La nostra nuova casa

Ti vedo un po’ esitante
racchiusa nella tua dignità
in compagnia dei tuoi dolori
pettinare i tuoi capelli bianchi
al sole del giorno che verrà
Mi vedo starti accanto
raccogliendo tutto quel che posso
dall’albero del tuo amore
da dove cadono frutti maturi e preziosi
sempre di più, sì,
perchè possono essere gli ultimi
Ti vedo sorridermi con gli occhi
sempre vivi e dolcissimi
mentre mi abbracci con slancio
un pò più tenue di oggi forse
perchè gli anni ti indeboliscono
Mi vedo stringerti anch’io, con forza,
quella che mi rimane
e quella più grande
perchè fa a meno dei muscoli
e viene direttamente dal cuore
Vedo noi che insieme scendiamo le scale
tenendoci per mano
ancora come sempre
ma stavolta anche per non cadere
Il mondo ci passerà davanti
come la vita che, troppo veloce ora,
ci fuggirà tra le dita tremanti
Un mondo diverso, ormai estraneo
nei suoi cambiamenti,
ma noi saremo là
e fra mille tentennamenti
proseguiremo il cammino,
l’ultimo tratto di strada
fino a che uno di noi
sarà costretto ad andare avanti,
preparando tutto in una nuova casa
sperando di ritrovarci ancora
per non lasciarci mai più!

Sandro Orlandi

Una fiumana in piena

 
col corpo di marea allaga i campi
dell’officina dove s’é introdotta
relegando lo spirito di fiori,
eletta locandiera offre albergo
al sol che passa sotto gli spiragli
e conduce un granello di sabbia
nel guscio di conchiglia di mare
per tradurlo in perla preziosa,
ma presa dal cappio raccoglie
coi muscoli i fiori,
e chiude la porta
del supermercato alimentare
a chi non ha i soldi
per pagare il biglietto,
e sull’attesa scarnificata  
pianta il gonfalone.
Raggiunge la vecchiezza si dipana
da questo assito tumefatto e spoglio
rischiarato da lembo di tramonto
oltre lo sbarramento
e accampa segni
di potere occupare un privilegio
amalgamando suppliche e pretese.

Giuseppe Stracuzzi

Ho sudato camicie

 
per mantenere il tuo amore
sollevato montagne
e lanciato catapulte
spillato otri e consumato stivali
mangiato cipolla e cenere
per darti pace d’amore
cucito brandelli e ricucito
stracci diventati
scialle di porpora
cavalcato e scavalcato
pianto a risata garganella
di vetri sulle rive
per vederti sorriso.
.
Secoli di fatica e ora
dove spando  muscoli d’amore?

Tinti Baldini

La locomotiva

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,
con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,
quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,
ma nella fantasia ho l’immagine sua:
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli…

Conosco invece l’epoca dei fatti, qual’ era il suo mestiere:
i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere,
i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti
sembrava il treno anch’ esso un mito di progresso
lanciato sopra i continenti,
lanciato sopra i continenti,
lanciato sopra i continenti…

E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano
che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano:
ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,
sembrava avesse dentro un potere tremendo,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite..

Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali,
parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali”
e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via
la bomba proletaria e illuminava l’ aria
la fiaccola dell’ anarchia,
la fiaccola dell’ anarchia,
la fiaccola dell’ anarchia…

Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione,
un treno di lusso, lontana destinazione:
vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori,
pensava al magro giorno della sua gente attorno,
pensava un treno pieno di signori,
pensava un treno pieno di signori,
pensava un treno pieno di signori…

Non so che cosa accadde, perchè prese la decisione,
forse una rabbia antica, generazioni senza nome
che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore:
dimenticò pietà, scordò la sua bontà,
la bomba sua la macchina a vapore,
la bomba sua la macchina a vapore,
la bomba sua la macchina a vapore…

E sul binario stava la locomotiva,
la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva,
sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno
mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio,
con forza cieca di baleno,
con forza cieca di baleno,
con forza cieca di baleno…

E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo
pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto.
Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura
e prima di pensare a quel che stava a fare,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura…

Correva l’ altro treno ignaro e quasi senza fretta,
nessuno immaginava di andare verso la vendetta,
ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno:
“notizia di emergenza, agite con urgenza,
un pazzo si è lanciato contro al treno,
un pazzo si è lanciato contro al treno,
un pazzo si è lanciato contro al treno…”

Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva
e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva
e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria:
“Fratello, non temere, che corro al mio dovere!
Trionfi la giustizia proletaria!
Trionfi la giustizia proletaria!
Trionfi la giustizia proletaria!”

