Noi che abbiamo il coraggio

Noi che abbiamo il coraggio
di bruciare la nostra terra
e i nostri alberi,
di oscurare il cielo,
di sporcare le nostre strade
e i nostri prati,
di inquinare i nostri fiumi
e i nostri mari,

noi che abbiamo il coraggio
di ammazzare i nostri fratelli,
in guerra e in pace,
quella pace che non c’è mai stata,

noi che abbiamo il coraggio
di ingannare i bambini
di tutto il mondo,
rubando loro l’innocenza,

noi che ci illudiamo,
che siamo alla moda,
che ci trasformiamo,
non abbiamo ancora avuto

il coraggio di vergognarci!

Gavino Puggioni

Estate

Bambino
il pomeriggio d’estate
s’andava a riposare
solo il tempo
per uno sguardo
al campo dietro casa
e mi faceva paura
e mai avrei voluto
trovarmi lì
nel calore soffocante
in cui pareva
nessuno potesse esistere.
Dietro i vetri
il ronzio delle cicale
mi trascinava fuori
col pensiero,
dove tutte loro
in una moltitudine informe
cantavano per sé
cercando di spiccare
sulle altre,
senza sapere che
sarebbe arrivato l’inverno
a cancellare i loro
inutili sforzi.

Gian Luca Sechi

Chattare e…fantasticare

La fantasia è di rigore
in questo gioco curioso;
una moltitudine di anime
lo rende gioioso.

I nomi son bizzarri,
a volte un po’ matti,
è un circolo aperto
dai magici effetti.

Appaiono,
e scompaiono
le figure d’estranei,
ma ti senti attratto
da alcune…
le senti vicine.

Sei calamitato
dal video,
e da questi soggetti,
che, certo, di molti
non vedrai mai il volto

Rimarrà solo il ricordo…
del magnetismo,
nato dalla realtà…
dell’astrattismo

Ciro Germano

L’amore

Siamo soli
qui
in questa moltitudine
in cerchio
a inseguire chi
ci sta davanti
senza raggiungerlo mai
sogniamo sempre
qualcosa e
quando la prendiamo
cambiamo noi
o il sogno.

Gian Luca Sechi

Published in: on gennaio 22, 2011 at 07:46  Comments (2)  
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Cantavano le donne

EXPOSICION   (Pange lingua gloriosi corporis misterium)

Cantaban las mujeres por el muro clavado
cuando te vi, Dios fuerte, vivo en el Sacramento,
palpitante y desnudo, como un niño que corre
perseguido por siete novillos capitales.

Vivo estabas, Dios mío, dentro del ostensorio.
Punzado por tu Padre con aguja de lumbre.
Latiendo como el pobre corazón de la rana
que los médicos ponen en el frasco de vidrio.

Piedra de soledad donde la hierba gime
y donde el agua oscura pierde sus tres acentos,
elevan tu columna de nardo bajo nieve
sobre el mundo de ruedas y falos que circula.

Yo miraba tu forma deliciosa flotando
en la llaga de aceites y paño de agonía,
y entornaba mis ojos para dar en el dulce
tiro al blanco de insomnio sin un pájaro negro.

Es así, Dios anclado, como quiero tenerte.
Panderito de harina para el recién nacido.
Brisa y materia juntas en expresión exacta,
por amor de la carne que no sabe tu nombre.

Es así, forma breve de rumor inefable,
Dios en mantillas, Cristo diminuto y eterno,
repetido mil veces, muerto, crucificado
por la impura palabra del hombre sudoroso.

Cantaban las mujeres en la arena sin norte,
cuando te vi presente sobre tu Sacramento.
Quinientos serafines de resplandor y tinta
en la cúpula neutra gustaban tu racimo.

¡Oh Forma sacratísima, vértice de las flores,
donde todos los ángulos toman sus luces fijas,
donde número y boca construyen un presente
cuerpo de luz humana con músculos de harina!

¡Oh Forma limitada para expresar concreta
muchedumbre de luces y clamor escuchado!
¡Oh nieve circundada por témpanos de música!
¡Oh llama crepitante sobre todas las venas!

§

Cantavano le donne lungo il muro inchiodato
quando ti vidi, Dio forte, vivo nel Sacramento,
palpitante e nudo come un bambino che corre
inseguito da sette torelli capitali.

Vivo eri, Dio mio, nell’ostensorio
trafitto da tuo Padre con ago di fuoco,
palpitando come il povero cuore della rana
che i medici mettono nel fiasco di vino.

Pietra di solitudine dove l’erba geme
e dove l’acqua scura perde i suoi tre accenti,
alzano la tua colonna di nardo sotto la neve
sopra il mondo che gira di ruote e di falli

Io guardavo la tua forma deliziosa fluttuante
nella piaga d’oli, nel panno d’agonia,
e socchiudevo gli occhi per centrare il dolce
tiro a segno d’insonnia senza un uccello nero

E’ così, Dio accorato che voglio averti,
tamburello di farina per il neonato
brezza e materia unite in espressione esatta,
per amore della carne che non sa il tuo nome.

E’ così, forma breve d’ineffabile rumore,
Dio in fasce, Cristo minuscolo ed eterno,
mille volte ripetuto, morto, crocifisso
dall’impura parola dell’uomo che suda.

Cantavano le donne nell’arena senza guida,
quando ti vidi presente sopra il tuo Sacramento
Cinquecento serafini di splendore e colore
nella cupola neutra gustavano il mio grappolo

O Forma consacrata, vertice dei fiori,
dove tutti gli angoli prendono luci fisse
dove numero e bocca costruiscono un presente
corpo di luce umana con muscoli di farina!

O Forma limitata per esprimere concreta
moltitudine di luci e clamore ascoltato
O neve circondata da timpani di musica!
O fiamma crepitante sopra tutte le vene!

FEDERICO GARCIA LORCA

(da Oda al Santisimo Sacramento del Altar – Traduzione di Marcello Plavier)

Questa è l’età

dove l’amore muto
parla forte
ma nessuno lo sente
si affaccia indeciso
guarda a cospetto della soglia
la moltitudine che avanza
e si condanna escluso,
gli basta
un alito di ardire
per sognare
fino a stelle cadenti
nelle notti di agosto
fino all’alba
quando le stelle muoiono
e pensieri
precipitano aguzzi sulla carne
di sogni agonizzanti…

Giuseppe Stracuzzi

Published in: on ottobre 2, 2010 at 07:15  Comments (3)  
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Il sistema


Bussai
alla porta
della giustizia
e mi fu detto:
“Non sei abbastanza grande
per passare”,
m’accostai alla porta
della verità,
vi era un cartello:
“Di questo ingresso
se n’è abbandonato l’uso”,
proseguii e scorsi
una gran moltitudine
in coda
e tutti
non facevano che parlare
della meravigliosa possibilità
alla fine della strada,
ma ero troppo vecchio
e stanco
per poter affrontare
tutte le scale
verso quell’ingresso lontano
con sopra scritto:
“Speranza”.

Gian Luca Sechi

Published in: on maggio 5, 2010 at 07:08  Comments (4)  
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