Come volevasi dimostrare

 
In vent’anni la fragile Italietta
s’è ridotta a coriandoli sospesa
dal mondo derisa e vilipesa
s’è affossata a tutta tavoletta.
.
Orge carnascialesche anche in diretta,
figuracce da dignità offesa,
promesse evase con fiducia lesa:
un cocktail nero da crisi perfetta.
.
Ma ora che il carnevale è finito
la quaresima incombe nera nera:
se lo spread cala a un punto più gradito
.
se la finanza si rialza e spera,
cala invece la mannaia sul mito
d’una manovra equa, illusione mera.

Umberto Marinello

La locomotiva

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,
con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,
quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,
ma nella fantasia ho l’immagine sua:
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli…

Conosco invece l’epoca dei fatti, qual’ era il suo mestiere:
i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere,
i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti
sembrava il treno anch’ esso un mito di progresso
lanciato sopra i continenti,
lanciato sopra i continenti,
lanciato sopra i continenti…

E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano
che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano:
ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,
sembrava avesse dentro un potere tremendo,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite..

Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali,
parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali”
e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via
la bomba proletaria e illuminava l’ aria
la fiaccola dell’ anarchia,
la fiaccola dell’ anarchia,
la fiaccola dell’ anarchia…

Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione,
un treno di lusso, lontana destinazione:
vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori,
pensava al magro giorno della sua gente attorno,
pensava un treno pieno di signori,
pensava un treno pieno di signori,
pensava un treno pieno di signori…

Non so che cosa accadde, perchè prese la decisione,
forse una rabbia antica, generazioni senza nome
che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore:
dimenticò pietà, scordò la sua bontà,
la bomba sua la macchina a vapore,
la bomba sua la macchina a vapore,
la bomba sua la macchina a vapore…

E sul binario stava la locomotiva,
la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva,
sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno
mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio,
con forza cieca di baleno,
con forza cieca di baleno,
con forza cieca di baleno…

E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo
pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto.
Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura
e prima di pensare a quel che stava a fare,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura…

Correva l’ altro treno ignaro e quasi senza fretta,
nessuno immaginava di andare verso la vendetta,
ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno:
“notizia di emergenza, agite con urgenza,
un pazzo si è lanciato contro al treno,
un pazzo si è lanciato contro al treno,
un pazzo si è lanciato contro al treno…”

Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva
e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva
e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria:
“Fratello, non temere, che corro al mio dovere!
Trionfi la giustizia proletaria!
Trionfi la giustizia proletaria!
Trionfi la giustizia proletaria!”

E intanto corre corre corre sempre più forte
e corre corre corre corre verso la morte
e niente ormai può trattenere l’ immensa forza distruttrice,
aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto
della grande consolatrice,
della grande consolatrice,
della grande consolatrice…

La storia ci racconta come finì la corsa
la macchina deviata lungo una linea morta…
con l’ ultimo suo grido d’ animale la macchina eruttò lapilli e lava,
esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo:
lo raccolsero che ancora respirava,
lo raccolsero che ancora respirava,
lo raccolsero che ancora respirava…

Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore
mentre fa correr via la macchina a vapore
e che ci giunga un giorno ancora la notizia
di una locomotiva, come una cosa viva,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia!

FRANCESCO GUCCINI

Piccola città

Piccola città, bastardo posto,
appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via;
piccola città io ti conosco,
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano…

Piccola città, io poi rividi
le tue pietre sconosciute, le tue case diroccate da guerra antica;
mia nemica strana sei lontana
coi peccati fra macerie e fra giochi consumati dentro al Florida:
cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria;
io, la montagna nel cuore, scoprivo l’ odore del dopoguerra…

Piccola città, vetrate viola,
primi giorni della scuola, la parola ha il mesto odore di religione;
vecchie suore nere che con fede
in quelle sere avete dato a noi il senso di peccato e di espiazione:
gli occhi guardavano voi, ma sognavan gli eroi, le armi e la bilia,
correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West…

Sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza,
continenza, vuoto mito americano di terza mano,
pubertà infelice, spesso urlata a mezza voce,
a toni acuti, casti affetti denigrati, cercati invano;
se penso a un giorno o a un momento ritrovo soltanto malinconia
e tutto un incubo scuro, un periodo di buio gettato via…

Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?