E intanto corre corre corre sempre più forte
e corre corre corre corre verso la morte
e niente ormai può trattenere l’ immensa forza distruttrice,
aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto
della grande consolatrice,
della grande consolatrice,
della grande consolatrice…

La storia ci racconta come finì la corsa
la macchina deviata lungo una linea morta…
con l’ ultimo suo grido d’ animale la macchina eruttò lapilli e lava,
esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo:
lo raccolsero che ancora respirava,
lo raccolsero che ancora respirava,
lo raccolsero che ancora respirava…

Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore
mentre fa correr via la macchina a vapore
e che ci giunga un giorno ancora la notizia
di una locomotiva, come una cosa viva,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia!

FRANCESCO GUCCINI

Cellule


Invisibili cellule
Composte come eserciti
In lotta, allo sbando
Tra simili in guerra
Componenti dello stesso corpo
Senza guida, ammassi informi
Di muscoli inoperosi
Di organi non più vivi
Di menti non più pensanti
Che formano arti inermi
Sorrisi spenti
Sguardi nel vuoto
Il nulla per il domani
Solo buio
Solo materia
Chiusa in una scatola
Fatta di cellule spugnose
E forti create per sorreggere
Le lunghe fibre alimentate a sangue
Per poco ancora poi
solo un ammasso di cellule morte

Gianna Faraon

Sì, sì, così, l’aurora sul mare

Sì, sì, così, l’aurora sul mare
3 ombre corrosive contro
l’ALBA
i venti via via lavorando impastando il mare cosi muscoli e
sangue per l’Aurora
EST luce gialla sghimbescia
Poi
un verde diaccio
slittante

POI
lO NORD un rosso strafottente
rumore duro vitreo
Poi un grigio stupefatto
Le nuvole rosee sono delizie lontane
fanfare di carminio scoppi di scarlatto
fievole no grigio tamtam di azzurro
No Si
NO
Si si si siSi
SI
giallo reboante
Meraviglia dei grigi
Tutte le perle dicono si
Ragionamenti persuasivi verdazzurri delle rade
adescanti ..

Lastroni lisci violacei del mare tremano di entu-
siasmo
Un raggio rimbalza di roccia in roccia
La meraviglia si mette a ridere nelle vene del mare
Rischio di una nuvola blu a perpendicolo sul
mio capo
Tutti i prismatismi aguzzi delle onde impazziscono
Calamitazioni di rossi
no
no
no

SI
si
si
altalena soffice
dei chiaroscuri
Puramente
Riposo allargo
penombra insoddisfatta
Una vela accesa
scollina all’orizzonte che trema

ROMBO D’ORO
risucchio di tre ombre in quella rada mangiata dal Sole
bocca denti sanguigni bave lunghe d’oro che beve il mare
e addenta rocce

Si semplicemente
si
elasticamente
pacatamente
cosi
ancora
ANCORA
ANCORA
MEGLIO COSI’

FILIPPO TOMMASO MARINETTI

Cantavano le donne

EXPOSICION   (Pange lingua gloriosi corporis misterium)

Cantaban las mujeres por el muro clavado
cuando te vi, Dios fuerte, vivo en el Sacramento,
palpitante y desnudo, como un niño que corre
perseguido por siete novillos capitales.

Vivo estabas, Dios mío, dentro del ostensorio.
Punzado por tu Padre con aguja de lumbre.
Latiendo como el pobre corazón de la rana
que los médicos ponen en el frasco de vidrio.

Piedra de soledad donde la hierba gime
y donde el agua oscura pierde sus tres acentos,
elevan tu columna de nardo bajo nieve
sobre el mundo de ruedas y falos que circula.

Yo miraba tu forma deliciosa flotando
en la llaga de aceites y paño de agonía,
y entornaba mis ojos para dar en el dulce
tiro al blanco de insomnio sin un pájaro negro.

Es así, Dios anclado, como quiero tenerte.
Panderito de harina para el recién nacido.
Brisa y materia juntas en expresión exacta,
por amor de la carne que no sabe tu nombre.

Es así, forma breve de rumor inefable,
Dios en mantillas, Cristo diminuto y eterno,
repetido mil veces, muerto, crucificado
por la impura palabra del hombre sudoroso.

Cantaban las mujeres en la arena sin norte,
cuando te vi presente sobre tu Sacramento.
Quinientos serafines de resplandor y tinta
en la cúpula neutra gustaban tu racimo.

¡Oh Forma sacratísima, vértice de las flores,
donde todos los ángulos toman sus luces fijas,
donde número y boca construyen un presente
cuerpo de luz humana con músculos de harina!

¡Oh Forma limitada para expresar concreta
muchedumbre de luces y clamor escuchado!
¡Oh nieve circundada por témpanos de música!
¡Oh llama crepitante sobre todas las venas!

§

Cantavano le donne lungo il muro inchiodato
quando ti vidi, Dio forte, vivo nel Sacramento,
palpitante e nudo come un bambino che corre
inseguito da sette torelli capitali.

