Fontana di Roma

RÖMISCHE FONTÄNE

Zwei Becken, eins das andre übersteigend
aus einem alten runden Marmorrand,
und aus dem oberen Wasser leis sich neigend
zum Wasser, welches unten wartend stand,

dem leise redenden entgegenschweigend
und heimlich, gleichsam in der hohlen Hand,
ihm Himmel hinter Grün und Dunkel zeigend
wie einen unbekannten Gegenstand;

sich selber ruhig in der schönen Schale
verbreitend ohne Heimweh, Kreis aus Kreis,
nur manchmal träumerisch und tropfenweis

sich niederlassend an den Moosbehängen
zum letzten Spiegel, der sein Becken leis
von unten lächeln macht mit Übergängen.

§

Due coppe; e l’una che sovrasta l’altra
erette entrambe sulla rotonda vasca
di pietra antica. Defluisce l’acqua
pacatamente, dal superbo labbro,
sull’acqua che di sotto attende e posa.
E questa tace, mentre l’altra parla
un chioccolio sommesso e guarda il cielo
che con dischiusa mano in gran mistero
quella le svela di tra il verde e il buio,
come un’occulta sconosciuta cosa.
Entro la coppa, placida si espande,
cerchio da cerchio senza nostalgia.
Solo a volte trasogna; e s’abbandona
lungo i penduli muschi, a goccia a goccia
sino all’infimo specchio che tranquillo
svaria d’ombre e di luci e risorride

RAINER MARIA RILKE

Pasqua di Resurrezione

PASCUA DE RESURRECCIÓN

Mirad: el arco de la vida traza
el iris sobre el campo que verdea.
Buscad vuestros amores, doncellitas,
donde brota la fuente de la piedra.
En donde el agua ríe y sueña y pasa,
allí el romance del amor se cuenta.
¿No han de mirar un día, en vuestros brazos,
atónitos, el sol de primavera,
ojos que vienen a la luz cerrados,
y que al partirse de la vida ciegan?
¿No beberán un día en vuestros senos
los que mañana labrarán la tierra?
¡Oh, celebrad este domingo claro,
madrecitas en flor, vuestras entrañas nuevas!.
Gozad esta sonrisa de vuestra ruda madre.
Ya sus hermosos nidos habitan las cigüeñas,
y escriben en las torres sus blancos garabatos.
Como esmeraldas lucen los musgos de las peñas.
Entre los robles muerden
los negros toros la menuda hierba,
y el pastor que apacienta los merinos
su pardo sayo en la montaña deja.

§

Guardate:  l’arco della vita traccia

l’iride sul campo che inverdisce.

Cercate i vostri amori, donzelle,

dove germoglia la fonte della pietra.

Dove l’acqua ride e sogna e passa,

lì il romanzo d’amore si racconta.

Non devono guardare un giorno, nelle vostre braccia,

attonite, il sole di primavera,

occhi che vengono chiusi alla luce della vita,

e se ne partono ciechi ?

Non berranno un giorno nei vostri seni

quelli che domani coltiveranno la terra?

Oh, celebrate questa domenica chiara,

mamme in fiore, le vostre viscere nuove!.

Godete questo sorriso di vostra dura madre.

Già i loro bei nidi abitano le cicogne,

e scrivono nelle torri i loro bianchi scarabocchi.

Come smeraldi brillano i muschi delle rocce.

Tra i roveri mordono i neri tori la minuta erba,

ed il pastore che pascola i merini

lascia la sua bruna casacca alla montagna

 

ANTONIO MACHADO Y RUIZ

Di ballerina

 
sono i passi oggi
su palquet rosso di sera
e mosse morbide
di guanti di lino
come il cuore che
batte valzer
all’imbrunire
e le punte
sollevate
a smangiucchiare
bucce di mandarino
o forse croco.
Il capo chino a lato
sparge ricci
di lana vergine
sul prato
d’erba rasata
e profuma di
muschi e chicchi
sgranocchiati
dal merlo
al mattino…

Tinti Baldini

La carezza del vento

Ho provato
tante volte
ad ascoltare
il chiacchierio confuso
dei platani
nelle giornate di vento.
Il fruscio delle foglie appare
come un’onda impetuosa
che sbriciola preghiere confuse.
Quello dei platani,
invece,
è un mormorio dolcissimo
che invita
al riposo e all’oblio.
L’urlo delle querce
sembra l’imprecare possente
dei condannati
che scuotono con violenza
ceppi e catene.
Solo i pini
lasciano filtrare con dolcezza
il vento tra i rami,
coperti di muschi e licheni.
Loro mi regalano frazioni di silenzio
ed invitano alla pace interiore.
Per questo io li amo
con tutta l’intensità del mio cuore.

