fatte!
E il GUSTO sguazza a inibir le malfatte!

Sandro Sermenghi