Vivo eri, Dio mio, nell’ostensorio
trafitto da tuo Padre con ago di fuoco,
palpitando come il povero cuore della rana
che i medici mettono nel fiasco di vino.

Pietra di solitudine dove l’erba geme
e dove l’acqua scura perde i suoi tre accenti,
alzano la tua colonna di nardo sotto la neve
sopra il mondo che gira di ruote e di falli

Io guardavo la tua forma deliziosa fluttuante
nella piaga d’oli, nel panno d’agonia,
e socchiudevo gli occhi per centrare il dolce
tiro a segno d’insonnia senza un uccello nero

E’ così, Dio accorato che voglio averti,
tamburello di farina per il neonato
brezza e materia unite in espressione esatta,
per amore della carne che non sa il tuo nome.

E’ così, forma breve d’ineffabile rumore,
Dio in fasce, Cristo minuscolo ed eterno,
mille volte ripetuto, morto, crocifisso
dall’impura parola dell’uomo che suda.

Cantavano le donne nell’arena senza guida,
quando ti vidi presente sopra il tuo Sacramento
Cinquecento serafini di splendore e colore
nella cupola neutra gustavano il mio grappolo

O Forma consacrata, vertice dei fiori,
dove tutti gli angoli prendono luci fisse
dove numero e bocca costruiscono un presente
corpo di luce umana con muscoli di farina!

O Forma limitata per esprimere concreta
moltitudine di luci e clamore ascoltato
O neve circondata da timpani di musica!
O fiamma crepitante sopra tutte le vene!

FEDERICO GARCIA LORCA

(da Oda al Santisimo Sacramento del Altar – Traduzione di Marcello Plavier)

L’Angelo della Morte

La cinica beffa al dolore
propala coi pianti ed i prieghi
uguaglianza per tutti gli umani,
dal chiuso silenzio dei chiostri
di templi, pagode, di stupa:
il Libero Arbitrio.

Amore, pietà, sacrificio,
nell’ombra furtiva dei templi
le nude pareti coperte
di oro e d’ argento
e gli idoli muti di bronzo,
le croci di pietra e di legno,
le immobili statue forgiate
a imagine d’uomo.

E ogni giorno col polso
vibrante d’ignoto tremore
a ipocrita mano protesa
di questa genìa parassita
di tutte le fedi
riversano l’obolo ingenuo
di loro viltà.

Ma piazze tonanti… Martellano i passi
nel freddo chiaror cristallino
indomito sguardo protendi.

Qualcuno al Coraggio e al Valore
di Uomini Buoni (qualcuno c’è ancora)
Tu lasci. Agli uomini buoni – gli Eroi –
supplenti stavolta a mancanza
del nostro potere di libera scelta…


Ma Tu devi operare!

Occhio immobiIe, vitreo,
nell’urlo che incalza fremente,
e tuona in delirio agghiacciante,
vittorioso tu passi Credente:
negli occhi la vivida Luce
nel mento serrato nei muscoli tesi
l’Immensa Potenza tu porti
Morte, Innocenti all’ eterno Splendore
d’ umanità che più non cammina.

La mèta, la mèta è vicina
travolto, domato, tagliato
dall’impeto è il filo di seta
sottile che vita sorregge
d’ogniuomo: straziato.

Ma ridi anelante, febbrile,
del riso, amante del bene
chiaro e forte, la terra scossa
– che vibra nell’aria-
distruzione e rovina
percossa dai démoni è rotta:
non abbocchi a bestemmieresie
di alcuni scampati, li perdóni,
ma impavido fai strada alla morte.

Paolo Santangelo

Il pescecane

Un pescecane
malato di bulimia
tange i punti del cerchio
esercitando
la bilancia al peso,
arremba repente inatteso
ghermisce,
s’oscura tra i pesci
dove vige
la legge dell’omertà
perché non hanno la parola,
il disegno composto di polpa
senza muscoli
lo invita a mangiare,
i pescatori
hanno paura di andare a pescare
perché non sono gladiatori.

Giuseppe Stracuzzi

Schieramenti

il mio dolore ha tasche bucate
non si contiene
talmente è forte
rosicchia da lontananze
come vecchie carcasse
venute ad ammuffire
tra la mia carne
fiacca e deceduta

si perdono i miei muscoli
tra le pieghe impoverite
di refresh senza ritorno
cedevoli
all’ago che entra a vuoto
e il sangue non fluisce
come ai tempi d’oro
stanco s’appiattisce
nelle arterie desolate

globuli impazziti si armano
di rivitalizzanti
tenendosi per mano
sfidano il tracollo
e dirottano l’uscita
– che sia la volta buona?-

intanto in fila, incolonnate
procedono per vie traverse
cellule ambite da nuova speranza
cieca per me
se poi precipita nell’immagine
migliore
che non sa riconoscere.

Beatrice Zanini