Salvatore Armando Santoro

Questo è

sul margine d’inverno
alle pendici del ritorno
investe il suo contrarsi nelle brine
l’ultimo rosso d’acero
d’un soffio
ho voce screpolata se mi fermo
_________brucio di fiori in gola

nei titoli di coda
passano le ricette del dottore
dice che mai si muore di nottate
solo giornate intere
minano gravemente la salute.
è così che trascorro nei fossati
i muschi sensi
la dignità di stare
semplicemente _________ foglia

Cristina Bove

L’attimo fuggente

“Le front comme un drapeau perdu”

Ancora qui. Lo riconosco. In orbite
di coazione. Gli altri nell’incorposa
increante libertà. Dal monte
che con troppo alte selve m’affronta
tento vedere e vedermi,
mentre allegria irrita di lumi
san Silvestro, sparge laggiù la notte
di ghiotti muschi, di ghiotte correntie.
E. E, puro vento, sola neve, ch’io toccherò tra poco.
Ditemi che ci siete, tendetevi a sorreggermi.
In voi fui, sono, mi avete atteso,
non mai dubbio v’ha offesi.
Sarai, anima e neve,
tu: colei che non sa
oltre l’immacolato tacere.
Ravvia la mia dispersa fronte. Sollevami. E.
E’ questo il sospiro che discrimina
che culmina, “l’attimo fuggente”.
E’ questo il crisma nel cui odore io dico:
sì, mi hai raccolto
su da me stesso e con te entro
nella fonte dell’anno.

ANDREA ZANZOTTO    (1921-2011)

Ti dono un bouquet di fiori selvatici

Ti dono un bouquet di fiori selvatici
offrono gratis nei prati i loro colori
bianchi e rosa così leggeri sul verde
l’achillea dai piccoli fiori uniti
e il bianco cerfoglio ad ombrello
un delicato profumo piccante e dolce
qualche fogliolina, non troppa, dà gusto
all’insalata e la fa calmante e tonica.
Ti offro questo giorno di calma
il blu di cielo dove la poiana
tende le ali maestose alta
vola in cerchi e lancia
acuto il suo grido libero.
Il verde ombroso dei castagni
e le acque trasparenti fra i muschi.
Ti offro fiori di luna
colti sul ciglio della sera
steli bianchi e legnosi lisci
che paion levigati dal mare
in cima le medaglie opalescenti
dai riflessi madreperla del sogno.
Il sole già scende verso il bordo
della collina e saluta il mondo
fa d’oro la peluria ai calanchi
e il casolare oltre il bosco sulla costa
di pietra serena d’identico colore
ci mostra una faccia radiosa
e con l’altra già prende sonno.
E poi il buio che allaga di stelle
la frescura che scende e l’odore
caldo della terra e i grilli
la nenia ritmata e armonica che culla
punteggia lo spazio della notte
dilata la percezione interiore.
Spegni il motore e ascolta
tienile strette tutte queste cose
con le altre che scoprirai
non scordartene e falle vivere
sempre

azzurrabianca

Fluitare

Sono di terra
e mi faccio ferita
così mi curerai con le tue mani di fiume
con i verbi del corpo declinati al
singolare apparente
scorrere tra rapide e muschi

m’incaglierò sui tuoi traslati
berrò dagli interstizi dei tuoi occhi
colore di ricordi

e poi vedrai
farsi declivio il seguitare
di calce viva e il rosso
del mio accendino infisso nel midollo
smuovere gli anni grigi del cemento
rinascere dal grumo di titanio
la morbidezza di un  respiro
ancora

Cristina Bove

Sipario d’inverno

Spengo gli ultimi fuochi sui crocicchi
copro il mio piatto a tavola
e la sedia
servirà bene a un’altra compagnia.
Vi lascio il vino e il pane
una tovaglia a fiori e una caraffa
d’inutili parole
e vado via.
 

Sui fili tremebondi alte le voci
innescano gerundi a passatempo
nuvolaglia che incombe sulle case
dove regnava il sole

tresca di mandarine e mestoloni
le limacce che guadano tra i muschi
e grida ovunque
nel grande schiamazzare degli svassi

io mi dileguo
sono come quegli albatri feriti
dagli stili di ghiaccio
che senza nido vanno ad ali stanche
in cerca di uno spiazzo per dormire
finalmente dormire

Cristina Bove

Published in: on gennaio 14, 2010 at 07:36  Comments (11)  
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