Piccola città, vecchi cortili,
sogni e dei primaverili, rime e fedi giovanili, bimbe ora vecchie;
piango e non rimpiango, la tua polvere, il tuo fango, le tue vite,
le tue pietre, l’oro e il marmo, le catapecchie:
così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso, sempre diverso,
cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finchè non finirà…

FRANCESCO GUCCINI

 

L’uomo di resina

L’uomo che annusava il legno
in questa vita
piantava tavole sul mare
nel millantato mito
separava le onde
sommergeva i boschi e i pensieri derideva
profumava dalla pelle di schiuma del suo sangue
l’uomo che sapeva di resine
lacrime e pensieri.

Enrico Tartagni

Published in: on maggio 20, 2011 at 07:17  Comments (5)  
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E’ delirio

 
Mi sono appena alzato
è ancora presto
ho pitturato con acqua fresca
il mio corpo acceso
Stanotte nel mio sognare
ti ho disossata
con estrema premura
conducendoti nel tuo universo
Sei una protesi perfetta
ho condotto le tue vene
a prosciugare nelle mie
e adesso non posso
andarmene così
devo rimanere per spiegare
lo sviscerare dell’addio
Mi trovo appoggiato
alla ringhiera
sopra l’acqua dell’oblio
non è torbida, ci sono dentro
nubi, foglie, voli che passano
senza fare rumore
E tu cominci a sparire
nella notte
in solitudine
Guardarci e non vederci
nell’aria ci sono i fili della tua voce
come brandello di te
là dove stai per sparire
No non puoi farlo
sirena avvolta nel mito
non tacere tu che vivi in me
con la voce.

Marcello Plavier

Pioggia

LLUVIA

La lluvia tiene un vago secreto de ternura,

algo de soñolencia resignada y amable,

una música humilde se despierta con ella

que hace vibrar el alma dormida del paisaje.

Es un besar azul que recibe la Tierra,

el mito primitivo que vuelve a realizarse.

El contacto ya frío de cielo y tierra viejos

con una mansedumbre de atardecer constante.

Es la aurora del fruto. La que nos trae las flores

y nos unge de espíritu santo de los mares.

La que derrama vida sobre las sementeras

y en el alma tristeza de lo que no se sabe.

La nostalgia terrible de una vida perdida,

el fatal sentimiento de haber nacido tarde,

o la ilusión inquieta de un mañana imposible

con la inquietud cercana del color de la carne.

El amor se despierta en el gris de su ritmo,

nuestro cielo interior tiene un triunfo de sangre,

pero nuestro optimismo se convierte en tristeza

al contemplar las gotas muertas en los cristales.

Y son las gotas: ojos de infinito que miran

al infinito blanco que les sirvió de madre.

Cada gota de lluvia tiembla en el cristal turbio

y le dejan divinas heridas de diamante.

Son poetas del agua que han visto y que meditan

lo que la muchedumbre de los ríos no sabe.

¡Oh lluvia silenciosa, sin tormentas ni vientos,

lluvia mansa y serena de esquila y luz suave,

lluvia buena y pacifica que eres la verdadera,

la que llorosa y triste sobre las cosas caes!

¡Oh lluvia franciscana que llevas a tus gotas

almas de fuentes claras y humildes manantiales!

Cuando sobre los campos desciendes lentamente

las rosas de mi pecho con tus sonidos abres.

El canto primitivo que dices al silencio

y la historia sonora que cuentas al ramaje

los comenta llorando mi corazón desierto

en un negro y profundo pentágrama sin clave.

Mi alma tiene tristeza de la lluvia serena,

tristeza resignada de cosa irrealizable,

tengo en el horizonte un lucero encendido

y el corazón me impide que corra a contemplarte.

¡Oh lluvia silenciosa que los árboles aman

y eres sobre el piano dulzura emocionante;

das al alma las mismas nieblas y resonancias

que pones en el alma dormida del paisaje!

§

La pioggia ha un vago segreto di tenerezza

una sonnolenza rassegnata e amabile,

una musica umile si sveglia con lei

e fa vibrare l’anima addormentata del paesaggio.

È un bacio azzurro che riceve la Terra,

il mito primitivo che si rinnova.

Il freddo contatto di cielo e terra vecchi

con una pace da lunghe sere.

È l’aurora del frutto. Quella che ci porta i fiori

e ci unge con lo spirito santo dei mari.

Quella che sparge la vita sui seminati

e nell’anima tristezza di ciò che non sappiamo.

La nostalgia terribile di una vita perduta,

il fatale sentimento di esser nati tardi,

o l’illusione inquieta di un domani impossibile

con l’inquietudine vicina del color della carne.

L’amore si sveglia nel grigio del suo ritmo,

il nostro cielo interiore ha un trionfo di sangue,

ma il nostro ottimismo si muta in tristezza

nel contemplare le gocce morte sui vetri.

E son le gocce: occhi d’infinito che guardano

il bianco infinito che le generò.

Ogni goccia di pioggia trema sul vetro sporco

e vi lascia divine ferite di diamante.

Sono poeti dell’acqua che hanno visto e meditano

ciò che la folla dei fiumi ignora.

O pioggia silenziosa; senza burrasca, senza vento,

pioggia tranquilla e serena di campani e di dolce luce,

pioggia buona e pacifica, vera pioggia,

quando amorosa e triste cadi sopra le cose!

O pioggia francescana che porti in ogni goccia

anime di fonti chiare e di umili sorgenti!

Quando scendi sui campi lentamente

le rose del mio petto apri con i tuoi suoni.

Il canto primitivo che dici al silenzio

e la storia sonora che racconti ai rami

il mio cuore deserto li commenta

in un nero e profondo pentagramma senza chiave.

La mia anima ha la tristezza della pioggia serena,

tristezza rassegnata di cosa irrealizzabile,

ho all’orizzonte una stella accesa

e il cuore mi impedisce di contemplarla.

O pioggia silenziosa che gli alberi amano

e sei al piano dolcezza emozionante:

dà all’anima le stesse nebbie e risonanze

che lasci nell’anima addormentata del paesaggio!

FEDERICO GARCIA LORCA

Born in the U.S.A.

Born down in a dead man’s town
The first kick I took was when I hit the ground
You end up like a dog that’s been beat too much
Till you spend half your life just covering up

Born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.

Got in a little hometown jam
So they put a rifle in my hand
Sent me off to a foreign land
To go and kill the yellow man

Come back home to the refinery
Hiring man said “Son if it was up to me”
Went down to see my V.A. man
He said “Son, don’t you understand”

I had a brother at Khe Sahn
Fighting off the Viet Cong
They’re still there, he’s all gone
He had a woman he loved in Saigon
I got a picture of him in her arms now

Down in the shadow of the penitentiary
Out by the gas fires of the refinery
I’m ten years burning down the road
Nowhere to run ain’t got nowhere to go

Born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
I’m a long gone Daddy in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
I’m a cool rocking Daddy in the U.S.A.

§

Nato in una cittadina morta
Il primo calcio l’ho preso quando caddì per terra
Finisci come un cane troppo bastonato
Fino a che passi metà della tua vita cercando di nasconderti

Nato negli USA
Sono nato negli USA
Sono nato negli USA
Nato negli USA

Ho avuto dei guai nella mia cittadina, cosi mi hanno messo un fucile nelle mie mani
E mi hanno mandato in un paese straniero per andare ad uccidere l’uomo giallo

Nato negli USA
Sono nato negli USA
Sono nato negli USA
Sono nato negli USA
Nato negli USA

Tornato a casa alla raffineria
Il uomo che assume mi dice “ragazzo se fosse per me”
Sono andato a trovare l’impiegato dell’ufficio veterani
Lui mi ha detto “ragazzo non capisci adesso”

Ho avuto un fratello a Khe Sahn combattendo i Viet Cong
Loro sono ancora lì, e lui non c’è più
Aveva una donna che lui amava a Saigon
Ho una sua foto fra le sue braccia adesso

Giù nelle ombre del penitenziario
Fuori dai fuochi dei gas della raffineria
Sono dieci anni bruciando sulla strada
Senza posti dove correre e senza posti dove andare

Nato negli USA
Sono nato degli USA
Nato negli USA
Sono un uomo irrecuperabile negli USA
Nato negli USA
Nato negli USA
Nato negli USA
Sono un mito negli USA

BRUCE SPRINGSTEEN

Caro destino


Caro destino,
se succede di scrivere a qualcuno
che non conosco se non é di fama,
questa scrittura piega e si colora
al garbo che in questi casi impera.

Ti chiederò dove ti trovi ora,
se il tuo viso é corrucciato o no,
quale sorriso accendi la mattina
e quanto vale un tuo cenno su di me.

Per non rischiare troppa confidenza
dovrei smettere di darti questo tu
ma gli anni che hai contaminato
sono già tanti e quindi rischio un po’.

Sarò gentile ma nel frattempo, tu,
non t’intromettere domani e dopo
nei sogni che vorrò fare ancora
nei quali amore cerco e amore do.

Ti prego, tu che non sai chi sei,
non disturbarmi in quelle belle notti
che mi vedranno da aspirante eroe
vestire l’aria di leggenda e mito.

Non presentarti da avversa dama
tra le pedine che allora muoverò.
Lascia vuota una casella bianca
dove assestare l’agognata sfida.

Quasi tuo,
Aurelio

Aurelio Zucchi